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Il lavoro nel retail ai tempi dell’intelligenza artificiale

Il retail è notoriamente uno dei più grandi datori di lavoro italiani e già questo di per sé giustifica l’utilità di uno studio che indaghi le best practice del settore nella valorizzazione del personale e i modelli organizzativi più efficaci. Ma l’urgenza di saperne di più è accresciuta dall’elefante nella stanza, ovvero l’intelligenza artificiale, destinata a incidere profondamente sull’operatività dei retailer e dunque anche dei lavoratori. A provare a farsi carico di questo compito è In People We Trust, progetto di ricerca e divulgazione realizzato con il coordinamento scientifico dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Università di Parma con la collaborazione di Ipsos Doxa e promosso da Largo Consumo.
L’iniziativa ha coinvolto circa 900 lavoratori appartenenti sia al retail (grande distribuzione organizzata, retail non food e ristorazione commerciale), sia al non retail, (industria, agricoltura, costruzioni, logistica, servizi, sanità, settore pubblico e terzo settore), in modo da poter fare un confronto tra comparti diversi. Tre i segmenti principali su cui ci si è concentrati: personale della Gdo, retail non food (abbigliamento, durevoli, health & beauty) e ristorazione commerciale. Ad essere analizzati sono stati il rapporto tra engagement, condizioni lavorative, tecnologia, formazione e percorsi di carriera, con l’obiettivo di indagare percezioni, esperienze e valori delle persone nel mondo del lavoro.

PERSONALE STABILE, MA SOTTO PRESSIONE
Lo studio evidenzia che il retail italiano mostra una forza lavoro esperta e stabile, ma sottoposta a intensa pressione operativa. La maggior parte dei lavoratori ha una lunga esperienza nel settore, con oltre il 68% che conta più di sei anni di attività e il 76% con contratto a tempo indeterminato. La fascia 36–55 anni rappresenta il 58,8% del campione e quasi il 47% opera in ruoli front-line, esposto quotidianamente al cliente e alla pressione commerciale.
La struttura organizzativa tende a una configurazione “base larga – vertice stretto”: quasi il 30% dei lavoratori è concentrato nelle vendite, il 10% in customer care, il 7,2% in cassa e l’11,2% in logistica, mentre solo il 5,2% occupa posizioni di top management o HR. Questa distribuzione accentua la percezione di limitate opportunità di crescita e può ridurre motivazione e engagement.

RETRIBUZIONI SUGLI STESSI LIVELLI DEGLI ALTRI SETTORI
Nonostante le criticità operative, il retail mostra punti di forza significativi sul fronte della retribuzione e della formazione. La distribuzione salariale è quasi identica a quella del non retail: circa il 57–58% dei lavoratori percepisce uno stipendio tra 1.000 e 2.000 euro, circa il 20% tra 2.000 e 3.000 euro e circa l’8% sopra i 3.000 euro. Il retail non risulterebbe quindi penalizzato economicamente rispetto agli altri comparti.
Nel confronto emerge un dato interessante: i lavoratori retail giudicano più adeguato il livello retributivo rispetto al lavoro svolto e anche la formazione ricevuta viene valutata positivamente. Il retail sembra avere una maggiore visibilità del legame tra performance e riconoscimento, rafforzando engagement e motivazione. La presenza diffusa di gruppi organizzati e ruoli standardizzati supporta ulteriormente queste dinamiche, rendendo retribuzione e formazione strumenti concreti per valorizzare le persone e migliorare la competitività del settore.

LA LEADERSHIP DI PROSSIMITÀ È UN PUNTO DEBOLE
Un dato critico resta il rapporto con i responsabili di negozio, che risulta generalmente più positivo negli altri comparti esaminati. Nel settore retail, la figura del responsabile è centrale e comprende la gestione del team, il raggiungimento dei risultati commerciali, la relazione con i clienti e l’applicazione delle procedure aziendali. Spesso, però, queste figure vengono promosse principalmente per le performance commerciali e ricevono meno supporto sul piano manageriale e relazionale. La leadership di prossimità appare perciò uno dei punti più delicati dell’organizzazione retail, con impatti diretti su motivazione, engagement e qualità delle relazioni interne.

