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Parmigiano Reggiano bene all’estero, ma l’Italia non tiene il passo

Italia vs estero: il Parmigiano Reggiano è chiamato a giocare due partite molto diverse. Perché se la domanda internazionale continua a crescere facendo segnare +2,7% nel 2025 e arrivando a rappresentare oltre la metà del sell-in complessivo (50,5%), il mercato domestico vede calare, e di tanto, i volumi: -10% negli scorsi 12 mesi. In termini di valore, il giro d’affari al consumo complessivo ha raggiunto invece i 3,96 miliardi di euro.
Cosa è accaduto nel mercato interno? Secondo il Consorzio Parmigiano reggiano, l’aumento dei prezzi al consumo ha determinato in Italia una riduzione della frequenza di acquisto e delle quantità per singolo atto, pur mantenendo stabile la base dei consumatori e sostenendo il valore complessivo. In pratica il prodotto non perde acquirenti nelle famiglie italiane, ma viene comprato meno spesso e in porzioni più contenute: il risultato è appunto quella flessione dei volumi pari a circa il 10%, a fronte di una sostanziale tenuta del giro d’affari.

IN CRESCITA LE QUOTAZIONI ALL’ORIGINE
Sul fronte dei prezzi, prosegue il rafforzamento delle quotazioni all’origine: per il 12 mesi la media annuale si è attestata a 13,22 €/kg (+20,6% vs 2024), mentre per il 24 mesi l’aumento è stato del +24,8%, passando da 12,50 €/kg a 15,59 €/kg nel 2025.
La produzione cresce rispetto all’anno precedente, attestandosi a 4,19 milioni di forme contro i 4,079 milioni del 2024 (+2,7%). Parma si conferma prima provincia per volumi produttivi (1,391 milioni di forme), seguita da Reggio Emilia (1,242 milioni di forme), Modena (0,918 milioni di forme), Mantova (0,524 milioni di forme) e Bologna (0,115 milioni di forme).

LA GDO È IL PRIMO CANALE, HORECA ANCORA MARGINALE
La quota Italia si attesta al 49,5% (osservatorio Sell-In Nielsen). A livello distributivo, la Gdo si conferma primo canale (65,5%), seguita dall’industria (17,3%), sostenuta dalla crescente diffusione dei prodotti contenenti Parmigiano Reggiano come ingrediente. Il canale Horeca si conferma ancora marginale, attestandosi al 6,7% del totale, ma con ampi margini di crescita. Il restante 10,5% è distribuito negli altri canali di vendita.

UNA DOP SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE
Il 2025 segna un ulteriore passo nel percorso di internazionalizzazione della Dop: la quota export supera la metà del totale, attestandosi al 50,5% (pari a 74.980 t.), con una crescita del +2,7%. Tra i principali mercati, performance positive si registrano nel Regno Unito (+7,8%, 8.400 t.), in Canada (+8,3%, 3.900 t.) e Svezia (+8,8%, 2.500 t.). Anche gli Stati Uniti hanno confermato un trend positivo (+2,3%, 16.800 t.), mentre sono rimasti stabili i volumi destinati a Francia (-0,3%, 14.800 t.), e Germania (+0,1%, 10.400 t.).

NEGLI USA DAZI AL 25%
Proprio negli Stati Uniti (primo mercato estero per il Parmigiano Reggiano) il quadro resta complesso. La recente introduzione di dazi aggiuntivi, che si sommano alla tariffa storica del 15%, ha portato il livello complessivo al 25%, con la possibilità di ulteriori incrementi. A ciò si aggiunge una forte incertezza normativa e operativa, che sta rallentando le importazioni: molti operatori attendono maggiore chiarezza prima di procedere con nuovi ordini. Una situazione che, insieme alle tensioni geopolitiche, rappresenta un elemento di rischio per il 2026.

OLTRE 34 MILIONI DI INVESTIMENTI IN MARKETING
In questo contesto, il Consorzio continua a investire sul posizionamento globale della marca. Con investimenti pari a circa 34,3 milioni di euro in marketing e comunicazione, Parmigiano Reggiano rafforza il proprio ruolo di specialità premium e prosegue nel percorso di affermazione come brand iconico del Made in Italy. Centrale resta il lavoro sulla distintività della Dop, attraverso una maggiore informazione al consumatore su stagionatura, origine, processo produttivo e caratteristiche organolettiche.

IL CONSORZIO PUNTA SUL TURISMO
Sempre sul fronte marketing, il “Progetto Turismo”, presentato oggi 26 marzo, mira a segnare un’evoluzione strategica per il Consorzio: il Parmigiano Reggiano diventa una vera e propria destinazione. Si tratta della prima iniziativa organica di sistema che valorizza il territorio come leva di costruzione di marca, integrando caseifici, aziende agricole, ospitalità ed esperienze gastronomiche. Il progetto punta a intercettare e sviluppare un flusso turistico dedicato all’interno di un territorio che registra già circa 4 milioni di visitatori l’anno, con l’obiettivo di passare da circa 85.000 a 300.000 visitatori entro il 2029.
Il piano prevede investimenti diretti del Consorzio, interamente privati e non supportati da fondi pubblici, con l’obiettivo di strutturare l’offerta di accoglienza e rafforzare il legame tra prodotto e territorio, trasformando il Parmigiano Reggiano in un’esperienza oltre che in un’eccellenza gastronomica.

