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L’ittico nel retail vale più di 4 miliardi (e cresce)

Il mercato ittico del retail italiano continua ad ampliarsi e raggiunge nel 2026 i 4.012 milioni di euro: +3,6% rispetto all’anno precedente e +6,3% nel biennio 2024-2026. A trainare sono soprattutto i formati confezionati, che crescono più rapidamente del pesce a peso variabile e stanno guadagnando quote di mercato rispetto all’anno precedente. I dati provengono dall’edizione 2026 del Norwegian Seafood Seminar, il congresso annuale organizzato dal Norwegian Seafood Council, che ha riunito a Milano, durante la fiera internazionale TuttoFood, i principali operatori e stakeholder del comparto ittico italiano e norvegese.

QUALITÀ PIÙ IMPORTANTE DEL PREZZO
A guidare l’evoluzione dei consumi di ittico è anche la crescente attenzione verso qualità, sicurezza e sostenibilità. Secondo una ricerca condotta da NielsenIQ, il 54% degli italiani considera oggi la qualità più importante del prezzo nelle scelte alimentari vs 44% registrato un anno fa. Tra i principali driver di acquisto emergono sicurezza alimentare e freschezza (64%), qualità e garanzie di sicurezza (61%), sostenibilità ambientale (52%) e tracciabilità dell’origine (49%). “I numeri mostrano un cambiamento strutturale nelle priorità dei consumatori – commenta Andrea Succi, Consumer Panel Sales Lead di NielsenIQ –. Anche in un contesto economico ancora influenzato dall’inflazione, cresce la ricerca di qualità, sicurezza e valore nutrizionale. Il pesce, e in particolare il salmone norvegese, beneficia di questo cambiamento grazie a un posizionamento sempre più forte in termini di affidabilità, qualità percepita e versatilità di consumo”.

IL SALMONE TRAINA LA CRESCITA DEL COMPARTO
Il salmone si conferma la categoria più dinamica nell’ambito dell’ittico: l’Italia è oggi il sesto mercato mondiale per consumo di salmone atlantico e il terzo per il salmone norvegese, con consumi cresciuti del +6% nel 2025. Le esportazioni norvegesi verso l’Italia hanno registrato un +4% nei primi quattro mesi del 2026, consolidando una crescita stabile della categoria. Nel settore retail italiano, il salmone genera 757 milioni di euro di fatturato considerando i prodotti a peso fisso, con performance particolarmente positive per il fresco confezionato (+12,9%) e il congelato (+3,2%). Il salmone affumicato resta il segmento principale con 565 milioni di euro, pur mostrando una sostanziale stabilità. I discount registrano la crescita più sostenuta, mentre la private label raggiunge un valore di 320 milioni di euro, pari al 42% del mercato retail del salmone.

IL SUSHI SPINGE I CONSUMI FUORI CASA
Anche il segmento Out Of Home ha subito una evoluzione quantitativa con riferimento all’ittico, specialmente per il salmone. Secondo Circana, nel 2025 gli ordini di salmone nel canale fuori casa sono aumentati del +15,6%, contro il +3% registrato nei consumi domestici. Il sushi si conferma il principale driver del fenomeno: il 69% degli ordini del fuori casa di salmone avviene in formato sushi. “Il salmone è oggi una delle categorie alimentari più capaci di intercettare i nuovi modelli di consumo – spiega Matteo Figura, Executive Foodservice Director di Circana –. La crescita del sushi e dei format quick service ha ampliato le occasioni di consumo e reso il salmone un prodotto quotidiano, accessibile e trasversale. Il fuori casa continua a rappresentare il principale acceleratore di questa evoluzione”.

