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Tonno: prodotti sostenibili in forte crescita, anche in Italia

© MSC Jason Thom

Il tonno è una delle specie chiave del mercato ittico italiano, sia per il consumo domestico sia per l’industria conserviera, che rappresenta il principale driver per valore e volumi. Si tratta di una categoria matura, ma in evoluzione: secondo il Report Gdo 2026 cresce in modo contenuto (+1,1% a valore e +1,8% a volume). Il prezzo medio appare sostanzialmente fermo (-0,7% €/kg) in un contesto sempre più competitivo, caratterizzato da forte pressione promozionale (46,4% delle vendite) e da una crescente polarizzazione tra segmenti.
All’interno del comparto, il tonno sott’olio in lattina resta centrale (oltre il 54% del valore e circa il 60% dei volumi), mentre i segmenti premium – come vetro e filetti – mostrano maggiore dinamismo; al contrario, le referenze più elaborate risultano in contrazione, riflettendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori.

UNA LEVA COMPETITIVA PER BRAND E MDD
A diffondere questi dati – in occasione della Giornata Mondiale del Tonno che si celebra oggi 2 maggio – è Marine Stewardship Council (Msc), organizzazione internazionale non-profit che certifica le pratiche di pesca sostenibili. Un aspetto, quello della sostenibilità, diventata leva competitiva sul mercato, anche in Italia. Dopo il rallentamento del 2024 legato a inflazione e aumento dei costi produttivi, il tonno certificato Msc è tornato a crescere: nell’anno fiscale 2025/2026 in Italia sono state vendute oltre 21.000 tonnellate (+50% rispetto al 2024/2025), di cui il 94% destinate a prodotti in conserva. Parallelamente è aumentata l’offerta, con oltre 270 prodotti a marchio Msc oggi presenti nella Gdo, dalle conserve tradizionali alle insalate e ai tramezzini.
Anche il mix di specie riflette l’evoluzione del mercato: il tonno a pinne gialle torna a crescere rispetto al tonnetto striato, in linea con la maggiore domanda di prodotti premium. La sostenibilità non è appannaggio solo dei grandi brand come Rio Mare, ma anche delle marche del distributore – per esempio Lidl e Aldi – arrivate a rappresentare il 27% dei volumi di tonno certificato Msc (dal 15% dell’anno fiscale precedente).

AUMENTANO I VOLUMI DI MATERIA PRIMA CERTIFICATA
A livello mondiale, il volume di tonno venduto con il marchio blu Msc ha superato le 400.000 tonnellate metriche tra l’aprile 2025 e il marzo 2026, crescendo del 39% rispetto all’anno precedente. A sostenere un andamento così positivo è la maggiore disponibilità di materia prima: oggi il 67% del pescato mondiale di tonno proviene da attività certificate Msc, per oltre 3,46 milioni di tonnellate, con ulteriori prospettive grazie alle 182 attività di pesca coinvolte nei programmi di miglioramento nel mondo.
Dall’inizio del 2026, quattro nuove attività sono state certificate negli oceani Atlantico e Indiano. In particolare, il tonno pinna gialla dell’Oceano Indiano, dopo quasi un decennio di gestione e sforzi congiunti, è stato riconosciuto come non più sovrasfruttato né soggetto a sovrasfruttamento, consentendo l’estensione della certificazione anche a questa specie e aumentando così i volumi disponibili.

L’ESPANSIONE DELL’OFFERTA ACCELERA LA TRANSIZIONE
Secondo Msc, l’impegno di aziende e retailer verso un’offerta sempre più ampia di tonno certificato segna un passaggio verso una trasformazione su larga scala del settore. Da un lato, stimola la domanda di approvvigionamenti da pesca certificata; dall’altro, rafforza la fiducia di consumatori sempre più attenti alla sostenibilità. Il risultato è un’accelerazione verso oceani più sani e filiere più trasparenti.
La crescente domanda di materia prima certificata spinge un numero sempre maggiore di attività di pesca ad adottare pratiche sostenibili in linea con lo Standard Msc, contribuendo a una gestione più responsabile delle risorse ittiche a livello globale. Nell’ultimo anno, diverse attività di pesca del tonno hanno ottenuto la certificazione Msc per la sostenibilità ambientale. Tra queste, la pesca del tonno rosso australiano meridionale e quella ghanese di tonnetto striato e tonno pinna gialla nell’Oceano Atlantico.

Ibc, l’instabilità dello scenario globale frena la crescita

Le tensioni in Medio Oriente stanno condizionando l’economia italiana, disegnando uno scenario di forte incertezza per le imprese. Il Pil italiano dovrebbe attestarsi quest’anno al +0,4%, un livello inferiore alle stime pre-conflitto (+0,7%). Contestualmente è atteso un aumento dell’inflazione al consumo (+2,9%), oltre che una frenata dei consumi (dal +1,1% del 2025 al +0,5% del 2026), un rallentamento degli investimenti e una contrazione delle esportazioni. Il quadro prospettico per il 2027 resta debole, con un’inflazione prevista a +1,6% e Pil a +0,5%. I dati sono stati presentati dalla società di consulenza Prometeia durante l’assemblea pubblica di Ibc, l’Associazione Industrie Beni di Consumo, tenuta a Milano.

A PESARE È L’IMPENNATA DI ENERGIA E MATERIE PRIME
A gravare sulle imprese – sottolinea Flavio Ferretti, Presidente di Ibc (nella foto in alto) – è soprattutto l’impennata dei costi esogeni, che colpisce trasversalmente energia e materie prime. I rincari investono comparti strategici: dai fertilizzanti per l’agroalimentare e il chimico, fino alla filiera dei metalli, penalizzata dal costo dell’alluminio. L’instabilità minaccia, inoltre, le catene di fornitura dell’elettronica e della farmaceutica, con ripercussioni a cascata su numerose filiere produttive”.
Anche in caso di una rapida risoluzione del conflitto, il medio-lungo periodo rimane critico: il danneggiamento delle infrastrutture energetiche del Golfo penalizzerebbe la normalizzazione del mercato. Le quotazioni di Brent e gas naturale sono previste su livelli elevati almeno fino alla fine del secondo trimestre 2026, con un rientro graduale solo nella seconda metà dell’anno.

