Le pratiche sostenibili stanno entrando sempre più nelle abitudini di acquisto degli italiani e questo impatta sulle aziende, che devono dimostrare con i fatti la loro attenzione all’ambiente e all’uso più efficiente delle risorse. La riprova arriva dalla nuova edizione del Barometro del Retail Sostenibile, realizzato da BearingPoint, multinazionale indipendente di consulenza strategica, manageriale e tecnologica. L’indagine – condotta su un campione di 4.000 consumatori in cinque Paesi europei – fotografa un mercato in profondo cambiamento.
FILIERA CORTA, PRODOTTI SFUSI E BIOLOGICO
Partiamo dal retail alimentare, dove la filiera corta si conferma come uno dei pilastri culturali del consumo sostenibile italiano: coinvolge quasi la totalità della popolazione – il 90% degli italiani, valore più alto d’Europa (con una media del 77%) – e continua a crescere nelle fasce 18-49 anni, mentre gli over 50 mostrano un leggero calo (-3%), pur restando su livelli tra i più alti d’Europa.
Diversa la dinamica negli acquisti sfusi, dove emerge un’interessante inversione generazionale: se da un lato l’acquisto di prodotti sfusi coinvolge l’82% degli italiani, dall’altro sono soprattutto gli over 50 ad aumentare la loro adozione della pratica, mentre gli under 35 registrano un calo significativo (-15 punti) rispetto al 2024.
Anche per quanto riguarda il biologico si osserva un calo al 79%, che riguarda soprattutto gli under 49, sebbene l’Italia mantenga comunque valori più alti rispetto alla media europea (74%). L’acquisto di prodotti di allevamento rimane prevalente (74%), ma cresce la quota di persone che ne riducono il consumo.
FIDUCIA NEI MARCHI A RISCHIO?
C’è però un problema: secondo gli autori dello studio, parallelamente alla crescente attenzione ai criteri di sostenibilità nelle scelte di acquisto, scende la fiducia verso retailer e produttori. Il 68% degli italiani dichiara di aver fiducia nelle iniziative di sostenibilità dei brand, con un calo significativo rispetto al 2024. Il consumatore 2025 si rivela più informato e meno disposto a credere a dichiarazioni non supportate da azioni e dati verificabili.
Allo stesso tempo, però, nonostante l’incertezza economica, la disponibilità a riconoscere un valore economico alla sostenibilità resta elevata: l’80% degli italiani è disposto a pagare un sovrapprezzo per un prodotto davvero sostenibile. Il 41,6% privilegia la sostenibilità anche a fronte di costi più elevati, contro un 19,6% che privilegia il potere d’acquisto.
Il mercato non è tuttavia polarizzato in senso oppositivo: il consumatore italiano sceglie sostenibile quando percepisce valore reale, trasparenza e benefici concreti.
ITALIA PRIMA IN EUROPA PER LA CIRCOLARITÀ
Ampliando lo sguardo ad altri contesti, il Barometro sottolinea che nel 2025, quasi un italiano su quattro dichiara di acquistare meno prodotti nuovi, segnale di una trasformazione ormai strutturale nel modo in cui i consumatori si rapportano all’acquisto di beni. L’Italia si riconferma il Paese più maturo d’Europa nella circolarità, mentre altri Paesi – come Francia e Germania – registrano segnali di rallentamento. La riduzione del “nuovo” si accompagna a una crescente diffusione di pratiche alternative, che stanno diventando parte integrante delle abitudini di consumo.
Il 69% degli italiani acquista prodotti di seconda mano (vs 63% Europa); il 70% rivende a privati – il valore più alto fra i Paesi analizzati – e anche la rivendita a professionisti cresce di oltre 5 punti rispetto allo scorso anno e si colloca oltre 6 punti sopra la media europea, dove invece la pratica è in calo. Se l’85% pratica la riparazione, oltre l’80% effettua donazioni a parenti o associazioni.
SECONDA MANO, RIPARAZIONE E DONO SONO PRATICHE DIFFUSE
Questa evoluzione è particolarmente evidente in alcune categorie, come moda e tecnologia, dove la seconda mano, la rivendita e la riparazione giocano un ruolo sempre più rilevante nel prolungare il ciclo di vita dei prodotti e nel rispondere a consumatori più attenti al valore complessivo, e non solo al prezzo, del bene.
“I dati mostrano come la circolarità sia ormai parte integrante delle scelte dei consumatori italiani – dichiara Nicolò Masserano, Sourcing & Procurement & Sustainability Lead di BearingPoint Italia –. Seconda mano, riparazione e donazione non sono più comportamenti di nicchia, ma pratiche diffuse che riflettono una crescente attenzione all’impatto ambientale e all’uso più efficiente delle risorse. In questo scenario, la sostenibilità si afferma come criterio strutturale di scelta, che richiede trasparenza, misurabilità e coerenza lungo tutta la filiera”.
C’È SPAZIO PER NUOVI MODELLI E FORMAT COMMERCIALI
In conclusione, il Barometro del Retail Sostenibile di BearingPoint conferma che la sostenibilità non è più una tendenza, ma una trasformazione strutturale. Le aziende devono però colmare il gap tra intenzioni e realtà. “La progressiva riduzione dell’acquisto di prodotti nuovi e la normalizzazione delle pratiche circolari delineano un nuovo equilibrio del retail – commenta Gianluca Sacchi, Consumer Goods & Retail Lead di BearingPoint Italia –. Per brand e retailer è un’opportunità strategica: integrare servizi dedicati, modelli omnicanale e nuovi format commerciali per rispondere a una domanda sempre più consapevole e attenta a valore, qualità e riduzione degli sprechi. Il consumatore italiano è sempre più esigente e chiede evidenze concrete, non solo narrazioni green: integrare la sostenibilità in modo autentico e misurabile diventa così un fattore competitivo decisivo nel 2026”.