UN’ICONA DEL MADE IN ITALY
Il 2025 conferma che il Parmigiano Reggiano è sempre più un prodotto internazionale, con una quota export che ha superato la metà del totale e un posizionamento premium riconosciuto nei principali mercati – dichiara Nicola Bertinelli, Presidente del Consorzio Parmigiano reggiano –. Stiamo facendo un grande lavoro per rafforzare il Parmigiano Reggiano come icona globale del Made in Italy, capace di generare valore e garantire una buona remunerazione per la filiera. Allo stesso tempo, dobbiamo affrontare alcune sfide importanti: da un lato la contrazione dei consumi in Italia; dall’altro una situazione internazionale complessa, che ci penalizza in particolare negli Stati Uniti, dove l’incertezza normativa sui dazi e le tensioni geopolitiche stanno rallentando gli scambi. In questo scenario, sarà fondamentale continuare a investire sulla crescita nei mercati internazionali e sulla valorizzazione della distintività del nostro prodotto”.

Frena l’export globale di Gorgonzola: -2,14% nel 2025

Segno meno per le esportazioni di Gorgonzola Dop nel 2025. L’anno si è chiuso con 25.445 tonnellate inviate oltre confine, pari 39% circa della produzione annuale (dati Clal), ma in flessione del 2,14% sul 2024. Tra i primi tre Paesi in assoluto per volumi di Gorgonzola Dop importati nel 2025, crescono la Francia (511.494 forme, +2,38%), che da sola assorbe circa un quarto dell’export globale, e la Spagna (175.580 forme, +3,17%), mentre crollano le spedizioni verso la Germania (432.793 forme, -6,9%), secondo mercato estero per importanza.
Calano le esportazioni di Gorgonzola anche verso il rilevante mercato dei Paesi Bassi (90.737 forme, -16%) così come quelle dirette verso i principali Paesi dell’Est europeo: Polonia (-1,9%), Romania (-15,7%) e Ungheria (-7,61%), mentre si registrano gli exploit del mercato lettone (+153%) e di quello danese (+25%).

CALO NEGLI USA, OTTIMA PERFORMANCE IN CANADA
Nell’Europa geografica è negativa la performance del Regno Unito (38.314 forme; -6,58%), mentre cresce dell’8,8% il Lussemburgo che con 113.952 forme importate diventa il quarto mercato di riferimento per il Gorgonzola su base mondiale.
Nel resto del mondo diminuisce l’export verso gli USA (31.440 forme; -2,62%) che nella seconda metà del 2025 hanno imposto dazi sulle importazioni dei prodotti UE, mentre è estremamente positiva la performance del Canada (+113%). In Estremo Oriente si conferma il grande interesse per il Gorgonzola Dop da parte dei giapponesi, in grandissima maggioranza intolleranti al lattosio, che nel 2025 hanno importato 41.758 forme con una crescita del 2,5%. Paesi con crescita a tre cifre nel 2025 sono stati Perù, Kazakistan e Vietnam.

CRITICITÀ DA ANALIZZARE E COMPRENDERE
Come interpretare la battuta d’arresto complessiva? Tra le principali cause, Antonio Auricchio, Presidente del Consorzio per la Tutela del Formaggio Gorgonzola Dop (nella foto a destra), annovera diversi fattori, tra cui il clima di incertezza internazionale, la contrazione dei consumi su diversi mercati, gli aumenti della materia prima e dell’energia: “È un calo che non ci allarma, anche perché riguarda l’intero comparto e non è certo indicativo di una minore affezione verso il formaggio Gorgonzola. Tuttavia, si è accesa una spia rossa e se ci sono delle criticità vanno analizzate e comprese”.

IL CLIMA DI INCERTEZZA NON AIUTA
Per Auricchio il tema del calo di competitività delle aziende produttrici esiste ed è da imputare al clima di sfiducia dei consumatori su cui pesa una congiuntura internazionale instabile segnata da tensioni geopolitiche, protezionismo crescente e relazioni internazionali deteriorate dai troppi conflitti con il conseguente aumento dei costi energetici. “Il blocco dello stretto di Hormuz – prosegue Auricchio – non è da sottovalutare perché comporterà un aumento dei costi energetici potenzialmente incontrollabile, anche nei tempi. C’è molta incertezza e questo complica le scelte degli imprenditori, che sono naturalmente portati a pianificare sul lungo periodo, e angoscia i consumatori che si rivolgono a beni rifugio come l’oro”.
Nessun allarme, dunque, ma una riflessione va fatta. “Occorre agire tutti insieme – conclude Auricchio – agricoltori, produttori, consorzi e classe politica per contrastare questo clima di incertezza e intervenire, laddove possibile, per sostenere concretamente le produzioni Made in Italy”.