BACCALÀ E STOCCAFISSO: TRADIZIONE CHE EVOLVE
Accanto al salmone, stoccafisso e baccalà mostrano segnali di trasformazione legati all’evoluzione delle abitudini di consumo. Nel retail, lo stoccafisso confezionato cresce del +3,4% raggiungendo i 5,8 milioni di euro. A trainarlo sono soprattutto i formati ready to eat, che rappresentano il 71% del valore totale, e l’incremento del prodotto surgelato, che si attesta su +10,9% rispetto all’anno precedente. Positivi anche i risultati della private label (+12,9%).
Il baccalà registra invece una lieve flessione (-1,6%, pari a 20,7 milioni di euro), crescono però le preparazioni surgelate (+2,9% in volume) e il ready to eat (+19%), a conferma di una domanda sempre più orientata verso praticità e velocità di preparazione. Anche il tradizionale prodotto “da ammollare” continua a perdere peso (-18,5%), evidenziando un cambiamento strutturale nei comportamenti di acquisto.
Il mercato italiano continua a dimostrare una forte attenzione verso i prodotti ittici – sostiene Tom-Jørgen Gangsø, Direttore Italia del Norwegian Seafood Council (nella foto in alto) – ma con modalità di consumo sempre più evolute. Crescono le occasioni di consumo fuori casa, aumenta la richiesta di prodotti pratici e pronti all’uso e diventano sempre più centrali qualità, sostenibilità e tracciabilità. In questo scenario il seafood norvegese continua a rafforzare il proprio posizionamento grazie alla capacità dei produttori norvegesi e italiani di coniugare innovazione, affidabilità della filiera e risposta concreta alle nuove esigenze dei consumatori italiani”.

Biologico, un mercato da 10,4 miliardi di euro

Il mondo, Italia compresa, ha fame di biologico: il mercato cresce, sebbene i dati a valore – riportati dalla 18ª edizione del Rapporto Bio Bank – vadano letti tenendo conto dell’inflazione. Le cifre sono comunque rilevanti. Il mercato bio globale ha raggiunto circa 145 miliardi di euro nel 2024 (+6% sul 2023). Il settore conta quasi 99 milioni di ettari e circa 4,8 milioni di produttori in più di 180 Paesi, secondo i dati Fibl-Ifoam.
Dal canto suo, il mercato bio italiano ha toccato i 10,4 miliardi di euro nel 2024 (+6% sul 2023), di cui 5,2 miliardi nel canale retail, dove il biologico cresce del 6% a valore, contro l’1,5% dell’alimentare nel suo complesso, con l’inflazione all’1%. Più moderata la crescita dei consumi fuori casa, arrivati a 1,3 miliardi di euro (+5%). Più accentuata quella dell’export, che raggiunge 3,9 miliardi di euro nel 2024 (+7%), secondo i dati Nomisma per l’Osservatorio Sana.

ITALIA È LEADER DEL BIO IN EUROPA…
L’Italia conferma il ruolo trainante nello scenario del biologico a livello continentale. Su 41 Paesi europei l’Italia si conferma al primo posto per numero di produttori agricoli bio, ben 87.000, e per numero di aziende di trasformazione, oltre 24.000, più di una su quattro del totale europeo (93.000). La Germania ne conta quasi 22.000, la Francia oltre 20.000. L’Italia è in prima posizione anche per l’export, con un giro d’affari di 3,9 miliardi di euro, seguita dalla Spagna quasi allineata e, a distanza, dalla Francia con 1,1 miliardi di euro. È inoltre in terza posizione per le superfici agricole con 2,5 milioni di ettari, dopo la Spagna (2,9 milioni di ettari) e la Francia (2,7 milioni). E anche per le vendite nel canale retail, pari a 5,2 miliardi di euro, dopo la Germania con 17 e la Francia con 12. È di nuovo fra i primi tre Paesi europei per l’agricoltura biodinamica per numero di operatori certificati e superfici coltivate, dopo Germania e Francia. Si posiziona poi al sesto posto per la quota bio sulla Sau totale, pari al 20%, contro una media dell’11% nell’Unione europea.

…MA CALANO NEGOZI E RISTORANTI SPECIALIZZATI
Al centro del Rapporto i dati Bio Bank su circa 3.200 attività bio in Italia censite nel 2024 (-2,8% sul 2023), che evidenziano una riconfigurazione interna del sistema: negozi -3,2%, ristoranti -2,7%, profumerie -1,7%, e-commerce di cosmesi -1,4%. Stabili gli e-commerce di alimenti (+0,5%). Calo significativo, invece, per le aziende di cosmesi e detergenza (-8,2%), dove avanza il fenomeno della decertificazione per l’assenza di una normativa europea, l’eccesso di burocrazia e costi, oltre alla pressione del greenwashing.
Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si confermano regioni leader per numero assoluto di attività bio. Anche Trentino-Alto Adige, Marche ed Emilia-Romagna restano leader per densità (numero di attività per milione di abitanti). L’Emilia-Romagna è ancora l’unica presente in entrambe le classifiche, confermando il ruolo della Food Valley d’Italia anche nel biologico.