POLITICHE DI BENESSERE DA TRADURRE IN REALTÀ
I dati evidenziano una diminuzione della percezione di sicurezza e attenzione alla salute dei dipendenti. Negli ultimi anni le aziende hanno promosso iniziative di wellbeing e benessere organizzativo, ma molti lavoratori percepiscono un divario tra comunicazione e realtà operativa. Turni serrati, organici ridotti e pressione sui risultati rischiano di rendere marginali o simboliche le politiche di benessere. L’attenzione a salute e sicurezza si collega direttamente al clima tra colleghi, perché la pressione operativa influisce sulle micro-comunità di lavoro e sulla qualità delle relazioni interne.

IL CLIMA AZIENDALE INFLUISCE SULLA SODDISFAZIONE DEL CLIENTE
Il clima tra i colleghi è un aspetto tutt’altro che secondario, perché influisce direttamente sull’engagement e sulla soddisfazione dei clienti, rendendo le relazioni interne un vero fattore strategico per l’organizzazione. “Siamo in un momento storico particolare, oltre alle tensioni generali che agitano i lavoratori ed i consumatori, si registra una attenzione crescente al presente, quasi a voler rimuovere l’idea di futuro – spiega Andrea Alemanno di Ipsos Doxa –. Emerge forte la ricerca di “compagni di cammino”, ed in questo contesto il ruolo dei lavoratori del retail è cruciale. Possono fornire un servizio attento e senza frizioni, ma al contempo possono generare l’empatia che il cliente cerca in modo sempre più intenso. Per fare questo devono essere consci del proprio ruolo e soddisfatti del lavoro. Ed è difficile, oggi, essere felici del proprio lavoro. Questa è una grande responsabilità dei datori di lavoro del retail: aumentare la soddisfazione dei dipendenti è importante non solo per l’employer branding, ma anche per essere più efficienti ed in grado di offrire al cliente l’ambiente che cerca”.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE ACCOLTA CON SCETTICISMO
L’introduzione di nuove tecnologie e strumenti basati su AI genera timori e resistenze operative. I dati mostrano un crescente scetticismo verso la tecnologia, percepita da molti lavoratori come fonte di complicazioni e carico aggiuntivo. Questo scenario genera timori e resistenze, perché molti lavoratori si chiedono se la tecnologia servirà davvero ad aiutarli o se aumenterà il controllo e la sostituibilità delle attività umane. Il vero nodo, quindi, non è solo introdurre tecnologia, ma come questa viene progettata e integrata nel lavoro quotidiano, in modo da supportare le attività operative senza appesantire il carico sui lavoratori e senza compromettere le relazioni con i clienti.

LA TECNOLOGIA RISCHIA DI ESSERE SOLO UNA LEVA DI MARKETING
Se guardiamo a quello che sta succedendo in alcune grandi città in Cina o in Corea del Sud, vediamo punti vendita dove l’intelligenza artificiale è già ovunque: assistenti robotici, specchi intelligenti, sistemi che suggeriscono prodotti in tempo reale – sottolinea Adriano Solidoro, Professore aggregato di Organizzazione Aziendale e Gestione delle risorse umane presso Università degli studi di Milano-Bicocca –. Ma la vera domanda non è quanto sia avanzata la tecnologia. La domanda è se questa tecnologia aiuta davvero chi lavora e chi compra, oppure se resta soprattutto una leva di marketing, una dimostrazione di innovazione più che un reale miglioramento dell’esperienza”.
Il futuro del retail non si giocherà solo su quanto investiamo in tecnologia, ma su come ripensiamo il lavoro nei punti vendita – afferma Giovanni Francesco Paoletti, Professore associato di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca – Possiamo avere AI, dati, sistemi avanzati, ma se le persone sono sotto pressione, senza prospettive e con poco supporto manageriale, tutto questo rischia di non funzionare. Le aziende che faranno la differenza saranno quelle capaci di tenere insieme innovazione e qualità del lavoro, perché è da lì che nasce davvero il valore per il cliente”.

IL CAMBIAMENTO È GIÀ IN ATTO
La letteratura che studia le motivazioni e il senso di appartenenza delle persone si concentra molto sulle dimensioni soft dell’organizzazione – conclude Davide Pellegrini, Professore del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, Facoltà di Economia e Gestione delle Imprese Università di Parma –. La ricerca invece si propone di analizzare e misurare l’impatto della dimensione hard analizzando il mix di processi-strumenti e regole che scandisce la quotidianità delle persone e quell’insieme di micro-innovazioni incrementali che lentamente modificheranno la ripartizione dei carichi di lavoro tra centro e periferia. Tra i processi che vedranno nuovi equilibri segnaliamo il riordino automatico, la logistica di negozio (ricevimento, semina, caricamento) la progettazione e la manutenzione degli spazi, il pricing, le promo, la gestione del retail media (dalle spazi digitali fino alle bilance e alle etichette elettroniche), il crm da centrale e periferico, il data sharing, la gestione dei pagamenti, le casse self, i nastri orari, le postazioni, l’interfunzionalità, la centralizzazione delle lavorazioni, delle cucine, l’integrazione e-commerce e il quick delivery. I retailer più bravi saranno quello che non mostreranno ai propri shopper la complessità del cambiamento”.