IL LARGO CONSUMO TIENE, MA PEGGIORA IL CLIMA DI FIDUCIA
La stessa Ibc rimarca però che, nonostante le difficoltà, il largo consumo mostra una tenuta resiliente, sostenuta dall’impegno a contenere i costi della filiera e dalla capacità di adattamento dei consumatori. Nel breve termine, i consumi si mantengono stabili (+1,0% a volume a marzo 2026 rispetto allo stesso mese dello scorso anno, fonte NielsenIQ), ma la direzione rimane incerta, anche in considerazioni del peggioramento del clima di fiducia dei consumatori (sceso a marzo a 92,5 da 97,5 di inizio 2026).

IN AUMENTO LA FREQUENZA D’ACQUISTO
Le famiglie italiane reagiscono all’incertezza frammentando la spesa. Secondo NielsenIQ, la frequenza di acquisto è aumentata del 9% nell’ultimo anno, penalizzando la fedeltà alle insegne (-5,7%) e ai brand (-4,2%). Il consumatore è ormai multicanale: alterna fisico e digitale, visita molteplici retailer e sceglie canali diversi a seconda della categoria merceologica. La sfida per le imprese si sposta quindi sulla capacità di garantire disponibilità, semplicità e rilevanza dell’offerta.
Anche la crisi demografica – con calo delle nascite, invecchiamento della popolazione e aumento delle famiglie unipersonali – sta ridisegnando strutturalmente la composizione della spesa, imponendo alle aziende di ripensare formati e priorità per rispondere efficacemente ai bisogni del consumatore.

LE RICHESTE DELL’ASSOCIAZIONE AL GOVERNO
In questo contesto, il presidente Ferretti ha evidenziato l’importanza di azioni del Governo per la semplificazione normativa, il supporto a una transizione ecologica e digitale che non pregiudichi la competitività, e l’alleggerimento del carico fiscale per le imprese. Ha rimarcato, inoltre, l’ampia attività di formazione e informazione dell’associazione inerente agli strumenti abilitanti per la digitalizzazione dei processi e la logistica integrata diffusi da GS1 Italy.
Ibc riunisce aziende attive in Italia e all’estero nei settori alimentare, bevande, prodotti per la cura dell’ambiente domestico e della persona, tessile e abbigliamento, arredo, prodotti e accessori per la casa. Si tratta di oltre 34.000 imprese, che generano un fatturato al consumo stimato di circa 500 miliardi di euro. Il numero di occupati (28% del totale dell’industria in senso stretto) è pari a 1,1 milioni, di cui 516 mila nel comparto grocery.

Gli italiani e l’alimentare: spesa fisica, coupon digitale

Oltre il 70% degli italiani continua a preferire la spesa in negozio piuttosto che online. L’inflazione cresce, ma 6 consumatori su 10 non hanno diminuito la quantità di generi alimentari acquistati. Oltre l’80% di chi accede ai coupon utilizza lo smartphone. Sono questi alcuni dei principali risultati dell’indagine sulle abitudini di spesa in Italia condotta da OnePool per conto di Savi, che offre una fotografia aggiornata delle abitudini di acquisto alimentare degli italiani, evidenziando comportamenti consolidati e differenze significative tra le diverse fasce d’età.

E-COMMERCE PIÙ POPOLARE TRA I GIOVANI
Il 72% degli italiani continua a prediligere la spesa in negozio, scegliendo nella maggior parte dei casi lo store fisico rispetto all’online, ma le abitudini di acquisto differiscono consistentemente in base all’età. Se infatti l’88% degli intervistati con più di 65 anni dichiara di preferire recarsi fisicamente presso il punto vendita di fiducia, la quota scende al 48% tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni, che invece risultano più abituati all’e-commerce, formula preferita dal 24% dei giovani contro solo il 6% dei più anziani.
Tra i principali canali di distribuzione, l’ipermercato/supermercato è il format preferito dal 52% dei consumatori, seguito dal discount a quota 25%, mentre le formule più specifiche, come i punti vendita all’ingrosso o i minimarket, raggiungono insieme solo il 4% delle preferenze.

L’INFLAZIONE PESA SUL CARRELLO
L’aumento dei prezzi ha assunto un ruolo determinante sulle abitudini di acquisto, con il 57% degli italiani che dichiara di spendere di più rispetto allo scorso anno. In generale, si rileva un atteggiamento di moderata prudenza tra i consumatori, se è vero che il 60% dichiara di comprare la stessa quantità di generi alimentari o di aver aumentato gli acquisti, mentre il 36% ha dovuto limitare il numero di prodotti nel proprio carrello della spesa a causa dell’inflazione.

COUPON FA SEMPRE PIÙ RIMA CON SMARTPHONE
In questo contesto è generalmente aumentata l’attenzione verso i diversi strumenti di risparmio, da quelli tradizionali ai più innovativi, come i programmi fedeltà o i buoni sconto. Sempre più diffusi sono i coupon in formato digitale, se è vero che l’82% degli intervistati che utilizzano i coupon vi accedono tramite smartphone, in un trend ormai consolidato da diversi anni. In questo caso, l’età influisce relativamente sulle abitudini, con l’81% dei giovani tra i 18 e i 24 anni che usa il cellulare per accedere agli sconti, percentuale che si conferma comunque mediamente alta (66%) anche tra gli ultrasessantacinquenni.

L’ALIMENTARE BATTE I BUONI CARBURANTE
Se l’alimentare risulta la categoria di maggior utilizzo dei coupon, aumenta anche l’interesse per altri settori, con i buoni carburanti ed energia che raccolgono l’interesse del 46% del campione, 31% per abbigliamento e calzature, mentre il 30% degli intervistati preferirebbe ricevere sconti da utilizzare al ristorante. L’attenzione al risparmio per le cene fuori casa trova riscontro anche in un altro dato: il 45% degli italiani dichiara infatti di aver ridotto le spese per andare a cena fuori nel periodo post covid.