IL RUOLO DELLA GDO È FONDAMENTALE
Sempre più protagonista la grande distribuzione, che si ritaglia quote crescenti di mercato, come evidenzia anche il Focus Bio Bank – Supermercati & Specializzati 2025. In Germania, primo mercato europeo per vendite bio, nel 2024 il 65% delle vendite passa dalla Gdo, contro il 22% dei circa 2.000 negozi bio. In Francia, pioniera nello sviluppo delle catene bio, le vendite in Gdo pesano per il 48% contro il 29% dei circa 2.700 negozi del comparto. In Italia il 64% delle vendite è veicolato dalla grande distribuzione e il 20% dai circa 1.000 negozi specializzati.
Il Rapporto Bio Bank è liberamente consultabile dalla sezione Pubblicazioni del portale biobank.it

Il fai da te sfiora 1,4 miliardi di euro nel primo trimestre 2026

Il settore del fai da te archivia un primo trimestre dell’anno in un quadro di sostanziale tenuta. Secondo l’ultimo report analitico che confronta il periodo gennaio-marzo 2025 con lo stesso trimestre del 2026, sul perimetro TSR (Total Store Report), il mercato ha registrato una lieve flessione dello 0,8%, con un giro d’affari complessivo che passa da 1.396,2 a 1.384,7 milioni di euro. Il dato si basa su rilevamenti NielsenIQ ed è stato diffuso da Bricoday, l’evento dedicato ai mondi del Brico-Home-Garden in programma il 23-24 settembre 2026 presso la Fiera Milano Rho.

BENE GLI ELETTRODOMESTICI, RALLENTANO LEGNO E ILLUMINAZIONE
Sebbene il dato aggregato mostri una sostanziale stabilità, l’analisi delle singole categorie merceologiche del fai da te rivela cambiamenti nelle priorità d’acquisto degli italiani. Il protagonista del trimestre è il comparto degli elettrodomestici (grandi e piccoli), che incassa un incremento percentuale record a doppia cifra. Segnali molto positivi arrivano dal settore giardinaggio, che sale dell’8%. In ascesa anche automotive e materiale elettrico.
Di contro, alcuni settori storici mostrano segni di debolezza. Il calo più vistoso riguarda il legname (-8%). In contrazione anche l’illuminazione (-5%). I comparti “hard” come edilizia e sanitario mantengono le posizioni dominanti del mercato fai da te, pur registrando entrambi una flessione del 3%. Sostanzialmente invariato il comparto casalingo, mentre la ferramenta si conferma tra le categorie più vendute.

MODERATO OTTIMISMO PER LA SECONDA PARTE DELL’ANNO
In generale, si nota un miglioramento dei risultati rispetto alla seconda parte dello scorso anno, che aveva segnato un complessivo -3,5% a valore. “Dopo un 2025 molto deludente per il mercato del bricolage – affermano gli organizzatori di Bricoday – i dati del 1° trimestre 2026 lasciano spazio a un moderato ottimismo. Alcuni settori faticano a uscire dal periodo negativo mentre altri, il garden in particolare, mostrano segni di vitalità. Confidiamo in ulteriore miglioramento dell’evoluzione del mercato e l’ottimo andamento delle prenotazioni degli stand a Bricoday ci fa ben sperare in una ripresa nella seconda parte dell’anno”.
A inizio maggio 2026, sono più di 380 le aziende iscritte alla prossima edizione di Bricoday. Il comparto Casa e Illuminazione è rappresentato da circa il 40% delle imprese già confermate; segue a ruota il settore DIY/Tecnico. Più distanziato ma in accelerazione il mondo del giardinaggio (al 16%), mentre i brand partecipanti al salone tematico Bricoday Digital (già Digital Village) sono al momento al 5%.