MA PERCHÉ NON SI PARLA MAI DI PART TIME?
Chiudiamo con un’annotazione a margine. Il progetto di ricerca è indubbiamente articolato e ricco di spunti, peccato però che nella comunicazione dei dati emersi non ci sia alcun riferimento alle forme di contratto part time, assai frequenti nel comparto retail per indubbie esigenze di operatività. A giudizio di InStoreMag sarebbe stato interessante capire quanto l’impiego orario parziale è diffuso e soprattutto come è percepito dai lavoratori. Perché di sicuro anche questo è un elemento capace di influire sulla relazione tra le aziende del settore e i loro dipendenti.

Mercato del lavoro, opportunità e stipendi in Gdo

In un mercato del lavoro sempre più dinamico con oltre 4 aziende su 10 nel settore del Retail/Gdo che prevedono un aumento dell’organico nei prossimi 12 mesi, per i lavoratori si aprono nuove opportunità. Qual è l’effetto di questo scenario? Che aumenta il desiderio di mobilità: oltre 6 dipendenti su 10 del settore si dichiarano pronti a cambiare azienda entro un anno, anche con l’obiettivo di migliorare i propri stipendi.
La retribuzione resta infatti un tema centrale: la Ral media annuale del settore Retail/Gdo è di 50.830 euro, di poco inferiore alla media nazionale di 56.360 euro, ma quasi 6 lavoratori su 10 del settore (63%) la considerano non adeguata alle responsabilità ricoperte. Inoltre, guardando alla propria esperienza, i professionisti riconfermano che il principale modo per aumentare la propria retribuzione è quello di cambiare l’azienda (30%), e nella scelta contano sempre di più i benefit.

IL SALARIO CONTA, MA NON BASTA
È questa la fotografia emersa dal report annuale Hays Salary Guide 2026, presentato da Hays Italia, società attiva nel recruitment specializzato. L’obiettivo è monitorare i principali trend del mercato del lavoro in Italia per l’anno 2025 e le aspettative per il 2026. L’indagine è stata condotta su un campione di circa 1.300 intervistati tra colletti bianchi e aziende, di diversi settori. A partire da questi dati, è stata poi elaborata una panoramica di approfondimento dedicata al settore Retail/Gdo, estrapolando le evidenze più rilevanti emerse dall’analisi complessiva. È un segnale chiaro per le imprese: oggi l’attrattività non si gioca solo sugli stipendi, ma su un’offerta complessiva che valorizzi crescita interna, retribuzione e i benefit in modo coerente con le aspettative delle persone.

COSA FARE PER ATTRARRE (E TRATTENERE) I TALENTI
Il 2026 non sarà un anno di attesa, ma di scelte strategiche – commenta Chris Dottie, Managing Director di Hays Italia –. In un mercato del lavoro in cui le persone valutano sempre più il pacchetto complessivo – retribuzione, benefit, qualità dell’ambiente e contenuto del ruolo – le aziende devono agire su tre fronti: trasparenza salariale, per prepararsi alla nuova normativa e rafforzare fiducia ed equità; sviluppo delle competenze, per colmare gli skill gap con percorsi chiari di crescita; intelligenza artificiale, da integrare in modo responsabile per aumentare produttività e valore. Allo stesso tempo, diventa essenziale costruire percorsi di crescita chiari e sostenibili, valorizzare correttamente l’impegno richiesto e creare contesti inclusivi e flessibili. Oggi attrarre e trattenere talenti significa investire in persone, competenze e cultura: chi anticipa il cambiamento lo trasforma in un vantaggio competitivo”.