CRESCE L’INTERESSE PER I NUOVI CANALI INFORMATIVI E PROMOZIONALI
Se da un lato le app loyalty e l’e-mail si confermano come i touchpoint preferiti per ottenere coupon, cresce l’interesse verso contesti alternativi di ingaggio, inclusi entertainment, gaming e piattaforme di streaming. Dall’indagine emerge un’elevata apertura degli italiani ad accedere alle promozioni veicolate all’interno di servizi digitali già integrati nella quotidianità. In particolare, il 62% ha dichiarato la disponibilità ad interagire con piattaforme di video streaming per ricevere sconti e offerte.
Guardando invece ai luoghi alternativi in cui i consumatori vorrebbero ricevere promozioni, emergono in testa i siti dedicati alle offerte (36%), seguiti da operatori di rete mobile (26%) e app di notizie (24%). Rilevante anche il ruolo di app bancarie (22%) e servizi essenziali (21%), mentre altre categorie risultano più di nicchia.

SÌ AGLI AUMENTI, SE PERCEPITI COME GIUSTIFICATI
L’indagine è stata svolta attraverso interviste online realizzate nel corso del mese di dicembre 2025 su un campione composto da 2.000 soggetti che hanno dichiarato di aver utilizzato almeno un buono sconto per l’acquisto di prodotti alimentari nei 12 mesi precedenti la survey.
I dati confermano come gli italiani siano oggi consumatori sempre più consapevoli e attenti – sottolinea Andrea Zermian, Sales and Marketing Director di Savi (nella foto a destra) – Anche in un contesto complesso, segnato dalla progressiva erosione del potere d’acquisto, emerge una disponibilità ad accettare aumenti di prezzo quando percepiti come giustificati, a condizione che non venga compromessa la qualità. È un segnale chiaro di maturità e di crescente attenzione verso ciò che si porta in tavola. A differenza di altri settori, come la moda o il tech, l’alimentare continua a mantenere una forte dimensione esperienziale. Il punto vendita fisico resta centrale: consente un’interazione diretta con il prodotto e abilita scelte più consapevoli, difficilmente replicabili online. Parallelamente, osserviamo un’evoluzione significativa nelle logiche di risparmio. I consumatori mostrano un’elevata apertura verso strumenti digitali: i coupon accessibili da smartphone, ormai diffusi trasversalmente tra tutte le fasce d’età, rappresentano un esempio concreto di come innovazione e convenienza possano integrarsi nelle abitudini quotidiane. In questo scenario, diventa fondamentale accompagnare e valorizzare queste dinamiche, favorendo la crescita di consumatori sempre più informati, consapevoli e autonomi nelle proprie decisioni d’acquisto”.

I brand del largo consumo preferiti dagli italiani

La ricerca si chiama Brand Footprint Report 2026, è a firma di YouGov e propone una classifica dei marchi di beni di largo consumo più scelti dai consumatori italiani. In pratica, YouGov ha analizzato 754 major brands (marchi con una penetrazione superiore al 2%) rappresentanti il 67% del mondo industria per raccontare un mercato che si rivolge a sette cluster di atteggiamenti di consumo identificati dall’istituto di ricerca (smart social, price-driven, conscious living, light & healthy, lifestyle pioneers, fast life, functionals). Un esercizio difficile per le caratteristiche di un sistema frammentato, variegato e complesso che evidenzia come i marchi più performanti in termini di numero di atti di acquisto e quelli che hanno segnato la maggiore crescita a volume siano accomunati dalla capacità di investimenti mirati.

MULINO BIANCO SI CONFERMA AL PRIMO POSTO
Cominciamo dal podio, che è appannaggio (come è normale che sia) di autentici campioni del settore e anche del marketing, ingrediente indispensabile di qualsiasi successo di lungo periodo: Mulino Bianco difende vittoriosamente il primo posto, precedendo Kinder (2°) e Coca-Cola (3°).
Bauli è il marchio che fa segnare la crescita maggiore, mentre Parmareggio fa il suo ingresso nella top 20. Da segnalare come ACE sia il brand più scelto nella categoria Home & Personal Care mentre Zymil prevalga in quella del benessere.
Per quanto riguarda la penetrazione, Milk è il marchio con la maggiore continuità di crescita di penetrazione nel tempo mentre Gimoka quello che ha registrato il maggior incremento di penetrazione nei discount. Coccolino è il brand che cresce di più in penetrazione dai consumatori Silver (over 65), Frosta tra i più giovani (under 35) mentre Fruttolo è il più sovraindicizzato dagli shopper che utilizzano regolarmente i social media.

PIÙ ATTI D’ACQUISTO, MENO FEDELTÀ
Il resto delle evidenze dello studio di YouGov – emerse dall’analisi delle informazioni comportamentali e attitudinali del campione di 17.000 famiglie – appare meno prevedibile. Vediamole nel dettaglio. Nel nostro paese sono 210 gli atti di acquisto medi in un anno (+4,8% rispetto al 2025, una crescita che genera scelte meno fedeli da parte degli shopper), con una spesa per atto in contrazione nonostante l’inflazione degli ultimi anni (21,47 euro, -1,5%).
Per quanto riguarda i target, gli over 65 sono sempre più rilevanti in termini di incidenza (costituiscono il 32% dei responsabili di acquisto) mentre l’analisi dei canali mostra una prevalenza dei supermercati e una elevata penetrazione dei discount, anche se in rallentamento.
Tra le categorie si rivelano particolarmente performanti i prodotti legati al benessere (senza lattosio, senza glutine, plant-based, sugar free e alto proteici) che registrano aumenti importanti in termini di penetrazione e gli snack (con un incremento della spesa media rispetto al 2019 del 69% per il salato e del 49% per il dolce).