IL CONSUMATORE PRIVILEGIA IL COMFORT DOMESTICO
In definitiva, i primi tre mesi del 2026 consegnano un settore fai da te in trasformazione che dimostra una notevole capacità di adattamento. Se da un lato alcuni comparti rifiatano, la crescita del peso di altre categorie rivela un consumatore sempre più orientato al miglioramento del comfort domestico e la cura del verde, privilegiando l’aggiornamento tecnologico degli elettrodomestici a scapito degli interventi edilizi e strutturali più hard.
La sfida per i DIY superstore nel resto dell’anno – sottolineano gli organizzatori di Bricoday – sarà intercettare questa polarizzazione dei consumi, bilanciando i reparti storici con i segmenti emergenti.

Il Made in Italy guida gli acquisti, ma il 48% dei consumatori ha tagliato la spesa

Il primo criterio di scelta al momento dell’acquisto alimentare, per oltre la metà degli italiani, è l’origine tricolore del prodotto. Il 51% lo indica come determinante principale, davanti al prezzo (41%), alla stagionalità e al chilometro zero (intorno al 34% ciascuno). Un primato che sembra solido. Ma basta scendere di un livello per trovare la crepa: l’89% degli italiani ha notato i rincari alimentari degli ultimi tempi e il 48% ha già cambiato le proprie abitudini d’acquisto di conseguenza. Il Made in Italy piace, viene scelto, viene difeso, ma ha un prezzo che sempre più italiani faticano a sostenere. È quanto emerge dalla ricerca Cia Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro”, elaborata dall’Ufficio studi dell’organizzazione e presentata in occasione della IX Assemblea elettiva nazionale, tenuta oggi 7 maggio a Roma.

IDENTITA’ SI’, MA ENTRO CERTI LIMITI
La disponibilità a pagare di più per un prodotto certificato italiano è quasi universale nel campione. Ma la condizione è sempre la stessa: “entro certi limiti”. Una risposta che unisce tutte le fasce d’età, tutti i generi, tutte le aree geografiche. Non è un segnale di debolezza del brand Italia, secondo gli autori dello studio, bensì la fotografia di un consumatore sotto pressione, che vuole fare la scelta giusta ma non può sempre permettersela.
Il divario generazionale è però marcato. L’origine italiana del prodotto è determinante per il 62% degli over 55, ma solo per il 35% della fascia 18-24 anni. I giovani, al contrario, valorizzano di più l’eticità del prodotto: la indica il 30% dei 18-24, contro il 13% degli over 55.
Per Cristiano Fini, Presidente di Cia riconfermato dall’Assemblea (nella foto in alto), questi dati vanno letti dentro una prospettiva strategica: “I consumatori riconoscono la qualità del prodotto italiano, ma il sistema non riesce ancora a garantire che questo valore si traduca in un prezzo giusto lungo tutta la filiera, a partire dagli agricoltori. Per questo proponiamo strumenti concreti: un portale istituzionale sulle pratiche sleali, sistemi di certificazione che tutelino una quota minima del prezzo finale al produttore primario, incentivi fiscali per chi acquista prodotti agricoli Made in Italy. Il consumatore vuole fare la scelta giusta: dobbiamo renderla accessibile”.

ITALIAN SOUNDING PERCEPITO COME RISCHIO REALE
Tra i rischi percepiti per il settore agroalimentare italiano, i costi energetici guidano la classifica — indicati come minaccia principale dalla maggioranza degli intervistati. Ma il falso Made in Italy pesa più della concorrenza estera a basso costo (45%). Infatti, ben il 52% degli italiani ritiene che l’Italian Sounding arrechi un danno sia di immagine che alle vendite del vero prodotto tricolore. Il 27% parla esplicitamente di sottrazione di quote di mercato. Solo il 21% ritiene che l’effetto sia nullo o addirittura positivo.
Anche qui il fattore anagrafico è determinante. I giovani tendono a leggere l’Italian Sounding come una minaccia economica. Gli adulti lo vivono come una ferita identitaria: tra i 55 anni e oltre, il 64% vi vede un danno all’immagine del vero Made in Italy, contro il 33% dei 18-24.

