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Cortilia partner della prima edizione italiana di Great Taste

Great Taste 2024 - Credit Guild of Fine Food (Sam Pelly)

Eccellenza e valorizzazione del Made in Italy sono i pilastri della collaborazione tra Great Taste in Italy e Cortilia, che per la prima volta uniscono le forze per promuovere le migliori produzioni del Paese, espressione dell’evoluzione del gusto tra radici storiche e nuove tendenze. In qualità di sponsor tecnico, Cortilia metterà a disposizione i propri locali e le proprie strutture per ospitare il processo di valutazione delle realtà iscritte all’iniziativa. In questo mese di maggio, una giuria di esperti (composta da giornalisti, chef, buyer, food blogger e professionisti del settore) degusta “alla cieca” i prodotti in gara redigendo, successivamente, un report con punteggi (1,2,3 stelle) e feedback professionali.

Siamo lieti di supportare questa prima edizione italiana di Great Taste, un’iniziativa che rispecchia il nostro impegno quotidiano per la ricerca e l’inserimento su Cortilia.it di prodotti di alta qualità – commenta Andrea Colombo, Ceo di Cortilia –. Questa partnership rappresenta per noi un’importante opportunità di connessione e di crescita: ci permette di scoprire nuovi produttori e di ampliare la nostra rete di fornitori selezionati, sempre con l’obiettivo di offrire il meglio ai nostri clienti”.

Dopo la chiusura delle iscrizioni, Great Taste è alle prese con le fasi operative di selezione e valutazione, mentre a luglio ci sarà la pubblicazione dei risultati e a settembre la premiazione. “Come evidenziato in diverse occasioni, teniamo particolarmente a questo progetto e siamo orgogliosi di avere al nostro fianco un partner come Cortilia che, da oltre un decennio, svolge un ruolo di sensibilizzazione sull’importanza dei cibi che si mettono in tavola – commenta Alberto Gottardi, Presidente dell’Associazione La Tavola di Mecenate, organizzatore di Great Taste in Italy assieme a Guild of Fine Food di Londra e all’agenzia di comunicazione PG&W –. Tra gli obiettivi che ci poniamo per questa prima edizione, vi è soprattutto la volontà di valorizzare e sostenere i produttori che grazie al loro impegno quotidiano puntano all’eccellenza”.

Culatello di Zibello Dop, modificato per la prima volta il disciplinare

Un peso massimo al momento della marchiatura (ovvero 10 mesi) che passa dai 5 agli attuali 6 chili, per venire incontro a una tendenza sempre più evidente tra i produttori del Culatello di Zibello Dop: una stagionatura più lunga, tra i 36 e i 48 mesi, in grado di esaltare ancora di più i sapori del “Re dei salumi”. È una delle principali novità comunicate dal Consorzio di Tutela del Culatello di Zibello Dop, che ha modificato per la prima volta il proprio disciplinare. Un traguardo storico per l’associazione costituita nel 2009 che racchiude 21 aziende produttrici della celebre Dop della Bassa Parmense, realizzata in sole 7 località (Busseto, Colorno, Polesine Zibello, Roccabianca, San Secondo, Sissa Trecasali e Soragna) e in grado di raggiungere nel 2024 i 18,5 milioni di fatturato con 73.550 culatelli marchiati. E una delle novità principali del nuovo disciplinare è proprio nella stagionatura. Il Culatello di Zibello viene ottenuto a partire dalle più pregiate cosce di suino; non a caso è stato aumentato da 190 agli attuali 195 chili il peso della singola carcassa per aumentare la qualità della materia prima. Come ribadisce Romeo Gualerzi, Presidente del Consorzio di Tutela, l’obiettivo è ben preciso: “La maggior parte del prodotto viene venduto intorno ai 20 mesi, ma gli associati stanno optando per stagionature sempre più lunghe, fino ai 36-48 mesi; ecco perché occorre partire da un prodotto più grasso e quindi più pesante. Questo garantisce che anche nel lungo periodo il Culatello di Zibello mantiene un grado di morbidezza fondamentale, arrivando così a un risultato finale di eccellenza assoluta”.
Il Consorzio ha aggiornato anche diversi parametri, tra cui il valore relativo al sale, ora ridotto: “Ci siamo accorti – prosegue Gualerzi – che nelle lunghe stagionature il prodotto ha una disidratazione maggiore di quella stimata inizialmente. Ecco perché la percentuale minima di cloruro di sodio è passata da 3,40 all’attuale 2,8%”.