LA VOGLIA DI PROMOZIONI RESTA ELEVATA
La strategia degli shopper italiani rimane votata alla cautela, con il 79% che dichiara la volontà di incrementare gli acquisti in promozione mentre due su tre si propongono di ridurre gli acquisti fuori casa e il 60% i consumi in generale. Queste esigenze di risparmio si traducono nell’ormai generalizzata frammentazione della spesa e nel rifugio crescente nella private label, che ha raggiunto una spesa media famigliare di 1.060 euro (+44% negli ultimi cinque anni).
Per quanto i supermercati risultino ancora protagonisti in termini di spesa media (2.302 euro), frequenza (90,3 atti d’acquisto annui) e penetrazione (98,3%), i discount e i drugstore stanno allargando le loro clientele grazie alla penetrazione in crescita (rispettivamente 89,1% e 68,6%). Una dinamica frammentata che si traduce inevitabilmente in una diffusa infedeltà: ogni famiglia visita ben 9 insegne all’anno, determinando per il 65% di queste un calo di loyalty.

SI CONSOLIDA IL TREND DEL BENESSERE
Prudenza non è tuttavia sinonimo di ritorno all’essenziale, come si osserva facilmente dalle categorie che registrano le migliori performance in penetrazione (+31,3% kefir, +29,2% semi, +20,4% formaggi di soia, +18,9% frutta esotica).
Il benessere è un trend: i prodotti senza lattosio (87,3%), sugar free (82,1%), plant based (67,2%) vengono scelti da un numero sempre maggiore di consumatori mentre gli alcolici sono in calo sia nei consumi domestici che fuori casa, soprattutto tra i giovanissimi. Anche l’indulgenza si dimostra una leva strategica per gli acquisti, sebbene il ciclo di vita dei nuovi prodotti di questo particolare segmento resista meno all’usura del tempo (il 72% registra infatti una flessione dopo il secondo anno dal lancio).

IL FUTURO DELLO SHOPPING È TIK TOK?
Tra le novità di maggiore rilevanza, il ruolo del social shopping. L’esordio di Tik Tok Shop ha fatto registrare nei primi sei mesi di presenza nel nostro paese 31.000 sessioni di live shopping; numeri importanti ma ancora molto lontani dall’esprimere appieno il potenziale di uno strumento che intercetta 23,9 milioni di individui su base giornaliera e 12,5 milioni di responsabili di acquisto (47% del totale).

CALMA PIATTA SOLO IN APPARENZA
Sebbene la classifica dei marchi più apprezzati dagli italiani mostri una sostanziale continuità nelle prime posizioni – premette Roberto Borghini, General Manager di YouGov Shopper – è sotto la superficie che si mostrano i cambiamenti maggiori. Se, infatti, familiarità e reputazione continuano a giocare un ruolo determinante, soprattutto in uno scenario dominato da fattori di incertezza e da una permacrisi economica, emergono elementi fortemente innovativi che dovranno essere attentamente valutati dagli operatori. Fenomeni come il ruolo inedito del social shopping o la crescente ricerca di varietà negli acquisti dimostrano la dinamicità degli acquirenti”.

COME VIENE REALIZZATO LO STUDIO
Il Brand Footprint Report utilizza l’indicatore messo a punto da YouGov “Consumer Reach Points” (CRP*) per valutare la “forza” dei marchi. Il CRP si calcola moltiplicando tre fattori: la popolazione di famiglie, la penetrazione (percentuale di famiglie che acquistano il marchio) e la frequenza di acquisto da parte dei consumatori (il numero di volte in cui il brand è acquistato, in media). Questo indicatore riflette il livello di coinvolgimento dei consumatori, evidenziando quanti scelgono un prodotto e quanto spesso. Attraverso l’analisi di tali parametri, il Brand Footprint di YouGov mira a offrire un quadro dei marchi che hanno conquistato con efficacia i consumatori italiani.

Dalla partnership tra Circana e YouGov nasce Complete Market

Fornire una visione connessa del comportamento degli acquirenti e delle performance del mercato retail: è questo l’obiettivo di Complete Market, la soluzione co-sviluppata da YouGov e Circana. L’idea è unire i dati del panel di YouGov Shopper con i dati retail di Circana per affrontare una sfida di lunga data del settore: collegare cosa acquistano gli acquirenti e perché in un unico processo d’analisi integrata. La prima versione di Complete Market è disponibile tramite la piattaforma Liquid Data di Circana.

SI COMINCIA DA GERMANIA, PAESI BASSI E ITALIA
La prima funzionalità accessibile all’interno di Complete Market è Combined Reporting, che integra i dati degli acquirenti YouGov con i dati POS di Circana per fornire una visione unificata dei cambiamenti del comportamento degli acquirenti e delle tendenze di vendita volta a supportare decisioni immediate. La funzione è ora disponibile per clienti in Germania, Paesi Bassi e Italia.
Attraverso il Combined Reporting, produttori e rivenditori del settore del largo consumo potranno:

  • Collegare il comportamento degli acquirenti direttamente ai risultati sul mercato
  • Rimuovere i flussi di lavoro manuali di integrazione e reporting dei dati
  • Costruire narrative commerciali più forti e basate sull’evidenza
  • Identificare opportunità di crescita tra categorie, marchi e rivenditori

Questa rappresenta l’integrazione fino ad oggi più profonda tra i dati degli acquirenti YouGov e quelli del POS di Circana, che consentirà informazioni più rapide e fruibili di quanto fosse possibile in precedenza tramite soluzioni “standalone”.
Complete Market colma il divario tra le informazioni degli acquirenti e i risultati di mercato – afferma Stefan Heremans, Presidente di YouGov Shopper –. Riunendo i dati sul comportamento dei nostri acquirenti con i dati POS in un’unica soluzione, forniamo ai clienti una visione più completa della domanda e una base di crescita più solida”.

