Il retail italiano è un settore ancora poco maturo sul fronte delle tematiche ESG, con molti elementi non adeguatamente monitorati e, soprattutto, mancanza di obiettivi a medio-lungo termine, tra cui quelli science-based di decarbonizzazione. La Gdo fatica quindi a raggiungere obiettivi ESG, seppur stia intervenendo bene su alcuni aspetti ambientali (energia rinnovabile ed emissioni Scope 1 e 2). Tema caldo per il settore resta l’uguaglianza di genere: se il 57% dell’organico è donna, solo il 23% è dirigente e il 4% siede in CDA, con un divario retributivo medio del 30%.
Secondo lo studio Retail ESG Pulse Check di Bain & Company Italia, sul frangente sostenibilità al momento è in pole position la ristorazione, che vanta un giro d’affari di 75 miliardi di euro. Pur essendo un sistema estremamente frammentato, le catene organizzate sono tra i player più avanzati nella scala di maturità ESG. A mostrare buon livello di attenzione rispetto alle tematiche ecologiche è anche il settore dell’abbigliamento, che vede una buona presenza di bilanci di sostenibilità.
Le cose vanno male invece in settori piuttosto rilevanti come l’elettronica e l’arredo, e ancora peggio dove si registra l’assenza totale di maturità ESG come i drugstore e il pet food. “La Gdo alimentare mostra in generale evidenti lacune soprattutto in termini di obiettivi di medio-lungo termine. È necessario un deciso cambio di passo a livello di sistema sul percorso di transizione ESG nel nostro Paese” commenta Andrea Petronio, Senior Partner e Responsabile della pratice Retail di Bain & Company in Italia.
“La grande distribuzione alimentare italiana è ancora in fase embrionale sui temi di sostenibilità, soprattutto se confrontata con le best practice internazionali e le aziende di beni di largo consumo” aggiunge Matteo Capellini, Expert Associate Partner di Bain & Company. “Esiste ancora una concezione di sostenibilità molto legata alla responsabilità sociale e alla filantropia, mentre il vero tema da affrontare è la trasformazione dei modelli di business per ridurre le esternalità negative dirette e indirette. Non abbiamo dubbi che nei prossimi anni vedremo una fortissima accelerazione, anche grazie alla spinta dalla CSRD che contribuirà a definire i market leader di domani e sarà focalizzata soprattutto sul tema decarbonizzazione”.



“Il mondo paper & packaging si trova ad affrontare un’era nuova, in cui le decisioni non possono più essere prese esclusivamente sulla base di costi, funzionalità ed esperienza del consumatore: oggi la sostenibilità è un tema imprescindibile per tutti. Non esiste oggi un vero vincitore tra i materiali da imballaggio: ognuno presenta benefici e compromessi dal punto di vista della sostenibilità. L’opzione più green, infatti, può variare notevolmente a seconda dell’applicazione e dell’area geografica di riferimento” spiega Andrea Isabella, Senior Partner e responsabile italiano Advanced Manufacturing & Services di Bain & Company.
“In generale l’industria della carta e degli imballaggi ha un impatto significativo sulla biodiversità, in particolare per quanto riguarda la gestione forestale e l’utilizzo dell’acqua” prosegue Mattia Bernardi, Partner di Bain & Company. “Solo il 22% delle aziende intervistate ha dichiarato di aver valutato l’impatto della propria catena del valore sulla biodiversità e solo il 31% sta agendo ora per affrontare la perdita di biodiversità. Le aziende che scelgono di agire sono pronte a trarre vantaggio riducendo la loro esposizione ai rischi legati alla biodiversità”.