Inoltre, è stato rivoluzionato anche il metodo di controllo legato alla materia prima. “Il Culatello di Zibello Dop viene realizzato a partire da allevamenti situati in Emilia-Romagna e Lombardia – conclude Gualerzi –. Nell’attuale disciplinare i controlli genetici sulla filiera sono completamente digitali, con metodi aggiornati, precisi e in grado di migliorare ancor di più la tracciabilità del suino. Un passo importante per proteggete ed evidenziare la storicità di quella che viene definita come l’eccellenza della salumeria italiana”.

Il Culatello di Zibello Dop può vantare una lavorazione che ancora oggi avviene in gran parte a mano. E l’alternanza tra lunghi periodi umidi e nebbiosi, e altri torridi e afosi, costituisce il fattore determinante per la giusta maturazione e l’ottimale stagionatura del prodotto, che avviene rigorosamente in cantine naturali in grado di rimanere fresche anche nei periodi estivi. Mentre per quanto riguarda i dati economici, nel 2024 il Consorzio ha fatto registrare un nuovo record: per la prima volta nei 15 anni di fondazione, il valore del preaffettato ha superato il 50% della produzione annua: su 73.550 culatelli sigillati ne sono stati destinati ben 38.004 (51,6%). Complessivamente, su un fatturato al consumo di 18,5 milioni di euro, 10,2 arrivano proprio dal preaffettato con 1,07 milioni di vaschette immesse sul mercato. L’export si attesta su un 25% e sui canali di commercializzazione il normal trade risulta il principale con una quota del 60%, mentre la grande distribuzione organizzata rappresenta il restante 40%.

Filiera olio, la sostenibilità è un buon affare

La redditività della filiera dell’olio passa dalla sua sostenibilità. Ne è convinto Pascal Pinson, Ceo di Costa d’Oro, quarto player del comparto in Italia con un fatturato di 206,5 milioni di euro e 27 milioni di litri prodotti nel 2024. L’azienda, parte del gruppo francese Avril, ha avviato due anni fa Planet O-live, un piano nazionale di sostenibilità con cui ha fatto da apripista nel settore e vuole ritagliarsi il ruolo di facilitatore dei processi. “Con il lavoro di ricerca della Planet O-live Accademy, che ha coinvolto la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’Università di Perugia e Assoprol – afferma Pinson – studiamo le pratiche agricole che permettono di valorizzare i terreni rispettando l’ambiente e aumentando la produttività. Ovviamente siamo un’azienda e guardiamo al profitto, ma anche l’agricoltore deve guadagnare. Senza di lui noi non esistiamo”.
In base ai risultati presentati a Milano, in occasione della fiera Tuttofood, questa attività divulgativa ha raggiunto 430mila alberi, mentre l’impegno di Costa d’Oro sul fronte della sostenibilità ha portato a 158 tonnellate di emissioni CO2 risparmiate, 57% in meno di rifiuti in PVC, 30% di risorse idriche accantonate, 15% in meno di rifiuti plastici, 260 controlli annui sui pesticidi e 187 milioni di euro di valore economico generato. “Il nostro obiettivo è arrivare a 1 milione di alberi entro il 2030 – dichiara Pinson (nella foto destra) – e per questo dobbiamo continuare a coinvolgere ancor di più gli olivicoltori italiani”.

LO STATO DELL’ARTE DELLA FILIERA
Nel corso di un incontro organizzato da Costa d’Oro a Tuttofood, è emerso che condizioni climatiche avverse, frammentazione, problemi fitosanitari, aumento dei costi di gestione, carenza di manodopera hanno portato a un calo di quasi il 40% nella produzione media, pari a 244.000 tonnellate di prodotto in meno nel biennio 2024-2025 rispetto al quadriennio 2006-2009. Per Walter Placida, Presidente Federazione Nazionale Olivicola di Confagricoltura, “Veniamo da anni di grande difficoltà ambientale in cui si è speso poco in ricerca. Per fortuna la domanda è alta (l’Italia è il primo consumatore mondiale di olio, ndr), ma non vorrei che l’olivicoltura stesse perdendo centralità nello scenario agricolo nazionale perché, invece, l’olio è ancora strategico per il made in Italy”. Il sistema deve essere innovato per crescere, ma le soluzioni si possono trovare secondo Placida: “Se vogliamo che la filiera non si spezzi, bisogna invitare ai tavoli decisionali anche la grande distribuzione”. Altro tema di grande attualità è mantenere linearità nei prezzi. “Dobbiamo aumentare gli introiti, per esempio attraverso l’oleoturismo – ha dichiarato Placida –, spingere le indicazioni geografiche e riconoscere un equo valore al prodotto e al lavoro degli agricoltori per consentir loro di sopravvivere e continuare a produrre per le nuove generazioni”.