UNA COLLABORAZIONE A LUNGO TERMINE
In base a quanto reso noto, Complete Market riflette una partnership strategica a lungo termine tra Circana e YouGov. Combined Reporting viene definita la prima pietra miliare di un percorso condiviso con funzionalità aggiuntive pianificate per approfondire le capacità analitiche e migliorare l’usabilità. Allo stesso tempo, le funzioni di analisi degli acquirenti di YouGov continueranno a progredire attraverso l’evoluzione di SimIT Web nella piattaforma Shopper Insight supportata dall’IA.
Complete Market è un’importante aggiunta alla piattaforma e al portafoglio di Liquid Data di Circana – sostiene Jeremy Allen, Chief Commercial Officer di Circana –. Integrando le informazioni sugli acquirenti di YouGov con i dati POS di Circana, la funzionalità Combined Reporting offre valore immediato, gettando al contempo solide basi per l’innovazione futura”.

La fiducia si costruisce a scaffale (e non solo con il prezzo)

È lì che si gioca la partita di retail e industria: a scaffale. Ed è lì che i consumatori si aspettano di trovare chiarezza e informazioni affidabili, per poter scegliere cosa comprare in maniera consapevole. Ovviamente il prezzo è fondamentale, in particolare per noi italiani, ma attenzione a sottovalutare altri aspetti che contribuiscono a creare fiducia, a cominciare dalla coerenza tra esperienza d’acquisto fisica e digitale.
A dare concretezza numerica a questi concetti è una ricerca globale di Pricer, leader mondiale nelle tecnologie per il retail, che ha coinvolto 5.000 consumatori in Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Stati Uniti, con l’obiettivo di analizzare i comportamenti, le aspettative e le nuove dinamiche che stanno ridefinendo lo shopping fisico.
A livello globale, la ricerca evidenzia un’evoluzione ormai trasversale dei comportamenti di acquisto:
– 8 shopper su 10 si aspettano un’esperienza coerente e sincronizzata tra canali online e offline;
– 6 su 10 richiedono una maggiore profondità digitale direttamente a scaffale;
– 7 su 10 dichiarano di abbandonare il negozio quando trovano scaffali vuoti.
Questi dati delineano un quadro chiaro: indipendentemente dal mercato, prezzo, chiarezza informativa e affidabilità operativa rappresentano oggi le basi imprescindibili dell’esperienza retail. Senza queste fondamenta, la fiducia viene meno e l’esperienza in-store perde rilevanza, anche in presenza di soluzioni digitali avanzate.

IN ITALIA L’ATTENZIONE AL PREZZO È AI MASSIMI
All’interno di questo scenario globale, l’Italia emerge come un mercato particolarmente significativo, in cui la ricerca pragmatica del valore si combina con una domanda molto elevata di trasparenza. Gli shopper italiani mostrano infatti i livelli più alti di attenzione al prezzo dell’intero studio, con quasi 9 consumatori su 10 ipersensibili alle variazioni di prezzo a scaffale.
Il confronto dei prezzi è una pratica diffusa e sistematica, con un tasso di comparazione a scaffale che raggiunge l’83%, mentre risulta meno centrale il monitoraggio del totale del carrello. L’attenzione si concentra quindi sul valore del singolo prodotto, più che sulla spesa complessiva, rafforzando l’idea di uno shopping altamente selettivo e consapevole.
In questo contesto, il concetto di equità assume un ruolo centrale. A differenza di altri mercati, dove l’accuratezza tecnica è il principale parametro di valutazione, gli shopper italiani chiedono una dimostrazione concreta della correttezza del prezzo, pretendendo coerenza, chiarezza e leggibilità nel punto esatto in cui avviene la decisione di acquisto. Le promozioni continuano a giocare un ruolo chiave – 6 consumatori su 10 cercano attivamente offerte – ma non sono sufficienti se non accompagnate da trasparenza e comprensibilità.

FORTE INTERESSE PER SOSTENIBILITÀ E PROVENIENZA
Accanto al prezzo, emerge con forza anche il tema del valore “con significato” (Value with Meaning). Il 58% degli shopper italiani desidera trovare direttamente a scaffale informazioni su sostenibilità e provenienza dei prodotti, confermando l’Italia come uno dei mercati più sensibili all’integrazione tra convenienza economica e contenuto valoriale. L’Italia evidenzia, inoltre, un forte ”youth gradient”: Gen Z e Millennials risultano i segmenti più attivi nell’utilizzo di strumenti digitali per verificare offerte, confrontare alternative e cambiare brand quando il valore non è percepito come chiaro.

DALL’ESPOSIZIONE ALLA COMUNICAZIONE
Nel complesso, i dati mostrano come lo scaffale fisico stia evolvendo da semplice spazio espositivo a luogo chiave di costruzione della fiducia. È qui che gli shopper si aspettano di trovare conferma della correttezza del prezzo, della disponibilità dei prodotti e della coerenza tra canali fisici e digitali.
Alla luce di queste evidenze, la ricerca sottolinea il ruolo strategico delle electronic shelf labels e delle soluzioni digitali a scaffale, che permettono ai retailer di garantire allineamento dei prezzi, chiarezza delle promozioni e accesso immediato alle informazioni più rilevanti per il consumatore. In questa direzione si inserisce anche Pricer Avenue, piattaforma di comunicazione a scaffale che amplia le possibilità informative nel punto vendita, trasformando lo scaffale in un canale dinamico di storytelling e valorizzazione dell’offerta. Per il mercato italiano, in particolare, lo scaffale diventa il punto in cui la promessa di valore deve essere dimostrata in modo tangibile, continuo e credibile.

Quanto contano le aperture domenicali nello shopping degli italiani?

Ci risiamo: il tema delle aperture domenicali è tornato di attualità. E inevitabilmente divide. Ma quanto conta il settimo giorno per il carrello della spesa degli italiani? Una risposta a questa domanda ha provato a darla YouGov, società che opera nelle ricerche sul mondo del largo consumo attraverso un monitoraggio continuo dei comportamenti d’acquisto. Il report intitolato “Chiusura domenicale” sottolinea innanzitutto come la domenica sia l’unico giorno ad aver fatto registrare una crescita costante e progressiva della penetrazione negli ultimi anni: dal 90% del 2023, al 91% del 2024, fino ad arrivare al 92% del 2025. Non solo: anche la percentuale di atti di acquisto è aumentata dal 2023 raggiungendo il 10% del totale, in controtendenza con gli altri giorni che hanno vissuto un assestamento quando non un calo.
L’incidenza a valore è attestata al 10%, ancora inferiore al 14% medio dei feriali e al 19% del sabato, e registra una spesa per atto superiore del 6% (19,71 euro) allo scontrino settimanale (18,52 euro) perché le famiglie italiane che scelgono di fare la spesa tendono a un carrello più “pesante” rispetto alla media settimanale.