Culatello di Zibello Dop, la produzione cresce del 12%

Fatturato al consumo di 24 milioni di euro, sfiorando così il record del 2022 (25,2 milioni), e un aumento della produzione del 12%: sono alcuni dei principali numeri comunicati dal Consorzio di Tutela del Culatello di Zibello Dop, all’interno del consuntivo sui dati economici del comparto relativi al 2025. L’ente di tutela racchiude tutte le 20 aziende produttrici della Dop e ha chiuso l’anno con 82.570 culatelli sigillati, in crescita del 12% rispetto ai 73.550 del 2024.

PREZZI ELEVATI PER LA MATERIA PRIMA
I chilogrammi certificati a destinati al Culatello di Zibello sono stati 330.000, con un valore alla produzione di 12,5 milioni di euro. Cresce anche il fatturato al consumo, che dai 18,5 del 2024 sale a 24 milioni di euro. “Siamo molto soddisfatti dell’anno appena concluso – ribadisce Romeo Gualerzi, Presidente del Consorzio di Tutela (nella foto a destra)  –. Nonostante il prezzo della materia prima sia rimasto molto alto, sfiorando i 6 euro al chilo e ricordando che nel 2020 non arrivava a 4 euro, abbiamo avuto maggiore disponibilità; inoltre un mercato più stabile e i numeri costanti dell’affettato hanno garantito ai consorziati una rinnovata fiducia nel poter aumentare la produzione.
Nel 2025 il Consorzio ha immesso sul mercato 1,06 milioni di vaschette – in linea con l’anno precedente – destinando 34.392 culatelli al preaffettato, ovvero il 41,5% dell’intero volume con un fatturato derivante superiore ai 12 milioni di euro.

LA PESTE SUINA IMPATTA SULL’EXPORT
Le sfide per il Consorzio per quest’anno sono concentrate soprattutto sull’export, dove la peste suina africana continua a rappresentare un importante scoglio burocratico: “Mercati come Giappone e Cina al momento sono inaccessibili – osserva Gualerzi –. Questo nonostante da due anni gli allevamenti di suini scelti per la Dop non abbiano registrato alcun caso di Psa. Purtroppo, la massiccia presenza di cinghiali sul territorio parmense continua a essere un problema che andrà necessariamente risolto per aprirsi nuovamente ai mercati di riferimento.

UE E SVIZZERA I PRINCIPALI MERCATI ESTERI
Nei dati economici 2025, il Consorzio ha dichiarato comunque un export del 25%, dove i Paesi dell’area UE (in primis Francia e Germania), insieme con la Svizzera, rappresentano l’88% della quota estero. Ma cresce anche il Nord America, con Canada e Stati Uniti (6% complessivo). Infine, per quanto riguarda i canali di commercializzazione, il normal trade si conferma quello principale con una quota pari al 60% del comparto, mentre la grande distribuzione organizzata rappresenta il restante 40%.

Effetto dazi sul vino, export calato del 3,7% nel 2025

La notizia era ampiamente attesa, alla luce dell’instabilità del quadro internazionale aggravata dalla tempesta dazi, ma non per questo è meno importante: nel 2025 le esportazioni di vino italiano sono diminuite sia volume che a valore. Lo scorso anno si è chiuso con un totale di 21 milioni di ettolitri spediti (-1,9% rispetto al 2024) per un controvalore di 7,78 miliardi di euro (-3,7%). Lo rileva l’Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv) sulla base dei dati rilasciati dall’Istat.
Nel complesso, il gap per il vino rispetto allo scorso anno segna -300 milioni di euro, per un saldo attivo con l’estero che, pur rimanendo nella top 5 dei principali comparti del made Italy per bilancia commerciale, scende del 4,3% (a 7,2 miliardi di euro).

PESA IN NEGATIVO LA SVALUTAZIONE DEL DOLLARO
La performance del vino italiano a valore è stata fortemente condizionata dai dazi statunitensi e dalle dinamiche da essi innescate nel secondo semestre, come la svalutazione del dollaro: il mercato Usa (-9,2%, a 1,76 miliardi di euro) si contrae di 178 milioni di euro che pesano per quasi il 60% sul deficit rispetto all’anno precedente. L’extra-Ue paga il 6,4% (-11,6% nel secondo semestre) e chiude a 4,6 miliardi di euro, mentre tengono i mercati Ue (+0,5%), a quasi 3,2 miliardi di euro.

NON SOLO USA: SEGNO MENO ANCHE PER UK E CANADA
Tra i top 12 Paesi terzi – rileva l’Osservatorio – è solo il Brasile a segnare luce verde per il vino italiano con una crescita del 3,8%. Segno meno, oltre agli Usa, anche per gli altri principali mercati della domanda: -3,9% UK, -5,9% Canada, -4,2% Svizzera, -16% Russia. Diverso lo scenario Ue, dove tiene la Germania (+0,6%, a 1,1 miliardi di euro) e crescono ancora la Francia (+3,6%) e i Paesi Bassi (+5,6%). Tra le regioni, segno negativo per le 3 capofila: il Veneto a -1,2% (2,9 miliardi di euro), la Toscana (-2%) e il Piemonte (-2,2%). Lato tipologie, a valore perdono meno gli spumanti (-2,5%, 2,3 miliardi di euro) dei fermi e frizzanti (-4,3%, a 5 miliardi di euro).