IL CONTRIBUTO DELLA RICERCA IN LABORATORIO E “SUL CAMPO”
Maurizio Servili, Professore ordinario di Scienze e Tecnologie Alimentari all’Università di Perugia, in Academy è responsabile dei progetti sull’economia circolare: “Il sistema produttivo del Mediterraneo è quasi tutto basato su oliveti secolari, bellissimi paesaggisticamente, ma che non creano sufficiente valore. Oggi i processi sono veloci e dobbiamo entrare nell’ottica che l’oliva non può essere fonte solo di olio. Sprechiamo fino al 90% in peso del frutto trasformato in frantoio e tendiamo a valorizzare il solo olio dal punto di vista economico. La criticità sta nella valorizzazione economica dei sottoprodotti dell’estrazione meccanica degli oli vergini di oliva, acqua di vegetazione e sansa, che attualmente non hanno un valore economico, ma vengono smaltiti per la produzione di biogas o, parte della sansa, utilizzata per l’estrazione dell’olio di sansa. Dobbiamo mettere in atto processi tecnologici smart in grado di produrre valore a partire da tali sottoprodotti. Ci sono molti studi che possono essere trasferiti a livello industriale, sulla valorizzazione zootecnica e, in parte, umana delle sanse denocciolate o sul recupero di composti fenolici bioattivi dalle acque di vegetazione, da utilizzare nell’industria alimentare come antiossidanti ed antimicrobici naturali, per la produzione di alimenti funzionali e integratori alimentari”.
La ricerca “sul campo” è portata avanti dal Prof. Luca Sebastiani dell’Istituto di Produzioni Vegetali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che ha sottolineato come la Planet O-live Academy di Costa d’Oro sia partita senza attendere finanziamenti pubblici: “In Italia molte superfici olivicole sono abbandonate. I veri imprenditori agricoli sono pochi e devono confrontarsi con un mercato velocissimo in cui si affacciano competitor stranieri che, bisogna dirlo, spesso sono anche più bravi di noi, soprattutto a condividere”. Non a caso uno dei pilastri dell’Academy, insieme a conoscenza e crescita, è proprio la condivisione. “In due anni abbiamo prodotto diverse pubblicazioni, realizzato seminari e webinar – ha continuato Sebastiani – e, grazie ad Assoprol e Confagricoltura, trasferiamo i principi scientifici agli agricoltori in campo. Abbiamo supportato tante aziende, su tutto il territorio nazionale. Il ritorno economico è fondamentale per la sopravvivenza del settore e anche per garantire sicurezza sul lavoro”.

L’IMPEGNO DI COSTA D’ORO
Forte del radicamento nel cuore verde d’Italia, Assoprol Umbria ha portato all’incontro la voce dell’olivicoltura umbra certificata. “La sostenibilità è un pilastro fondamentale per il futuro dell’olivicoltura umbra e italiana” ha affermato il direttore Gianfrancesco Petroni, aggiungendo poi in tema di valorizzazione del prodotto certificato che “Noi operiamo nel contesto varietale umbro, quindi in una nicchia della nicchia, ma anche questa tipologia di prodotti deve arrivare al consumatore. Per questo stiamo promuovendo la partnership con Costa d’Oro per l’olio “DOP Umbria”, un progetto nato tre anni fa che oggi merita più che mai di essere raccontato”.
Emanuele Zampetti, che in Costa d’Oro si occupa di selezionare gli oli migliori per costruire un paniere coerente con la visione green dell’azienda, ha rivelato come gli acquisti di olio da fornitori italiani siano aumentati dell’11% nel 2024 rispetto al 2022: “La qualità del prodotto italiano è nota, ma la materia prima scarseggia. Ciononostante, siamo stati tra i pochi a proporre sempre il prodotto italiano indipendentemente dalla stagionalità e dalle dinamiche dei prezzi”. Sul fronte dell’impatto sulle comunità e il territorio, Costa d’Oro – come rilevato dalla HR Director Silvia Iacchelli – ha promosso svariate iniziative dedicate all’inclusività, al volontariato e giornate di open day rivolte ai consumatori e alle scuole, masterclass con chef e master blender e visite culturali alla scoperta di Spoleto.
Daniela Pontecorvo, Chief Marketing Officer di Costa d’Oro, ha poi spiegato come la visione sostenibile venga incorporata in tutte le attività all’interno della fabbrica: “Abbiamo voluto iniziare a misurarci su quello che di concreto abbiamo fatto finora sulla sostenibilità, sviluppando con Kpmg, il primo Report Esg in cui si evidenzia il progresso in ciascuno dei pillar di Planet O-live. Relativamente alla riduzione dell’impatto ambientale, il fabbisogno energetico di Costa d’Oro proviene oggi per il 75% dagli impianti fotovoltaici presenti in azienda. Sono stati ridotti del 15% i rifiuti plastici ed è stata posta grande attenzione all’utilizzo dell’acqua arrivando ad un risparmio del 30% sulle risorse idriche utilizzate. “Ovviamente anche l’innovazione di prodotto si ispira alla sostenibilità”, ha continuato Pontecorvo e lo conferma il lancio a Tuttofood della prima gamma di oli di semi certificata da SGS con Zero Pesticidi Residui. Inoltre, il rilancio della gamma dei classici (L’Extra, L’Extra fruttato leggero e L’Extra non filtrato) prevede da oggi il sistema di tracciabilità in blockchain, per offrire al consumatore ancora più trasparenza e sicurezza su origine e sistema di qualità adottato dall’azienda. Infine, con le nuove bottiglie più snelle, frutto del recente restyling presentato in fiera, si è raggiunto un efficientamento logistico che riduce le emissioni di CO2 in fase di trasporto.