UN TERRENO SU CUI IL TRICOLORE NON HA RIVALI
Il 58% dei consumatori ritiene che chi all’estero acquista un prodotto alimentare tricolore cerchi qualità e autenticità. Per 1 italiano su 5, il Made in Italy agroalimentare semplicemente non ha rivali: in nessun ambito il prodotto straniero è percepito come superiore. Solo il 13% cita il cibo come settore in cui l’estero eccelle, contro il 38% che indica tecnologia ed elettronica e il 34% che cita il comparto automotive.
Eppure, il 43% degli intervistati ritiene che l’eccellenza italiana sia riconosciuta solo su alcune categorie specifiche: vino, pasta, olio. Una fama percepita come concentrata, non diffusa. Un limite che Cia dichiara di voler affrontare valorizzando il sistema delle Indicazioni Geografiche nelle aree interne, asset strategico del Made in Italy ancora sottorappresentato sui mercati internazionali.
Il prodotto agricolo italiano vale ben oltre le tre categorie iconiche – evidenzia Fini –. Dobbiamo costruire un ‘nuovo patto’ con i consumatori fondato su una visione One Health: la salute economica delle aziende agricole, la salute ambientale dei territori, la salute delle persone che mangiano. Ogni acquisto consapevole è un atto politico. E la filiera corta, i mercati contadini, la vendita diretta sono gli strumenti più efficaci per rendere quel patto concreto e quotidiano”.

CONSUMATORE PRAGMATICO, SISTEMA DA RIFORMARE
Il quadro complessivo ricavato da Cia è quello di un consumatore né ingenuo né indifferente: riconosce il valore del cibo italiano, ne difende il primato, ma negozia continuamente questa preferenza con i vincoli del portafoglio. Il Made in Italy regge sul piano simbolico; è sul piano dell’accessibilità economica che rischia di perdere terreno. Secondo Cia, la risposta non può essere solo comunicativa: serve redistribuire meglio il valore lungo la filiera, proteggere i produttori agricoli dalla concorrenza sleale e rendere la scelta italiana davvero vantaggiosa, non solo giusta.

Tonno: prodotti sostenibili in forte crescita, anche in Italia

© MSC Jason Thom

Il tonno è una delle specie chiave del mercato ittico italiano, sia per il consumo domestico sia per l’industria conserviera, che rappresenta il principale driver per valore e volumi. Si tratta di una categoria matura, ma in evoluzione: secondo il Report Gdo 2026 cresce in modo contenuto (+1,1% a valore e +1,8% a volume). Il prezzo medio appare sostanzialmente fermo (-0,7% €/kg) in un contesto sempre più competitivo, caratterizzato da forte pressione promozionale (46,4% delle vendite) e da una crescente polarizzazione tra segmenti.
All’interno del comparto, il tonno sott’olio in lattina resta centrale (oltre il 54% del valore e circa il 60% dei volumi), mentre i segmenti premium – come vetro e filetti – mostrano maggiore dinamismo; al contrario, le referenze più elaborate risultano in contrazione, riflettendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori.

UNA LEVA COMPETITIVA PER BRAND E MDD
A diffondere questi dati – in occasione della Giornata Mondiale del Tonno che si celebra oggi 2 maggio – è Marine Stewardship Council (Msc), organizzazione internazionale non-profit che certifica le pratiche di pesca sostenibili. Un aspetto, quello della sostenibilità, diventata leva competitiva sul mercato, anche in Italia. Dopo il rallentamento del 2024 legato a inflazione e aumento dei costi produttivi, il tonno certificato Msc è tornato a crescere: nell’anno fiscale 2025/2026 in Italia sono state vendute oltre 21.000 tonnellate (+50% rispetto al 2024/2025), di cui il 94% destinate a prodotti in conserva. Parallelamente è aumentata l’offerta, con oltre 270 prodotti a marchio Msc oggi presenti nella Gdo, dalle conserve tradizionali alle insalate e ai tramezzini.
Anche il mix di specie riflette l’evoluzione del mercato: il tonno a pinne gialle torna a crescere rispetto al tonnetto striato, in linea con la maggiore domanda di prodotti premium. La sostenibilità non è appannaggio solo dei grandi brand come Rio Mare, ma anche delle marche del distributore – per esempio Lidl e Aldi – arrivate a rappresentare il 27% dei volumi di tonno certificato Msc (dal 15% dell’anno fiscale precedente).