MOBILITÀ E RETRIBUZIONI: IL 62% DISPOSTO A CAMBIARE AZIENDA
Sul fronte retributivo, la Hays Salary Guide 2026 conferma che per molti professionisti l’aumento passa ancora dalla mobilità: la principale motivazione legata all’incremento degli stipendi – anche nel settore Retail/Gdo – è infatti il cambio di azienda (30%). Guardando al 2026, la mobilità resta un’opzione concreta per una quota rilevante di professionisti (62%), un dato superiore a quello nazionale (44%). Questo anche perché, sul fronte dei percorsi di carriera aziendale, per oltre 6 rispondenti su 10 non esiste una struttura di promozione chiara (41%) o non sono a conoscenza di come vengono gestite le promozioni (24%).
Sul piano dei livelli retributivi, la Ral media nazionale del settore Retail/Gdo rilevata è pari a 50.830 euro, inferiore alla media nazionale che si attesta a 56.360 euro. Per esperienza, gli stipendi crescono progressivamente: si parte da 37.620 euro per profili con 2–5 anni di esperienza, si sale a 49.490 euro nella fascia 5–10 anni e si arriva a 82.710 euro oltre i 10 anni.

I BENEFIT INDIRIZZANO LA SCELTA DEL LAVORATORE
Tra i fattori più importanti nella scelta di un nuovo ruolo emerge il pacchetto di benefit (58%), un dato che nel Retail/Gdo risulta superiore alla media nazionale e che conferma il peso crescente di questo elemento nella valutazione delle opportunità professionali. A fronte di questa aspettativa, tra i benefit più frequentemente offerti dalle aziende del settore spiccano i buoni pasto, seguiti da assistenza sanitaria e auto aziendale (o indennità auto), oltre al lavoro flessibile.
Accanto ai benefit, i lavoratori indicano come rilevanti anche altri elementi nella scelta di una nuova opportunità, come la presenza di un buon ambiente di lavoro (47%), la possibilità di lavorare su ruoli o progetti stimolanti (41%) e le opportunità di lavoro da remoto (38%).

COMPETENZE: IL GAP C’È E VA AFFRONTATO INSIEME
Sul tema competenze emerge un disallineamento tra bisogni percepiti dai professionisti e risposte messe in campo dalle aziende. Il 43% dei lavoratori del settore Retail/Gdo riconosce di avere competenze utili, ma di avere la necessità di aggiornarsi, trovando però poco supporto dal proprio datore di lavoro: il 46% dei lavoratori del settore, infatti, afferma di non ricevere alcun sostegno per l’aggiornamento professionale del suo ruolo attuale. Anche le aziende confermano il gap di competenze: quasi tutte ne hanno riscontrato uno negli ultimi 12 mesi. Per affrontarlo, indicano di offrire principalmente programmi di formazione interna o workshop, insieme a tutoraggio e coaching.

PIÙ FORMAZIONE SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’Intelligenza Artificiale entra sempre più nelle attività quotidiane e viene percepita prevalentemente come una leva di supporto. Tra i professionisti, il 40% dichiara di utilizzarla regolarmente sul lavoro, un dato sensibilmente inferiore alla media nazionale del 52%. I vantaggi percepiti sono soprattutto maggiore produttività ed efficienza (63%), supporto nell’analisi dei dati (52%) e creatività/generazione di idee (36%). Un approccio complessivamente positivo che si riflette anche nella disponibilità a formarsi: l’81% sarebbe disposto a partecipare a workshop o corsi di formazione in IA.

Lavori in GDO: retribuzioni (poco) sotto la media nazionale

La retribuzione media dei lavoratori del settore della grande distribuzione e del commercio al dettaglio è paria 28.555 € lordi annui e si posiziona poco sotto alla retribuzione media nazionale, con valore inferiore di circa 800 euro.

La retribuzione media dei lavoratori con qualifica di quadro si attesta a 52.864 €, 2,5% in meno rispetto alla media nazionale (circa 1.400 euro in meno), mentre gli impiegati del settore percepiscono una retribuzione inferiore del 6,9% alla media nazionale (28.625 €, circa 2.100 euro in meno). Questi alcuni dei dati che emergono dalla Guida alle retribuzioni dei professionisti nella filiera della GDO, realizzata da Spring Professional in collaborazione con JobPricing che analizza ben 450.000 casi in Italia.

Anche la retribuzione variabile, fattore rilevante nel mercato, ha un peso minore nella GDO rispetto alla media nazionale, sia come importo sia come numero di percettori, e sia per i quadri sia per gli impiegati. Nel 2019 il 64,4% dei quadri ha percepito una quota variabile, mentre la percentuale degli impiegati è il 49,6%; gli importi medi sono stati rispettivamente di 6.072 € lordi e 2.205 € lordi.