Intelligenza artificiale: il 32% degli italiani la usa per fare acquisti

Il dato è di per sé illuminante e testimonia la pervasività dell’intelligenza artificiale: il 32% degli italiani utilizza questa tecnologia per fare acquisti e la quota è cresciuta del 47% rispetto al 2024, in particolare – altro aspetto degno di nota – fra i Baby Bommer, cioè persone con un’età compresa tra i 60 e i 78 anni. Anche se poi la fiducia nello strumento non si può definire granitica, visto che il 12% teme che l’intelligenza artificiale possa fornire consigli sbagliati. A rivelare questi e ulteriori spunti è il Retail Report 2025 di Adyen, piattaforma tecnologico finanziaria scelta da molte aziende leader a livello mondiale, come Meta, Uber, H&M, eBay e Microsoft. Nel sondaggio condotto su 41.000 consumatori di 28 Paesi, tra cui l’Italia, un italiano su dieci (10%) ha dichiarato di aver adoperato per la prima volta l’intelligenza artificiale negli ultimi 12 mesi per migliorare la propria shopping experience. Inoltre, ben il 53% si è detto disposto a fare acquisti utilizzandola in futuro. Già oggi, comunque, una percentuale analoga ricorre a questa tecnologia per trarre ispirazione con riguardo ad abiti, generi alimentari e altri prodotti. Quasi uno su dieci (9%) ha affermato di trarre le migliori idee per nuovi prodotti proprio dall’intelligenza artificiale e oltre la metà (52%) degli intervistati desidera trovare brand unici con questa modalità, un dato che evidenzia l’opportunità per i marchi di combinare partnership e cross-selling per incrementare le vendite.

BOOMER E GEN X GUIDANO LA CRESCITA
Secondo il Retail Report 2025 di Adyen, l’intelligenza artificiale nella shopping experience in Italia sta guadagnando popolarità in tutte le fasce d’età, ma sono Baby Boomer (60-78 anni) e Gen X (44-59 anni) ad aver registrato i maggiori incrementi negli ultimi 12 mesi, rispettivamente del 58% e del 54%. Tuttavia, solo il 16% degli over 60 afferma di utilizzare attualmente questi sistemi come supporto per gli acquisti, percentuale che sale al 44% per i Millennial (28-43 anni) e al 53% per la Gen Z (16-27 anni). Complessivamente, il 57% degli italiani dice di essere consapevole che i retailer potrebbero servirsi dell’intelligenza artificiale per proporre loro dei prodotti. “I consumatori stanno adottando l’IA a una velocità senza precedenti, scoprendo come questa tecnologia sia in grado di trasformare l’esperienza di acquisto – commenta Roelant Prins, CCO di Adyen –. Stiamo probabilmente entrando in un’era in cui l’IA può agire come un vero e proprio personal stylist, selezionando outfit su misura in base ai gusti e alle preferenze individuali. Le differenze demografiche emerse dalla nostra ricerca hanno mostrato risultati interessanti, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione dell’IA nelle abitudini di acquisto da parte delle generazioni più mature”.