RIPARTIRE DAL MERCATO UE
L’Europa ha calmierato la perdita – sintetizza Lamberto Frescobaldi, Presidente Uiv – e proprio da qui dobbiamo ripartire: il mercato interno offrirebbe enormi margini di crescita se si superasse la babele legislativa che impone di fatto un dazio interno al 45% sui beni manifatturieri. La ‘sveglia’ generata dai dazi ci impone di fare ordine in casa nostra e allo stesso tempo di allargare l’orizzonte dei mercati terzi, con attivismo commerciale, approccio manageriale e condivisione strategica con le istituzioni”.

LA FRANCIA FA PEGGIO DI NOI
Le difficoltà incontrate nei Paesi terzi nel secondo semestre sono senza precedenti – aggiunge Paolo Castelletti, Segretario Generale Uiv –, in particolare negli Usa si registra un calo nel periodo che sfiora il 23% e punte del -28% dei rossi fermi in bottiglia, oltre a una contrazione del prezzo medio del 10,8%. Una condizione anomala del mercato che si riflette anche nelle dinamiche accusate dai competitor: la Francia, che rimane primo supplier con 1,9 miliardi di euro, chiude l’anno con un calo doppio rispetto al nostro (-18,8%, -39,1% nel secondo semestre). Paradossalmente l’Italia, perdendo meno degli altri, si ritrova con quote di mercato più alte rispetto all’anno scorso. Una vittoria di Pirro che avremmo preferito conseguire attraverso la crescita”.

Il Prosciutto di San Daniele Dop cresce del 6% sui mercati internazionali

Effetto dazi al contrario. Il Prosciutto San Daniele Dop chiude positivamente il 2025 in termini di esportazioni, crescendo nettamente anche negli Stati Uniti, dove è presumibile che la politica protezionista dell’amministrazione Trump abbia indotto ad anticipare una parte di acquisti. Sta di fatto che a livello globale le spedizioni sono salite del 6% per un totale di circa 460.000 prosciutti destinati all’estero. Il totale del prodotto esportato ha raggiunto il 18% rispetto alle vendite complessive.
Francia e Stati Uniti si confermano i principali sbocchi commerciali, rappresentando ciascuno il 23% del totale esportato. Seguono Germania con il 12%, Australia con il 10%, Svizzera e Belgio entrambe al 7%, quindi Austria al 4%.

BENE IN USA, GERMANIA UK
Significativo l’incremento a volume degli Stati Uniti, che fanno segnare +20% rispetto all’anno precedente, mentre è pari al +15% la crescita registrata in Germania. Dati che evidenziano il rafforzamento del prodotto in due dei principali mercati strategici. Dinamiche particolarmente positive si rilevano anche nel Regno Unito (+37% a volume) che riprende pienamente quote di mercato un tempo erose a causa della Brexit.
Inoltre, il Prosciutto San Daniele Dop si consolida in nuovi mercati europei come Paesi Bassi (+49%) e Polonia (+83%) a testimonianza di un’espansione maggiore con ottime performance degli ultimi anni. Si registrano invece flessioni in Australia e in Brasile, a causa di esportazioni altalenanti e contrazioni dei mercati locali.
La distribuzione geografica dell’export mostra oggi un equilibrio tra Unione Europea ed extra UE: il 52% delle esportazioni è destinato ai Paesi comunitari mentre il 48% raggiunge mercati al di fuori dell’Unione, quota in crescita di tre punti percentuali rispetto a cinque anni fa. Un dato che conferma il progressivo rafforzamento del Prosciutto di San Daniele Dop sui mercati internazionali più dinamici.

IL DISOSSATO PREVALE SULLA VASCHETTA
Dal punto di vista dei formati il 77% delle esportazioni riguarda prosciutti disossati mentre il 23% è rappresentato da confezioni in vaschetta. La prevalenza del disossato riflette le esigenze logistiche e distributive dei mercati esteri mentre il segmento del pre-affettato continua a rappresentare una componente significativa dell’offerta internazionale ready-to-go per il consumatore.
“La crescita registrata sui mercati esteri del 2025 conferma il valore e la riconoscibilità del Prosciutto di San Daniele Dop a livello internazionale – dichiara il Presidente del Consorzio Nicola Martelli –. Negli Usa il San Daniele registra andamenti molto positivi con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente anche per il fatto che l’imposizione dei dazi statunitensi ha probabilmente anticipato le vendite prima che i dazi fossero applicati nel secondo semestre dell’anno. Tra i primi quattro principali Paesi di esportazione si trovano quindi i mercati tradizionali come Francia e Germania e mercati extra UE come Usa e Australia che dimostrano come il rafforzamento delle contrattazioni, anche nei paesi terzi, rappresenti un segnale importante per la competitività del comparto e per la valorizzazione dell’eccellenza che il nostro prosciutto esprime”.

