
L’agroalimentare italiano è un motore di sviluppo economico formidabile, caratterizzato da qualità e diversità dell’offerta, ma deve fare i conti con l’evoluzione dello scenario mondiale. Come? Diversificando i mercati di destinazione e guardando a oriente, dove entro il 2034 si concentrerà quasi un terzo della nuova domanda globale di alimenti. A dirlo è il Focus On “Food” realizzato dall’ufficio studi di Sace, la Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Uno studio che ha il merito di raccontare nel dettaglio i trend dell’agroalimentare italiano.
Presa nel suo insieme – dalle attività di coltivazione e allevamento, fino alla logistica e distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, passando per la produzione di macchinari agricoli e la trasformazione industriale – la filiera nel 2023 ha generato oltre 660 miliardi di euro fatturato e 141 miliardi di euro di valore aggiunto, grazie alle circa 791.000 imprese attive con oltre 3 milioni di occupati, di cui 580.000 nell’industria. L’Italia, forte delle numerose varietà regionali, vanta 858 prodotti agroalimentari e vitivinicoli a denominazione Dop, Igp e Stg, il numero più alto in Europa.
BENE IL CASEARIO E LE CARNI, FRENATA PER IL VINO
Tra il 2019 e il 2025 le vendite estere sono aumentate a un tasso annuo composto (Cagr) dell’8,1%, una performance migliore del 5% registrato dall’export complessivo. Il settore rappresenta anche una quota rilevante delle esportazioni italiane: 1 bene su 10 che varca i confini nazionali è agroalimentare. Il 2025 è stato ancora un anno di crescita: +5% (superiore al +3,3% del totale) che ha permesso di raggiungere i 72,5 miliardi di euro di valore esportato, di cui 62,5 miliardi di alimentari, bevande e tabacco e 10 miliardi di prodotti agricoli.
La buona performance ha ricevuto il contributo di rilevanti comparti, quali altri prodotti alimentari (+12,7%) – specie cioccolato e caramelle, tè e caffè, piatti e pasti preparati – prodotti agricoli (+9,4%), formaggi e latticini (+13,7%), carni (+10,4%) e prodotti da forno e farinacei (+3%). L’export di frutta e ortaggi è rimasto stabile, mentre è diminuito quello di bevande (-2,5%) – in particolare il vino (-3,7% a 7,8 mld di euro) – e oli e grassi (-8,6%) – su cui ha pesato la decisa flessione dell’olio di oliva (-20% a 2,5 mld di euro).
LA CLASSIFICA DELLE REGIONI
L’Emilia-Romagna è la prima regione per export con un valore di 13,1 miliardi di euro (+8% nel 2025), vantando specializzazione territoriali come l’ortofrutta di Ferrara, Forlì Cesena e Ravenna, i salumi di Modena e Parma e i prodotti alimentari e lattiero caseari di Parma e Reggio Emilia. Seguono Lombardia (11,8 miliardi di euro; +8%), dove si distinguono tra gli altri il latterio-caseario di Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova e Pavia, le carni e i salumi di Cremona e Mantova e il riso di Pavia; Veneto (10,5 miliardi; +4,8%), terra di vini, come quelli di Verona e il prosecco di Treviso, e delle carni e dei prodotti da forno di Verona; e Piemonte (10,2 miliardi; +8,6%), con i dolci e le nocciole di Cuneo e Torino, i vini di Cuneo, Asti e Alessandria.
Crescite a doppia cifra sono state registrate da Sicilia (1,9 miliardi; +11%) – dove emergono l’ortofrutta di Catania, il pomodoro di Ragusa e Siracusa e i vini e liquori di Agrigento, Palermo e Trapani – e Friuli-Venezia Giulia (1,8 miliardi; +11,6%) – con il caffè di Trieste, i vini e distillati di Udine, Pordenone e Gorizia, e il prosciutto crudo di Udine.
L’UNIONE EUROPEA RESTA LO SBOCCO PRINCIPALE
L’export di agroalimentare Made in Italy è concentrato soprattutto nei mercati vicini: circa il 59% è diretto verso i Paesi Ue, mentre la restante quota verso l’area extra-Ue. Nel dettaglio, Germania, Francia e Stati Uniti sono le principali destinazioni, accogliendo da sole quasi il 37% delle vendite del settore. Sia la domanda tedesca che quella francese sono risultate in ampio aumento (+7,2% a 11,2 miliardi di euro e +6,1% a 7,9 miliardi), sulla spinta di altri prodotti alimentari, prodotti agricoli e formaggi e latticini.
L’export verso gli Stati Uniti, invece, è risultato in contrazione (-4,5%), in particolar modo per le minori vendite di bevande, specie di vino. La performance negativa statunitense è stata penalizzata, prima, dal contesto di incertezza legato all’entrata in vigore delle politiche commerciali e, poi, dall’aumento dei dazi doganali. Significativa la crescita registrata dalla Spagna (+13,1%), diffusa a tutti i settori e trainata soprattutto dal maggior export di altri prodotti alimentari, carni e prodotti agricoli. Notevoli dinamiche sono state riportate anche da Paesi dell’Est Europa, come Polonia (+15,6%), Romania (+10,2%), Repubblica Ceca (+9,4%) e Croazia (+10,3%).
Performance molto favorevoli si sono registrate in mercati meno presidiati: in primis Turchia (+14%), dove sono richiesti sia prodotti trasformati sia ingredienti e semilavorati per l’industria alimentare locale – e Marocco (+71,2%), grazie alla modernizzazione della distribuzione alimentare e all’espansione del settore Horeca, trainata anche dal turismo internazionale.
PROSPETTIVE MOLTPO POSITIVE NEI PAESI ASIATICI
Secondo Marina Benedetti e Francesca Corti, le autrici del Focus On “Food” di Sace, le prospettive sono particolarmente positive per i Paesi asiatici, dove si concentrerà quasi un terzo della nuova domanda globale di alimenti entro il 2034. La classe media della Corea del Sud (+8,3%) sta sviluppando gusti sempre più sofisticati e attenzione alla qualità, all’origine e alla tracciabilità dei prodotti alimentari che consuma. Per questo motivo i consumatori stanno dirigendo la domanda verso i prodotti italiani, riconosciuti per la loro sicurezza alimentare in tutto il mondo, in particolare formaggi e latticini, prodotti da forno e oli e grassi.
Il Vietnam (+4,1%), grazie alla rapida urbanizzazione, all’aumento del reddito disponibile e all’espansione dell’Horeca, sarà un buon bacino di domanda, favorito anche dal ruolo del Paese come hub regionale nel sud‑est asiatico. L’espansione della classe media urbana e la progressiva occidentalizzazione delle abitudini alimentari sono i driver che guideranno l’aumento dell’export italiano di agroalimentare in India, soprattutto nei segmenti premium e nell’horeca internazionale.
LE TARIFFE DOGANALI SI ABBASSANO CON LE INTESE COMMERCIALI
La diversificazione dei mercati di destinazione è la strategia su cui devono puntare le imprese del settore per continuare a crescere a livello internazionale. In questo senso – sottolinea lo studio – si inserisce l’azione diplomatica e commerciale che ha portato l’Unione Europe a siglare i recenti accordi commerciali con Paesi Mercosur, tra cui il Brasile, India e Australia. In tutti e tre le intese, infatti, sono previste sostanziali riduzioni delle tariffe doganali sui prodotti agroalimentari, tradizionalmente penalizzati da barriere elevate, che favoriranno anche la crescita delle esportazioni italiane.