LA PAROLA AI RETAILER
La ricerca ha sondato anche il fronte aziendale e quando è stato chiesto ai retailer italiani come intendano aumentare i propri ricavi nel 2025, l’adozione dell’intelligenza artificiale e di nuove tecnologie è risultata una scelta strategica molto diffusa. Il 25% ha sostenuto di volerci investire per supportare le attività di vendita e marketing, mentre il 22% per favorire l’innovazione di prodotto. “L’intelligenza artificiale non è più considerata una scommessa per il futuro, ma un imperativo attuale per retailer e consumatori – sottolinea Holly Worst, VP of Retail di Adyen –. A inizio 2025 abbiamo lanciato Adyen Uplift, la nostra suite di ottimizzazione dei pagamenti alimentata dall’IA che aiuta le aziende ad aumentare la conversione dei pagamenti, a semplificare la gestione delle frodi e a ridurre i costi delle transazioni. Adottando l’intelligenza artificiale in questo modo, siamo in grado di aiutare i retailer a offrire una customer experience senza precedenti, in quanto gli acquirenti ‘buoni’ sono in grado di accelerare le operazioni di checkout, mentre noi possiamo intercettare le transazioni fraudolente. È evidente il motivo per cui l’IA abbia conquistato il primo posto come fattore di crescita più citato per il 2025”.

I PUNTI DI FORZA DEL “FISICO”
Sebbene gli investimenti in nuove tecnologie vengano accolti con favore, solo il 38% dei retailer italiani ha dichiarato di permettere già ai clienti di acquistare e completare facilmente le transazioni attraverso i canali online e offline. Un ulteriore 16% dei business leader prevede di attivare questa possibilità nei prossimi 12 mesi e una percentuale simile (14%) ha asserito di avere in programma di offrire ai clienti esperienze esclusive in store. Il Retail Report 2025 di Adyen evidenzia che le tecnologie e le esperienze online stanno aprendo nuovi canali per i brand, permettendo loro di connettersi con i clienti. Il 37% delle persone si aspetta, infatti, di poter fare shopping presso un’azienda attraverso molteplici touchpoint, tra cui social media, app e store online. Ad esempio, quasi un terzo dei consumatori (29%) ha risposto di utilizzare i social media per fare acquisti.
Detto questo, il retail fisico recita un ruolo ancora rilevante: il 37% degli acquirenti italiani sceglie i negozi fisici, contro il 23% che, invece, preferisce riempire il carrello online. Vari i fattori che giocano a favore della modalità di commercio tradizionale: il 41% degli italiani ha affermato di voler vedere e toccare con mano il prodotto prima di effettuare l’acquisto, con un 40% che ha precisato di voler provare gli articoli prima di acquistarli. E tra i vantaggi del fisico a giudizio degli italiani c’è l’immediatezza, perché circa un terzo (31%) ha dichiarato di voler uscire dal negozio con il prodotto subito dopo l’acquisto.

OraSì, il plant based gioca la carta del gusto

Vivere il plant based non come alternativa, ma come esperienza quotidiana di gusto: è questo il messaggio al centro dello spot di OraSì, marchio di Unigrà. Con il claim “OraSì, il plant based all’italiana”, il brand di bevande e creme vegetali propone un viaggio visivo attraverso attimi di quotidianità sulle note di una reinterpretazione originale dell’Inno alla Gioia firmata da Sing Sing. La narrazione invita a sperimentare le sue referenze (Avena, Riso, Soia e Mandorla) intercettando diversi target – i giovani in cerca di nuove esperienze di gusto, le famiglie che condividono momenti di gioia, il mondo pre-family e i nuclei familiari consolidati – e diversi momenti della giornata, dal risveglio al relax serale, dalla colazione energizzante alla pausa caffè. Lo spot, girato dal duo Bellone & Consonni, è ideato dall’agenzia Leo, prodotto da Bedeschi Film e post-prodotto da Prodigious. La campagna è visibile su Tv, Tv connessa, digital e social. Strategia e pianificazione media sono a cura di Expansion Group.