L’andamento delle retribuzioni negli ultimi 5 anni non è stato positivo: la retribuzione media reale è calata dell’1,4%, a fronte di un andamento medio nazionale che è stato pari all’1,9%. Tale trend ha un impatto ancor più negativo se si considera l’inflazione, che è stata del 2,7% sull’orizzonte dell’ultimo quinquennio. In altre parole, la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori della GDO è stata significativa. Per entrambe le qualifiche, il 2019 ha visto un lieve decremento delle retribuzioni (nell’ordine dello 0,5%), mala situazione retributiva è stata complessivamente stagnante per tutto il mercato (le retribuzioni su scala nazionale sono calate dello 0,1%). Tuttavia, negli ultimi 5 anni le retribuzioni dei quadri non solo hanno tenuto, ma sono anche in andamento positivo, mentre risultano in calo le retribuzioni degli impiegati.

I numeri del settore

Tra grandi magazzini, supermercati, ipermercati e minimarket, la GDO al 31 dicembre 2018 conta oltre 22mila punti vendita, per quasi 25 milioni di Mq di superficie (fonte: MISE – Ossservatorio sul sistema distributivo). Il numero di esercizi è cresciuto costantemente nel periodo 2015-2018 (+6,6%), con un +0,8% rilevato tra il 2018 e il 2017. Il numero di addetti della GDO è di circa 420mila unità. Dal 2015 al 2018 il numero di addetti è aumentato del 6,2%, trend positvo in tutte le tipologie di esercizio ad eccezione dei minimarket. Il 2018 registra un incremento dell’1,8%. Tutte le variazioni positive sono in rallentamento rispetto a quanto registrato negli anni passati, manifestando quindi un rallentamento della tendenza espansiva del segmento

Food, crescono le retribuzioni nella filiera

Crescono le retribuzioni dei settori  che compongono la filiera food in Italia. In alcuni casi si assiste ad una crescita più alta della media nazionale e dell’inflazione e nonostante un trend nazionale molto contenuto (+0,3%). Nella specifica, due settori con la RAL più bassa (agricolo e ho.re.ca.) presentano il 2° e il 4° miglior trend tra i 35 settori mappati (rispettivamente +1,5% e +1,1%).

Eco quanto emerge dall’indagine di Badenoch + Clark, azienda specializzata nel recruiting di figure manageriali ed executive, in collaborazione con JobPricing. Si tratta della prima indagine di questo tipo, su oltre 450.000 osservazioni, che raccoglie informazioni su RAL, quota variabile, dati per settore di una delle filiere più importanti per l’economica del Paese.

Con una retribuzione lorda annua media di 29.352 €, i settori della produzione alimentare e commerciale si posizionano leggermente al di sotto della media nazionale (rispettivamente € 29.240 e € 28.908), mentre il settore agricolo e Ho.Re.Ca. sono invece i settori nel mercato con i livelli retributivi medi più bassi (rispettivamente € 24.242 e € 23.956).

 

Guardando alle qualifiche professionali, in confronto alla media italiana le retribuzioni medie più elevate sono legate al settore alimentare sia per i dirigenti (€ 104.976) sia per i quadri (€ 57.744 €), in entrambi i casi sopra la media nazionale. I Dirigenti del settore agricolo guadagnano  in media 12.700€  circa in meno rispetto ai Dirigenti del settore alimentare (8.200 € se si parla dei Quadri).

Con il segno positivo rispetto alle retribuzioni medie anche i dirigenti nel comparto Ho Re Ca che però mostra il segno meno rispetto alla media se si considerano le retribuzioni di Quadri e Impiegati (addirittura -12,6%).

Se si guarda ai trend a cinque anni, invece, si nota che la dinamica retributiva dei settori della filiera del cibo è stata al ribasso, nonostante la buona performance dell’ultimo anno. Tra i dirigenti solamente le retribuzioni del settore agricolo sono in crescita, tra i quadri invece l’unico settore con trend positivo è il commercio / gdo. Oltre il 50% dei dipendenti della filiera del cibo percepisce una qualche forma di retribuzione variabile.Il settore industriale prevede non solo una quota di percettori ben più elevata rispetto agli altri settori (oltre 3 manager su 4 hanno percepito una retribuzone variabile), ma anche la quota percepita è la più consistente (in media € 18.643 per i Dirigenti e € 7.000 € per i Quadri). Quote ben più contenute si rilevano nel settore agricolo e Ho.Re.Ca., dove anche la quota di percettori è piuttosto bassa, sotto la media nazionale.

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