Innovazione limited edition in UK per Raviolificio Scoiattolo

Due edizioni limitate sviluppate esclusivamente per il mercato britannico e destinate a Morrisons, una delle principali insegne della Gdo inglese. Il Raviolificio Scoiattolo dà prova della sua capacità di interpretare le esigenze dei mercati esteri e di tradurle in soluzioni su misura per la grande distribuzione con un’abbinata davvero particolare. Le due referenze sono pensate per celebrare prima San Valentino e poi la Festa della Mamma e Pasqua: per questo saranno in promozione nel mese di febbraio e fino ai primi di aprile in circa 280 punti vendita nel Regno Unito.

UN RAVIOLO A FORMA DI CUORE, CON RIPIENO BRITISH
Il primo prodotto, disponibile fino al 9 marzo, è un raviolo a forma di cuore, che nasce da uno stampo studiato ad hoc per ottenere un formato di circa 16 grammi, con una parte centrale ampia capace di contenere fino al 50% di ripieno, valorizzandone gusto e texture.
Il ripieno, di ispirazione tipicamente anglosassone, è a base di guancia di bovino cotta a lungo in brasiera con alloro fresco, misto soffritto e vino rosso. La carne viene cotta intera, senza essere macinata, per preservarne la naturale fibrosità, che rimane visibile all’apertura del raviolo. Il colore scuro del ripieno, punteggiato dalla verdura del soffritto, e il profumo intenso richiamano immediatamente una carne a lunga cottura, come vuole la tradizione gastronomica d’oltremanica. Un prodotto gourmet, pensato per il banco gastronomia, proposto a un prezzo promozionale di 2,50 sterline.
Accanto alla referenza salata, Scoiattolo ha sviluppato una seconda proposta dolce, disponibile dal 2 marzo fino al 6 aprile, che gioca sulla novità del ripieno: un classico formato come il Gran Panzerotto, ma con un cuore di cioccolato fondente. L’idea nasce dal desiderio di sviluppare un raviolo dal profilo dolce, il cui ripieno fosse capace di richiamare l’esperienza del soufflé, con un cuore cremoso, in grado di sciogliersi in fase di cottura, offrendo una diversa interpretazione della pasta fresca ripiena. Una proposta distintiva e ancora poco esplorata nella categoria, pensata per rispondere alle aspettative del mercato di riferimento.

DAL CONTINUATIVO AI PRODOTTI PER INCURIOSIRE I CONSUMATORI
Siamo entrati in Morrisons ad ottobre 2025 – racconta Alessandro Pedretti, Key Account Director di Scoiattolo – dopo molti mesi di lavoro, con diverse referenze a marchio Scoiattolo in continuativo su tutto l’anno, proposte adeguate al mercato e con un posizionamento mirato. Questo è stato possibile grazie alla fiducia dei buyer e dei category manager dell’insegna, che hanno visto in noi il partner ideale per arricchire con prodotti qualitativi e made in Italy il loro deli counter. Questo ci ha permesso di aumentare la presenza del nostro brand in UK, già da tempo sugli scaffali di Costco. Insieme abbiamo poi studiato due referenze preziose, golose e distintive, in edizione limited per un breve periodo e legate a ricorrenze ben precise, in grado di incuriosire i consumatori e di variare l’offerta a banco”.

L’EXPORT INCIDE PER IL 70%
Le due limited edition rappresentano un esempio concreto della capacità di Scoiattolo di innovare formato, ricetta e processo produttivo per rispondere alle esigenze della grande distribuzione internazionale. Un approccio che ha permesso all’azienda di consolidare la propria presenza all’estero e di sviluppare progetti su misura per mercati con gusti, abitudini di consumo e occasioni d’acquisto differenti.
Oggi l’export rappresenta circa il 70% del fatturato di Scoiattolo, a conferma di una strategia fortemente orientata ai mercati internazionali. La crescita è trainata in particolare da USA e Canada, dove il brand è presente dal 2019, e dall’ingresso più recente, nel 2023, nei mercati asiatici e neozelandesi. Parallelamente, Scoiattolo collabora da molti anni con alcuni dei principali marchi della grande distribuzione in Olanda, Francia, Danimarca, Norvegia, Svezia, Spagna e Germania.

IL TAILOR MADE PAGA, ANCHE A VOLUME
I volumi destinati all’estero sono cresciuti in modo significativo, passando dai 11,3 milioni di kg del 2022 ai 14,2 milioni di kg del 2024, per un valore complessivo di oltre 48 milioni di euro. Un risultato costruito nel tempo e dovuto – secondo l’azienda – a una forte capacità di ricerca e sviluppo, a un approccio tailor made e a un ricco assortimento che conta oggi oltre 250 ricette, 30 formati e 50 referenze complessive a marchio Scoiattolo commercializzate nel mondo.

Simest sostiene con 300 milioni gli investimenti negli Usa

L’obiettivo è quanto mai importante, soprattutto in tempi di dazi e di un’amministrazione Trump che ha nell’imprevedibilità la sua cifra più evidente. Simest la società del Gruppo CDP per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, comunica l’avvio della Misura Stati Uniti. Si tratta di un’offerta integrata da 300 milioni di euro dedicata al sostegno degli investimenti diretti e alla crescita del tessuto produttivo italiano nel mercato statunitense, attraverso risorse proprie e pubbliche del Fondo 394, gestito da Simest in convenzione con la Farnesina.
L’iniziativa si inserisce nel quadro del Piano d’Azione per l’Export promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e risponde all’esigenza di rafforzare la presenza nel secondo mercato di esportazione per le imprese italiane e il primo mercato in ambito extra UE.