Ferrero si rafforza nel better-for-you con le barrette Eat Natural

Il Gruppo Ferrero amplia la propria offerta nel mercato delle barrette grazie al brand Eat Natural, barrette a base di frutta secca ed essiccata, consolidando così la sua presenza nel segmento better-for-you insieme alle barrette proteiche Fulfil. Un passo che l’azienda definisce strategico per rispondere alle esigenze in evoluzione dei consumatori, con l’obiettivo di raggiungere una posizione da top player in Italia. Il mercato delle barrette (inteso come l’insieme di quelle di cereali, base frutta ed energetiche), che in Italia vale circa 262 milioni di euro (fonte: Circana, anno terminante aprile 2025, distribuzione moderna: Iper+Super+Lsp+Discount+Online), è in forte espansione, con una crescita costante che riflette la continua attenzione verso stili di vita più consapevoli. Nello specifico, il segmento delle barrette a base di frutta secca ed essiccata vale circa 74 milioni di euro (oltre il 28% del totale barrette) e ha registrato uno sviluppo dinamico: dal 2022 a oggi è aumentato del +34% a valore (fonte: Circana). Nel 2024 circa il 48% delle famiglie italiane ha comprato barrette con una frequenza media di 5 atti di acquisto annui (fonte: YouGov anno 2024).

La novità Eat Natural si inserisce all’interno del segmento better-for-you come una barretta realizzata principalmente con frutta secca ed essiccata, sia nella variante proteica che in quella tradizionale. Secondo Ferrero, il consumatore di oggi sceglie questi prodotti non solo per le proprietà nutrizionali, ma anche per il gusto e la praticità. Eat Natural, come Fulfil, si inserisce perfettamente in questa nuova direzione. Disponibili in grande distribuzione, le nuove barrette Eat Natural arrivano in quattro diverse varianti di gusto: Eat Natural Protein, nelle versioni arachidi e cioccolato fondente extra e arachidi, mandorle e caramello salato, fonte di proteine; Eat Natural Cioccolato Fondente Extra, con cioccolato fondente extra, mandorle, mirtilli rossi e cocco; Eat Natural Mandorle e Uva Sultanina, con arachidi e albicocche, contenente il 68% di frutta secca ed essiccata, tra le più alte del mercato.
Tutta la gamma è senza glutine, fonte di fibre e realizzata senza aromi artificiali, conservanti e coloranti. Ferrero precisa che le materie prime provengono direttamente dalla sua filiera, a garanzia della qualità e della tracciabilità del prodotto. La barretta da 40 g viene definita dall’azienda ideale per una pausa on the go. Capitolo prezzi: per quanto riguarda Eat Natural Protein, la confezione da 3 barrette da 40 g ha un prezzo consigliato di 3,79 euro, che scende a 3,59 euro per Eat Natural Cioccolato Fondente Extra ed Eat Natural Mandorle e Uva Sultanina. Eat Natural nasce 28 anni fa in Gran Bretagna, con l’idea di creare snack semplici e pratici da gustare. L’acquisizione del marchio da parte del Gruppo Ferrero nel 2021 segna un’importante tappa nel percorso di espansione nel mercato degli snack better-for-you, confermando la volontà di innovare andando incontro all’evoluzione dei gusti e delle preferenze dei consumatori.

Gli imballaggi in plastica si fanno pubblicità con lo sport

Comunicare i benefici dei packaging in plastica con argomentazioni dimostrabili, ma anche con un linguaggio accattivante, immediato e trasversale. Sono questi gli obiettivi della nuova campagna pubblicitaria di Pro Food, l’associazione che rappresenta il 70% della produzione italiana di contenitori per alimenti, con 14 aziende e 29 impianti produttivi. Attraverso inserzioni sulla stampa B2B, la campagna mette in luce gli aspetti positivi dell’uso della plastica nella filiera agroalimentare. Per farlo, le creatività usano la metafora dello sport, che rispecchia valori positivi e arriva immediatamente a pubblici trasversali, sia di professionisti che di consumatori, con un linguaggio diretto e chiaro senza scadere nel “greenwashing”. Ecco allora che ogni tipologia di packaging viene calata in uno scenario sportivo, per dire che gli imballaggi in plastica in un campo da golf “Amano il green” e rispettano l’ambiente, in un campo da basket “Giocano sempre i tempi supplementari” ed evitano gli sprechi, sotto la rete da beach volley “Sono bravi a fare muro” e garantiscono l’igiene, sul campo da calcio “Giocano in attacco” e generano valore, di fronte a una piscina “Amano la trasparenza” e ispirano fiducia.

La nostra azione di sensibilizzazione sugli imballaggi in plastica si basa su dati scientifici ed evidenze dimostrabili – sostiene Mauro Salini, Presidente di Pro Food –. Con questa campagna aggiungiamo un concetto dall’impatto emozionale. Il tema dello sport non è scelto per caso: così come dietro un atleta di successo ci sono talento e duro lavoro, anche un prodotto apparentemente semplice come una vaschetta in plastica ha alle spalle tecnologia, ricerca, investimenti e progettualità, rispondendo a requisiti economici, ambientali, funzionali ed estetici”.