GLI HABITUÉ DEL SETTIMO GIORNO
Circa 4,9 milioni di famiglie (20% del totale complessivo di 24,4 milioni) sono “habitué” della spesa domenicale, che di media effettuano 40 volte l’anno. In particolare, questi “heavy buyers” spendono ogni anno più di 1.000 euro, quasi il triplo della spesa media familiare domenicale grazie a un importo medio di 25,20 euro (+27,85% rispetto alla media della giornata), rappresentando così il 56% del totale a valore della giornata. Gli shopper domenicali presentano forti differenze: il profilo degli heavy in particolare risulta essere concentrato nel Sud Italia, in famiglie a basso reddito, spesso single o con responsabili d’acquisto polarizzati in termini di età (giovani con meno di 34 anni o senior shoppers over 65).
Da evidenziare inoltre come la domenica si registri una presenza più elevata di bambini/ragazzi sotto i 15 anni di età al momento dell’acquisto (4,6%): un’incidenza superiore del 63% rispetto agli altri giorni della settimana che suggerisce una dimensione più “famigliare” e condivisa della spesa. Le aperture domenicali costituiscono dunque occasioni importanti anche per mercati più legati agli acquisti di impulso destinati proprio ai bambini.

SUPER E IPER SONO LE PRINCIPALI DESTINAZIONI
Tra le caratteristiche della spesa nel settimo giorno si evidenzia un comportamento più esplorativo e articolato, probabilmente dovuto alla maggior disponibilità di tempo. A beneficiare della visita a un numero più ampio di canali (1,9 la media di affluenza, che si ferma a 1,7 per gli altri giorni) sono soprattutto supermercati e ipermercati, con i primi a rafforzare la loro quota a valore (che raggiunge il 53% dal 51,6% del resto della settimana) e i secondi a registrare addirittura un balzo del +19% che li porta al 10,2%. Segno meno invece per libero servizio (-19%), specialista casa e toilette (-7%) e discount (-4%).
Tra le insegne, alcune tra cui Esselunga, Il Gigante, Bennet e Iperal mostrano un’incidenza particolarmente alta della domenica. Rispetto alla media della giornata in termini di atti di acquisto degli operatori principali del canale moderno, Esselunga, Il Gigante e Bennet mostrano un peso superiore del 30% circa, mentre Iperal si attesta al 19%.
Per quanto riguarda le categorie, l’attenzione dei consumatori domenicali sembra rivolta soprattutto alle bevande e ai prodotti per la cura della persona (che segnano performance superiori rispettivamente del 9% e del 3% rispetto agli altri giorni) mentre risultano prevedibilmente penalizzati l’ortofrutta (-10%) e il fresco (-3%). Sostanzialmente stabili la drogheria alimentare, la cura casa, il freddo e il pet care.

PER MOLTI LA SPESA DI DOMENICA È ORMAI ROUTINE
Le aperture domenicali hanno nel tempo generato abitudini consolidate: il 21% delle famiglie indica la domenica tra i giorni preferiti per fare la spesa, con picchi del 31% negli shopper giovani (35-44 anni). Un intervistato su due identifica nel maggiore tempo libero a disposizione rispetto agli altri giorni della settimana il principale motivo per cui preferisce fare la spesa la domenica, mentre per il 40% degli shopper domenicali è diventata già una routine.
Le aperture domenicali sono diventate ormai un’abitudine per molte famiglie italiane – sostiene Marco Pellizzoni, Commercial Director YouGov – e hanno mostrato negli ultimi anni un peso crescente, con aumento di penetrazione e incidenza in termini di atti di acquisto: solo l’8% delle famiglie Italiane non è mai andato a fare la spesa di domenica nell’arco del 2025 e alcune insegne mostrano incidenze della spesa domenicale molto al di sopra della media del canale moderno. Il nostro Shopper Panel YouGov individua 4,9 milioni di famiglie che fanno la spesa mediamente 40 volte l’anno in questo giorno della settimana. Se è vero che non è trascurabile il numero di famiglie che hanno una frequentazione domenicale più occasionale dei punti vendita e che anzi dichiarano che in caso di chiusura non subirebbero grandi impatti, appare difficile nella realtà dei fatti pensare di poter tornare indietro sulle aperture domenicali senza scontentare una parte rilevante delle famiglie e senza impatti reali sulla spesa”.

Il consumo domestico di surgelati è aumentato dell’1,1% nel 2025

Surgelati avanti tutta: il comparto archivia un altro anno positivo in termini di volumi nel canale retail. A dirlo sono i dati 2025 rilevati da quest’anno da NielsenIQ per IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati, che quantificano nel +1,1% rispetto al 2024 la crescita dei consumi, per un totale superiore alle 642.000 tonnellate.
In attesa dei numeri definitivi, che includeranno anche i consumi fuori casa, il dato appare particolarmente significativo e incoraggiante, replicando il buon andamento degli anni precedenti. Gli italiani, infatti, hanno inserito ormai stabilmente i surgelati nella propria alimentazione, riconoscendone a giudizio di IIAS il valore in termini di qualità, gusto e risparmio economico. “I dati retail registrati nel 2025 hanno confermato l’apprezzamento dei consumatori italiani verso un settore che negli ultimi anni è diventato simbolo di praticità d’uso, ma anche di sicurezza e qualità nutrizionali elevate, bontà, convenienza economica e valenza antispreco”, commenta Giorgio Donegani, Presidente IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati in occasione della “Giornata del cibo surgelato”, che si celebra il 6 marzo.