INTERVENTI DIRETTI DI PARTECIPAZIONE NEL CAPITALE
Attraverso la Misura, Simest potrà effettuare interventi diretti di partecipazione nel capitale di controllate statunitensi di imprese italiane, finalizzati a sostenere l’insediamento negli Usa o lo sviluppo di joint venture con partner locali, anche attraverso soluzioni tailor-made in funzione delle caratteristiche dell’impresa e delle esigenze di consolidamento sul mercato statunitense dell’impresa, con 100 milioni a disposizione di tale operatività.
In aggiunta, sono disponibili ulteriori fondi a valere su risorse del Fondo 394 destinati ad interventi nell’equity di start-up e Pmi innovative che intendono svilupparsi negli Stati Uniti.

FINANZA AGEVOLATA CON CONDIZIONI RAFFORZATE
Accanto all’equity, per sostenere l’insediamento diretto e lo sviluppo commerciale in loco, la Misura Stati Uniti mette a disposizione 200 milioni di euro di finanza agevolata a valere sul Fondo 394, a favore delle imprese che realizzano progetti di investimento negli States e delle imprese con interessi nell’area.
Tra gli elementi distintivi della Misura:

  • una quota di cofinanziamento a fondo perduto fino al 10% dell’intervento agevolativo;
  • un incremento al 50% della quota del finanziamento erogata in anticipo;
  • una maggiore flessibilità nella durata dei finanziamenti, estendibile fino a 8 anni attraverso l’estensione del periodo di rimborso, in linea con le esigenze del mercato Usa;
  • per le imprese che esportano, importano, sono presenti o intendono investire nel Paese, un rafforzamento degli strumenti a supporto della capitalizzazione delle controllate statunitensi, per sostenere piani di crescita strutturali.

PIÙ COMPETITIVITÀ AL MADE IN ITALY
La Misura, che valorizza le sinergie con gli strumenti del Gruppo CDP per gli investimenti all’estero, viene definita come un’importante azione del Sistema Italia, guidato dalla Farnesina e composto da Cassa Depositi e Prestiti, Simest, Sace e Ice, volta a rafforzare l’ecosistema pubblico a supporto dell’internazionalizzazione.
Con la Misura Stati Uniti, Simest intende consolidare il proprio ruolo di partner strategico delle imprese italiane, contribuendo a preservare e rafforzare la competitività del Made in Italy in uno dei mercati chiave a livello globale.

Export agroalimentare italiano a un passo dai 70 miliardi di euro

Il settore agroalimentare italiano resta competitivo sullo scacchiere internazionale, con numeri in crescita anche nel 2025 che dovrebbe chiudersi con un export superiore ai 70 miliardi di euro, soglia mai raggiunta finora. Ma ha un problema, reso ancora più di attualità dal protezionismo trumpiano: la sostanziale dipendenza da pochi grandi mercati. L’Italia è oggi il nono esportatore mondiale per valore (67,2 miliardi di euro nel 2024) e secondo Paese per crescita nell’ultimo quinquennio, con un aumento del 55%. Una crescita diffusa su quasi tutti i mercati, con risultati particolarmente rilevanti in Polonia (+112%), Spagna (+74%) e Stati Uniti (+69%). Ma la concentrazione geografica è forte: i primi cinque mercati di destinazione — Germania, USA, Francia, UK e Spagna — rappresentano ancora il 50% dell’export complessivo. Riuscire a diversificare sarà fondamentale in una fase caratterizzata da molteplici fattori di incertezza e complessità, in cui gli equilibri commerciali globali si stanno rivelando sempre più fragili.
Le stime del 2025 sono comunque positive: secondo uno studio Nomisma, i dati gennaio-settembre mostrano una crescita per l’export agroalimentare italiano del +5,7% rispetto allo stesso periodo del 2024, segnale che il comparto dovrebbe superare per la prima volta la soglia dei 70 miliardi di euro. Un record – se così sarà – trainato soprattutto dai mercati dell’Unione Europea (+9%), con ottime performance in Polonia (+17,3%), Romania (+11,1%), Repubblica Ceca (+9,1%) e Spagna (+14,5%). Meno brillante la crescita extra UE (+4%), frenata dai cali registrati negli Stati Uniti (-1,1%), in Russia (-8%) e in Giappone (-13%).

PESA LA SVALUTAZIONE DEL DOLLARO
Il calo dell’export agroalimentare negli USA è legato principalmente alla svalutazione del dollaro (oltre -10% da inizio anno) e all’incertezza generata dalle politiche daziarie dell’Amministrazione Trump, che hanno provocato un andamento altalenante: una forte crescita nei primi tre mesi dell’anno dovuto all’effetto scorte e un crollo fino al -22% in agosto, con l’introduzione del dazio aggiuntivo del 15% su alcuni dei nostri prodotti.
Nonostante ciò, gli Stati Uniti restano un mercato strategico e difficilmente sostituibile per il food & beverage italiano. Con un Pil pro capite prossimo ai 90.000 dollari e una spesa alimentare annua di oltre 4.500 dollari a persona, gli USA importano 211 miliardi di dollari di prodotti agroalimentari, con una crescita del 50% negli ultimi 5 anni. Gli acquisti di prodotti agroalimentari italiani sono aumentati del 66% tra il 2019 e il 2024 e oggi l’Italia è il terzo fornitore con una quota di quasi il 4%, dopo Canada e Messico che congiuntamente pesano per oltre il 40% sull’import agroalimentare statunitense.