Tra i suoi obiettivi la campagna vuole accendere anche i riflettori sul Regolamento Europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (PPWR – Packaging and Packaging Waste Regulation), la cui entrata in vigore rischia a giudizio di Pro Food di compromettere, oltre al comparto ortofrutticolo, anche il settore Horeca, attraverso l’adozione di misure definite ideologiche dall’associazione, perché non terrebbero conto delle funzioni che svolgono gli imballaggi in plastica e non solo, limitatamente alla sicurezza e alla shelf life dei prodotti. La campagna ha fatto il suo debutto sui mezzi di comunicazione dei settori ortofrutta, packaging e retail in occasione di Macfrut, il salone internazionale dell’ortofrutta tenuto a Rimini dal 6 all’8 maggio, e proseguirà nei prossimi mesi.

Esselunga apre una parfarmacia a Monza

Le parafarmacie di Esselunga salgono a 44 con l’inaugurazione presso il Superstore di viale Libertà a Monza. L’assortimento si compone di circa 2.500 referenze che comprendono non solo farmaci, dispositivi medici e articoli sanitari, ma anche articoli per la cura della persona, in particolare dermocosmetici e prodotti per capelli, oltre che integratori. La nuova parafarmacia è aperta al pubblico tutti i giorni, dalle 8.30 alle 20.

Esselunga ha una rete di oltre 190 negozi tra superstore, supermarket e il format laEsse, occupa oltre 28.000 dipendenti e ha un fatturato di 9,4 miliardi di euro, con più di 5,5 milioni di clienti fidelizzati.

Carrot Day, la filiera internazionale della carota a confronto

Un comparto in crescita, che si distingue per competitività e capacità di rispondere alle sfide del futuro, grazie a un buon equilibrio tra produzione, consumi ed export. È il ritratto della filiera della carota, emerso nel corso del Carrot Day, il convegno tecnico-scientifico organizzato da Cora Seeds, azienda sementiera italiana. A illustrare i numeri del settore, Mario Schiano Lo Moriello, Analista di Ismea. L’Europa, con una produzione media annua di 4,7 milioni di tonnellate (periodo 2016-2024) e un consumo sostanzialmente equivalente (4,68 milioni di tonnellate) presenta un sistema produttivo sostanzialmente autosufficiente. Germania, Polonia e Francia rappresentano i principali paesi produttori e consumatori. L’Italia ha un posizionamento fortemente competitivo: 11.000 ettari coltivati (di cui 1.000 bio) concentrati principalmente negli areali di Sicilia (27%), Lazio (19%), Abruzzo (16%) ed Emilia-Romagna (15%), una produzione di oltre 500 milioni di kg, un saldo commerciale positivo di 90 milioni di euro e una forte propensione all’export (+13% annuo nell’ultimo decennio). La carota italiana, con un consumo medio di 6 kg pro capite e una quota export del 20%, è sempre più orientata ai mercati esteri, in particolare Germania, Francia e Polonia. Schiano ha evidenziato il ruolo dell’Italia a livello globale – 5° paese esportatore di carote – grazie ad una quota export del 6% e un tasso di incremento medio del 13% registrato nell’ultimo decennio. Le sfide principali per la filiera restano la valorizzazione delle produzioni, la risposta a standard qualitativi sempre più elevati da parte della Gdo, l’adeguamento alle normative fitosanitarie europee sempre più restrittive e il rafforzamento della competitività nel panorama internazionale.

OBIETTIVO QUARTA GAMMA
Jan De Visser, Breeder di Cora Seeds, si è soffermato sulle sfide tecniche e le opportunità legate allo sviluppo genetico della carota, concentrando l’attenzione sul nuovo programma di breeding acquisito nel 2023 da KWS Vegetables. Si tratta di un progetto relativamente giovane, avviato nel 2010, che Cora Seeds ha integrato e rilanciato con l’obiettivo di sviluppare ibridi ad alte performance. Un’operazione che ha permesso all’azienda italiana di posizionarsi tra le prime 5-6 realtà mondiali nel breeding della carota. De Visser ha illustrato, nello specifico, l’approccio di Cora Seeds nello sviluppo di queste varietà, focalizzate su resistenze genetiche, adattamento ai cambiamenti climatici e compatibilità con sistemi produttivi a residuo zero. “Stiamo sviluppando soluzioni genetiche orientate al residuo zero e adatte alle produzioni di quarta gamma – ha spiegato De Visser – rispondendo così alle sfide dettate da normative europee sempre più restrittive e dal cambiamento climatico”.