VEGETALI, PRODOTTI ITTICI E PATATE I PIÙ APPREZZATI
Ma quali sono state nel 2025 le categorie merceologiche surgelate più amate dagli italiani? Con quasi 207.000 tonnellate consumate nel 2025, pur a fronte di una sostanziale stabilità (-0,1% rispetto al 2024), i vegetali surgelati si confermano di gran lunga al primo posto, evidenziando la tendenza verso scelte alimentari sempre più consapevoli ed equilibrate e dimostrandosi validi alleati di chi guarda al benessere e a elevati contenuti nutrizionali, ma anche di chi è propenso a scegliere sempre più proteine a base vegetale.
Segue il pesce surgelato (naturale e preparato), che con 104.000 tonnellate registra un +3,5%, consolidando ulteriormente la ripresa già evidenziata nel 2024. Al terzo posto, con quasi 93.000 tonnellate consumate, troviamo le patate e in questo caso c’è da segnalare una lieve decrescita, definita peraltro fisiologica da IIAS (-0,9% rispetto al 2024) per una categoria che rimane sul podio delle preferenze così come era accaduto negli ultimi anni.

VARIETÀ DELL’OFFERTA E CONVENIENZA TRAINANO LA PIZZA
Fra gli altri segmenti a maggiore diffusione vanno evidenziate le performance delle pizze surgelate, con un +3%, per un totale di oltre 72.000 tonnellate consumate, e dei piatti pronti, +1,8% per quasi 68.000 tonnellate. Crescite giustificate, nel caso delle pizze, da un’offerta divenuta sempre più varia, con l’introduzione di nuovi formati e ingredienti e dalla convenienza economica. Secondo una recente indagine condotta da AstraRicerche per IIAS, la pizza surgelata risulta nettamente più conveniente rispetto al delivery, per il quale si spendono mediamente 7,18 euro a pizza, cioè più del doppio. Per i piatti pronti a far premio sono stati la qualità degli ingredienti, la gamma sempre più ampia di ricettazioni sia tradizionali sia innovative, la velocità di preparazione e l’attenzione all’equilibrio nutrizionale.
Tra i restanti segmenti, infine, vanno citate le prestazioni positive di tre categorie: carne, +4,4% per quasi 19.500 tonnellate consumate, grazie alle ottime performances del pollame; senza glutine, +4,2% e oltre 9.660 tonnellate; pane e paste, che hanno segnato l’incremento percentuale più alto (+4,7% rispetto al 2024) pur rimanendo in un ambito di nicchia (5.300 tonnellate, meno dell’1% del consumo totale domestico di alimenti surgelati).

MENO SPRECHI E MENO TEMPO AI FORNELLI
Insomma, gli alimenti surgelati intercettano i nuovi stili di consumo delle famiglie italiane, raggiungendo una penetrazione che sfiora il 100% soprattutto in quelle più numerose e con bambini.
I numeri del 2025 sono in linea con i risultati di una recente indagine condotta per IIAS da AstraRicerche – continua Donegani – che ha messo in luce come più di 1 italiano su 2 metta abitualmente in tavola gli alimenti surgelati. Tra le ragioni di questo successo c’è il “value for money” che contraddistingue tali prodotti, ossia il loro elevatissimo rapporto “qualità-prezzo” derivante dalla riduzione degli sprechi, anche grazie alla lunga conservazione, e dall’alta qualità nutrizionale, unite al tempo che aiutano a risparmiare nella preparazione. Sempre AstraRicerche ha analizzato per IIAS 5 diversi alimenti surgelati sotto il profilo del “value for money”, mettendoli a confronto con 5 alimenti freschi equivalenti. Il risultato ha evidenziato che 4 volte su 5 i surgelati fanno risparmiare senza rinunciare alla qualità, anzi. E questo è sicuramente uno dei principali segreti del loro successo”.

Cosa chiedono i consumatori? Prezzi trasparenti e correttezza

Alle prese con riduzione del potere d’acquisto, incertezza finanziaria ed esigenza di far quadrare il bilancio famigliare, i consumatori hanno acquisito una maggiore consapevolezza di come risparmiare e di quando concedersi qualche gratificazione. E tra le cose che apprezzano c’è di sicuro la correttezza delle pratiche commerciali. A dirlo è il report “What matters to today’s consumers 2026: How AI is transforming value perception” del Capgemini Research Institute.
L’indagine è stata condotta su 12.000 consumatori di età superiore ai 18 anni in 12 paesi del Nord America, Europa e Asia-Pacifico nei mesi di ottobre e novembre 2025 e poi integrata da interviste con oltre dieci esperti dei settori dei consumer product e del retail. In base allo studio, arrivato alla quinta edizione, oggi la fiducia in un brand si misura sulla trasparenza dei prezzi e sulla chiarezza della comunicazione.
Quasi tre consumatori su quattro (74%) dichiarano che cambierebbero brand a fronte di un prezzo regolare più basso, o se la dimensione della confezione o la qualità del prodotto venissero ridotte senza una comunicazione trasparente (71%). La maggioranza dei consumatori considera la shrinkflation una pratica scorretta e molti preferiscono un piccolo aumento di prezzo dichiarato piuttosto che una riduzione nascosta delle quantità.

QUANDO IL BRAND BATTE LA MDD
La ricerca evidenzia che circa la metà dei consumatori acquista quantità minori e sceglie alternative più economiche per poter gestire il proprio budget. Tuttavia, la fiducia nel brand prevale nelle categorie in cui la qualità e le prestazioni sono fondamentali, con il 77% dei consumatori di tutte le fasce di reddito che evita i prodotti a marchio del distributore per articoli di elettronica e referenze per la cura dei bambini.
Eppure, in un contesto di crescente pressione finanziaria, il bisogno di gratificazione emotiva gioca un ruolo chiave negli acquisti: 7 consumatori su 10 cercano piccoli piaceri per alleviare le preoccupazioni economiche, a conferma che il concetto di valore è al tempo stesso pratico ed emotivo.