IL DIFFERENZIALE DI PREZZO NEGLI USA
La rilevanza del mercato Usa per l’export italiano è stata analizzata da Nomisma attraverso il confronto incrociato – per singolo prodotto – tra la crescita nell’export a volume degli ultimi 5 anni, il differenziale esistente tra il prezzo medio all’export negli USA rispetto alla media mondiale e il peso assunto dal mercato statunitense sull’intera categoria. Dall’analisi è emerso come per due categorie di prodotti in particolare, ovvero i derivati della carne e la cioccolata, il differenziale di prezzo sia superiore al 40% così come la crescita nei volumi esportati risulti maggiore del 50%.
Per olio d’oliva, vini fermi e frizzanti imbottigliati, liquori e aceti l’incidenza del mercato USA è superiore al 25% del nostro export a livello mondiale, con un differenziale di prezzo intorno al 30%, a dimostrazione di quanto il mercato americano risulti “attrattivo” e profittevole per le imprese italiane.

DIVERSIFICARE È UNA PRIORITÀ
Per ridurre i rischi e rafforzarne la crescita futura, diventa quindi fondamentale ampliare la presenza dell’agroalimentare Made in Italy in altri contesti. “Per quanto il mercato statunitense sia insostituibile per il nostro export agroalimentare – premette Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare Nomisma – vi sono paesi che nell’ultimo decennio hanno incrementato le importazioni di nostri prodotti food & beverage a tassi medi annui superiori al 12%, in particolare Messico, Polonia, Romania, Corea del Sud ma anche Australia e Brasile, dove i nostri prodotti possono fare leva, oltre che sull’elevata qualità, su asset di sviluppo come la presenza di una nutrita comunità di origine italiana ma anche di ristoranti di cucina italiana, oggi ad un passo dal diventare ufficialmente patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco. In un contesto economico sempre più instabile, l’agroalimentare italiano conferma la propria forza e la capacità di espandersi oltre confine, ma la sfida per i prossimi anni sarà diversificare, innovare e cogliere le nuove opportunità offerte dai mercati esteri”.
In questo contesto, un ruolo decisivo potrà essere svolto dai nuovi accordi di libero scambio. L’intesa UE–Mercosur, che coinvolge 260 milioni di persone e oltre 3.000 miliardi di dollari di Pil, secondo Nomisma rappresenta un’opportunità per le aziende italiane, considerando che il nostro export agroalimentare verso quest’area già oggi vale 440 milioni di euro (+68% negli ultimi cinque anni). Ulteriori prospettive arrivano dalla chiusura del negoziato con l’Indonesia, mercato da 287 milioni di abitanti, dove l’export italiano ha già raggiunto i 90 milioni di euro, con una crescita del +58% dal 2019.

IL FATTURATO CRESCE PIÙ DELLA MARGINALITÀ
Altro aspetto interessante – messo in luce da Crif, che con Nomisma ha realizzato la piattaforma Agrifood Monitor – è l’andamento di alcuni fondamentali indicatori finanziari con riguardo all’industria alimentare italiana. Il fatturato del comparto mostra tassi di crescita superiori rispetto alla mediana italiana. Sul fronte della marginalità, anche per effetto dell’inflazione sulla componente di energia e materie prime, il progresso rispetto al pre-Covid è risultato meno marcato nel confronto con il dato nazionale.
Dal punto di vista finanziario, invece, il comparto ha solo parzialmente ampliato la propria flessibilità finanziaria, a dispetto di quanto avvenuto in modo più marcato in altri settori. Ciononostante, il debito finanziario continua a risultare sostenibile, con un rapporto debito finanziario lordo su Ebitda mediamente pari a 2,5x e un adeguato livello di copertura degli oneri finanziari prossimo a 8x, pur in presenza dell’incremento del tasso di interesse a partire dal secondo semestre 2022.

TASSO DI DEFAULT IN CALO
Le analisi prodotte da Crif Ratings segnalano che a fine 2024 il tasso di default delle società di capitali operanti nel settore alimentare ha registrato una riduzione di circa 25 punti base rispetto al 2023, a fronte di un lieve aumento di 15 punti base per l’intero universo delle società di capitali italiane. Sebbene tale tasso di default risulti leggermente superiore alla media dell’economia italiana, per quasi tutti i comparti del settore alimentare si è mantenuto su livelli inferiori rispetto a quelli osservati nel periodo pre-Covid.
Relativamente ai pagamenti commerciali, infine, le performance risultano molto eterogenee tra i diversi canali di sbocco anche se, mediamente, tutti mostrano percentuali di ritardi gravi superiori alla media nazionale, seppur senza segni preoccupanti di aumento negli ultimi semestri.
Pur in un contesto di incertezza, il settore alimentare italiano sta dimostrando una sostanziale stabilità dal punto di vista creditizio – commenta Simone Mirani, Managing Director di Crif Ratings –. L’attuale tasso di default delle società di capitali operanti nel settore si mantiene infatti nell’ordine del 3%, di poco sopra la media italiana e con dinamiche sostanzialmente omogenee nei diversi comparti. Tuttavia, la capacità di dotarsi e mantenere un’adeguata flessibilità finanziaria risulta un elemento chiave per affrontare con sufficienti margini di manovra il volatile contesto geopolitico e macroeconomico, ivi incluso l’impatto moderatamente negativo dei dazi USA”.