L’EVOLUZIONE DEI CONSUMI
Altro aspetto fondamentale è l’evoluzione del prodotto nei canali della grande distribuzione organizzata e lungo la filiera produttiva. “Stiamo assistendo ad una fase di cambiamento nella filiera della carota e nelle filiere agricole in generale – ha affermato Matteo Mazzoni, Responsabile Vendite del Gruppo Mazzoni – per via di un cambiamento climatico via via più netto e una modifica dei consumi. I nostri mercati richiedono qualità e servizio sempre più evoluti; per far fronte a queste richieste necessitiamo di investimenti in tecniche, tecnologie e varietà”. Secondo Mazzoni, la carota oggi può essere considerata una “coltura dinamica” capace di generare valore lungo l’intera filiera, soprattutto se sostenuta da una genetica evoluta e da filiere integrate e trasparenti.

GENETICA DI PRECISIONE E SOSTENIBILITÀ
A chiudere il quadro tecnico, gli interventi di Massimo Pavan (Consorzio Carota Novella IGP) e Rodolfo Occhipinti (SATA), che hanno affrontato le sfide agronomiche sempre più complesse legate alla coltivazione della carota. La ridotta disponibilità di agro farmaci, unita alla crescente pressione derivante da patogeni e parassiti nonché le pressanti richieste di coltivare a residuo zero, pongono le aziende agricole in grosse difficoltà. “Serve un lavoro di sistema, dove genetica, tecnica colturale e sostenibilità ambientale si integrino per garantire qualità e competitività”, hanno sottolineato gli esperti.
L’evento riminese ha riunito oltre 70 partecipanti, tra cui esperti nazionali e internazionali, provenienti da Spagna, Germania, Paesi Bassi e Nord Europa, per confrontarsi su genetica, valorizzazione dei territori, sfide agronomiche e trend di consumo di una coltura chiave per il futuro dell’orticoltura. “Cora Seeds è da sempre impegnata nella promozione dell’innovazione e dello sviluppo sostenibile in orticoltura – ha dichiarato Maurizio Bacchi, Ceo dell’azienda –. Il Carrot Day rappresenta un’occasione fondamentale per condividere conoscenze, esperienze e le ultime frontiere della ricerca”. Cora Seeds è un’azienda italiana con 80 dipendenti, oltre 20 milioni di euro di fatturato (equamente diviso tra Italia ed export), e una presenza consolidata in oltre 50 Paesi, grazie a partnership strategiche con distributori locali. Con centri di Ricerca & Sviluppo in Italia, Turchia e Giordania, Cora Seeds è specializzata in sementi orticole ad alte performance, tra cui cipolla, anguria, pomodoro, finocchio, lattughino e appunto carota.

Paglieri, Barbara Bertoli alla guida della R&D

È Barbara Bertoli la nuova R&D Director di Paglieri, produttore piemontese di referenze per la cura del corpo, del bucato e della casa. In una nota, l’azienda sottolinea gli oltre vent’anni di esperienza multidisciplinare maturata dalla manager. Dopo aver diretto l’innovazione scientifica in aziende leader nella produzione cosmetica per la Gdo e il canale farmacia, Bertoli (nella foto in alto) ha affiancato alla sua attività manageriale anche un’intensa carriera accademica, oltre a conseguire certificazioni di alto profilo e a seguire percorsi specialistici in olfattiva applicata. Tra gli obiettivi del suo mandato, ci sono la valorizzazione delle materie prime d’eccellenza, rafforzare l’identità sensoriale del brand, sviluppare soluzioni eco-innovative e promuovere un’esperienza olfattiva evoluta per consumatori sempre più attenti a sostenibilità, trasparenza e autenticità.

Barbara porta con sé una visione sistemica della R&D, una solida cultura scientifica e un linguaggio contemporaneo del profumo che rispecchia i nostri valori – dichiara Debora Paglieri, Amministratrice Delegata di Paglieri –. La sua esperienza e la sua passione daranno nuova forza alla nostra vocazione olfattiva, unendo rigore e poesia nella creazione di ogni nuovo prodotto”.
Paglieri rappresenta un marchio storico capace di evolversi senza mai perdere il suo cuore emozionale – afferma Barbara Bertoli, R&D Director di Paglieri –. Entrare in Paglieri per me significa contribuire a un’eredità che profuma di emozioni, storie e bellezza. Una sfida che affronto con entusiasmo, responsabilità e dedizione, perché ogni prodotto è un modo di comunicare, di emozionare, di lasciare un segno nella quotidianità dei nostri consumatori”.

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