L’AI STA DIVENTANDO UNA GUIDA AFFIDABILE NEGLI ACQUISTI
E poi c’è l’intelligenza artificiale, passata da semplice abilitatore a consulente di fiducia per i consumatori. Dall’interpretazione delle preferenze e dei comportamenti degli utenti fino alla fornitura di supporto conversazionale in tempo reale tramite chatbot e assistenti virtuali, gli strumenti di AI sono ormai centrali nel modo in cui i consumatori si orientano. Un consumatore su quattro ha utilizzato strumenti di shopping basati sulla Gen AI nel 2025 e un ulteriore 31% prevede di adottarli in futuro. Tuttavia, solo il 19% è disposto a pagare un abbonamento mensile o un pagamento una tantum per chatbot o assistenti virtuali.
La maggioranza dei consumatori (76%) desidera poter impostare limiti per gli assistenti di AI e due terzi affermano di fidarsi maggiormente dell’intelligenza artificiale quando questa spiega le ragioni alla base delle proprie raccomandazioni e azioni. La trasparenza dei dati rimane un fattore cruciale: il 71% dei consumatori è preoccupato per il modo in cui la Gen AI utilizza le informazioni personali e due terzi esige che i brand dichiarino chiaramente quando la pubblicità è generata dall’intelligenza artificiale.

IL CONTATTO UMANO NON PASSA MAI DI MODA
I consumatori vogliono che efficienza, rilevanza e connessione umana coesistano. Quasi due terzi desiderano che la Gen AI offra contenuti iper-personalizzati e il 65% afferma che la tecnologia ha reso lo shopping meno stressante. Tuttavia, oltre sette su dieci attribuiscono grande valore all’assistenza umana durante acquisti complessi come la pianificazione dei pasti o la risoluzione di problemi di servizio. La conclusione, secondo Capgemini Research Institute, è che i brand che sapranno combinare velocità e personalizzazione con rassicurazioni umane tempestive conquisteranno la fedeltà dei consumatori.
Oggi il valore va oltre prezzo e qualità – afferma Gerardo Ciccone, CPRD (Consumer Product, Retail, Distribution) Director di Capgemini in Italia – e si fonda su equità, trasparenza e connessione emotiva. I consumatori desiderano un’AI “invisibile” che li aiuti a prendere decisioni consapevoli, integrando comodità e coinvolgimento emotivo”.

Biologico da record, consumi europei a quasi 59 miliardi di euro

Superfici sostanzialmente invariate mentre crescono i consumi di alimenti biologici a livello globale e in particolare in Europa, raggiungendo il massimo storico di quasi 59 miliardi di euro. Questo il quadro che emerge dal rapporto “The World of Organic Agriculture 2026” presentato dall’Istituto di ricerca sull’agricoltura biologica FiBL in collaborazione con Ifoam, la Federazione delle associazioni del biologico a livello mondiale, in occasione della fiera Biofach tenuta a Norimberga.
Secondo l’analisi, relativa al 2024, i terreni coltivati a biologico in Europa restano stabili a 19,6 milioni di ettari. Di questi, 18,1 milioni si concentrano nell’Ue, dove il biologico rappresenta l’11,1% della superficie agricola totale, contro il 3,9% dell’intero continente.

SPAGNA PRIMA PER ESTENSIONE, ITALIA PER SAU
Per quanto riguarda i Paesi con la maggior estensione di terreni bio, spicca la Spagna con quasi 2,9 milioni di ettari, seguita dalla Francia con 2,7 milioni di ettari e dall’Italia, che occupa il terzo posto con 2,5 milioni di ettari, ma è prima come percentuale di superficie agricola utilizzata (SAU) bio, che supera il 20%, quasi il doppio della media europea.
Il nostro Paese mantiene anche il primato per quanto riguarda il numero di produttori bio, con oltre 87.042 operatori sui 490.637 attivi nell’intera Europa.

LA GERMANIA È IL PIÙ GRANDE MERCATO CONTINENTALE
Significativo il dato sulle vendite al dettaglio di prodotti biologici in Europa, che nel 2024 hanno toccato la cifra record di 58,7 miliardi di euro (con un aumento del 4,1%), a dimostrazione della crescente attenzione dei consumatori. Nel 2024, la Germania si è confermata il più grande mercato biologico in Europa (17 miliardi di euro), seguita da Francia (12,2 miliardi di euro) e Italia (5,2 miliardi di euro). La Svizzera ha registrato il consumo pro capite più elevato al mondo, pari a 481 euro a persona.
A livello mondiale, secondo le analisi del “The World of Organic Agriculture 2026”, la superficie agricola coltivata a biologico nel 2024 è rimasta sostanzialmente stabile a 99 milioni di ettari, mentre le vendite globali al dettaglio di alimenti e bevande biologiche hanno toccato quota 145 miliardi di euro. Gli Stati Uniti si confermano il mercato più rilevante con 60,4 miliardi di euro, seguiti dalla già citata Germania con 17 miliardi di euro e dalla Cina con 15,5 miliardi di euro.

FEDERBIO: AVANTI CON IL GREEN DEAL PER AUMENTARE LE PRODUZIONI
Le analisi europee ci consegnano una fotografia nitida, i cittadini stanno orientando le proprie scelte alimentari sempre più verso il biologico – afferma Maria Grazia Mammuccini, Presidente FederBio –. Il dato rilevante è che, per la prima volta nel 2024, la percentuale di crescita dei consumi ha superato la percentuale di crescita delle superfici coltivate a bio. L’incremento delle vendite di biologico deve però andare di pari passo con un aumento delle produzioni. Per questo non bisogna rallentare gli obiettivi del Green Deal: le strategie comunitarie a sostegno dello sviluppo agroecologico, unite a investimenti rilevanti in ricerca e innovazione, sono la chiave per far crescere il settore. Il paradosso è evidente: mentre i cittadini scelgono la sostenibilità, Bruxelles frena. È invece necessario proseguire con determinazione verso un’agricoltura e un sistema alimentare resiliente e rispettoso degli ecosistemi. Non si tratta solo di ambiente, clima e salute, ma di economia reale: è in gioco il futuro delle nostre imprese agricole e delle generazioni che verranno”.

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