Export vino, più risorse per la promozione

La partita sui dazi Usa per il vino è definitivamente chiusa? Unione italiana vini (Uiv) si augura di no: “La speranza è che sui dazi si possa giocare un ‘secondo tempo’ – ha dichiarato Marzia Varvaglione, Vicepresidente di Uiv nel corso del convegno organizzato a Villa Madama a Roma dal ministero degli Affari esteri nell’ambito della Settimana della Cucina italiana – con l’esenzione del comparto wine and spirits. Ma in attesa che la diplomazia faccia il suo corso, bene ha fatto il Governo a inserire nel Ddl Bilancio ulteriori 100 milioni di euro l’anno per il triennio 2026-2028 in attività destinate a promozione e internazionalizzazione. Confidiamo che una buona fetta di queste risorse sia riservata al nostro comparto, che tra dazi, calo del dollaro e del potere di acquisto è a forte rischio ridimensionamento”.

SPEDIZIONI OLTREOCEANO CROLLATE DEL 23%
La situazione di mercato del vino verso i Paesi extra-Ue e in particolare gli Stati Uniti – ha aggiunto Varvaglione – è molto critica: in pochi mesi siamo passati da un export oltreoceano a +12,5% di un primo trimestre fortemente condizionato dal frontloading pre-dazi, a un -4% nei primi nove mesi, con un -23% solo nell’ultimo trimestre. Uiv è convinta che in questa fase di pesante incertezza sia necessario aumentare le risorse per la promozione all’estero e al contempo attivare progetti più efficaci e condivisi con le imprese del vino. Una terapia d’urto appoggiata dal Governo”.

PER NON PERDERE TERRENO LE AZIENDE ABBASSANO I PREZZI
Secondo l’Osservatorio Uiv, il calo del prezzo medio per i vini in uscita dalle cantine italiane e dirette oltreoceano nel trimestre luglio-settembre è stato del 15,5%. Un’auto-tassazione, operata per mantenere le quote di mercato, che però le imprese a giudizio dell’associazione non potranno sostenere oltre il breve termine. Per questo, rileva Uiv, è necessario aumentare ulteriormente il plafond destinato al capitolo internazionalizzazione e a progetti di promozione attuati mediante Agenzia Ice. Progetti straordinari, che dovranno essere sviluppati mediante una regia pubblico-privata con un lavoro sinergico tra imprese e agenzie pubbliche per calibrare al meglio gli strumenti più adatti, la comunicazione più efficace, i segmenti di mercato prioritari.

Filiera Madeo celebra con Mark & Spencer il Made in Italy

Un evento per riconoscere i giusti meriti di quanti hanno contribuito a promuovere con successo il food italiano nel Regno Unito. L’Hospitality Awards di Londra è un appuntamento che premia realtà inglesi suddivise in 15 categorie che abbracciano altrettanti settori dell’hospitality. E platinum sponsor dell’iniziativa è stata Filiera Madeo, azienda calabrese che oltre 40 anni fa ha salvato dall’estinzione il Suino Nero e che oggi lavora per valorizzarne le peculiarità culinarie e nutrizionali a livello internazionale di questa antichissima razza, con un’attenzione riconosciuta a livello istituzionale per il benessere animale e il rispetto dell’ambiente.

QUALITÀ DA ESPORTAZIONE
L’awards ceremony dell’Hospitality Awards, che ha dato il via alla decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, ha visto premiata la catena Mark & Spencer come Best Retailer Food “Promoting Italian Products Abroad”. Un riconoscimento che conferma non solo il valore delle eccellenze italiane, ma anche la validità e l’importanza della storica collaborazione tra il retailer inglese e Filiera Madeo, un’impresa famigliare che da San Demetrio Corone in provincia di Cosenza esporta oggi in 27 Paesi nel Mondo.
“È stato un onore, oltre che un’emozione, incontrare tante persone unite dalla stessa passione: portare nel mondo la qualità e il gusto autentico dell’Italia – dichiara Anna Madeo, Ceo di Filiera Madeo –. Lavoriamo con Mark & Spencer da molti anni ed è stato sin dall’inizio un partner perfetto, in grado di valorizzare i nostri prodotti e raccontare la nostra realtà al di fuori dei confini nazionali”.
L’Hospitality Awards, giunto alla sua terza edizione, è organizzato dall’Associazione dei Cuochi Professionisti Italiani nel Regno Unito (Apci-UK) e da UK Confederation, con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Londra.

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