AUMENTANO I VOLUMI DI MATERIA PRIMA CERTIFICATA
A livello mondiale, il volume di tonno venduto con il marchio blu Msc ha superato le 400.000 tonnellate metriche tra l’aprile 2025 e il marzo 2026, crescendo del 39% rispetto all’anno precedente. A sostenere un andamento così positivo è la maggiore disponibilità di materia prima: oggi il 67% del pescato mondiale di tonno proviene da attività certificate Msc, per oltre 3,46 milioni di tonnellate, con ulteriori prospettive grazie alle 182 attività di pesca coinvolte nei programmi di miglioramento nel mondo.
Dall’inizio del 2026, quattro nuove attività sono state certificate negli oceani Atlantico e Indiano. In particolare, il tonno pinna gialla dell’Oceano Indiano, dopo quasi un decennio di gestione e sforzi congiunti, è stato riconosciuto come non più sovrasfruttato né soggetto a sovrasfruttamento, consentendo l’estensione della certificazione anche a questa specie e aumentando così i volumi disponibili.

L’ESPANSIONE DELL’OFFERTA ACCELERA LA TRANSIZIONE
Secondo Msc, l’impegno di aziende e retailer verso un’offerta sempre più ampia di tonno certificato segna un passaggio verso una trasformazione su larga scala del settore. Da un lato, stimola la domanda di approvvigionamenti da pesca certificata; dall’altro, rafforza la fiducia di consumatori sempre più attenti alla sostenibilità. Il risultato è un’accelerazione verso oceani più sani e filiere più trasparenti.
La crescente domanda di materia prima certificata spinge un numero sempre maggiore di attività di pesca ad adottare pratiche sostenibili in linea con lo Standard Msc, contribuendo a una gestione più responsabile delle risorse ittiche a livello globale. Nell’ultimo anno, diverse attività di pesca del tonno hanno ottenuto la certificazione Msc per la sostenibilità ambientale. Tra queste, la pesca del tonno rosso australiano meridionale e quella ghanese di tonnetto striato e tonno pinna gialla nell’Oceano Atlantico.

Ibc, l’instabilità dello scenario globale frena la crescita

Le tensioni in Medio Oriente stanno condizionando l’economia italiana, disegnando uno scenario di forte incertezza per le imprese. Il Pil italiano dovrebbe attestarsi quest’anno al +0,4%, un livello inferiore alle stime pre-conflitto (+0,7%). Contestualmente è atteso un aumento dell’inflazione al consumo (+2,9%), oltre che una frenata dei consumi (dal +1,1% del 2025 al +0,5% del 2026), un rallentamento degli investimenti e una contrazione delle esportazioni. Il quadro prospettico per il 2027 resta debole, con un’inflazione prevista a +1,6% e Pil a +0,5%. I dati sono stati presentati dalla società di consulenza Prometeia durante l’assemblea pubblica di Ibc, l’Associazione Industrie Beni di Consumo, tenuta a Milano.

A PESARE È L’IMPENNATA DI ENERGIA E MATERIE PRIME
A gravare sulle imprese – sottolinea Flavio Ferretti, Presidente di Ibc (nella foto in alto) – è soprattutto l’impennata dei costi esogeni, che colpisce trasversalmente energia e materie prime. I rincari investono comparti strategici: dai fertilizzanti per l’agroalimentare e il chimico, fino alla filiera dei metalli, penalizzata dal costo dell’alluminio. L’instabilità minaccia, inoltre, le catene di fornitura dell’elettronica e della farmaceutica, con ripercussioni a cascata su numerose filiere produttive”.
Anche in caso di una rapida risoluzione del conflitto, il medio-lungo periodo rimane critico: il danneggiamento delle infrastrutture energetiche del Golfo penalizzerebbe la normalizzazione del mercato. Le quotazioni di Brent e gas naturale sono previste su livelli elevati almeno fino alla fine del secondo trimestre 2026, con un rientro graduale solo nella seconda metà dell’anno.

IL LARGO CONSUMO TIENE, MA PEGGIORA IL CLIMA DI FIDUCIA
La stessa Ibc rimarca però che, nonostante le difficoltà, il largo consumo mostra una tenuta resiliente, sostenuta dall’impegno a contenere i costi della filiera e dalla capacità di adattamento dei consumatori. Nel breve termine, i consumi si mantengono stabili (+1,0% a volume a marzo 2026 rispetto allo stesso mese dello scorso anno, fonte NielsenIQ), ma la direzione rimane incerta, anche in considerazioni del peggioramento del clima di fiducia dei consumatori (sceso a marzo a 92,5 da 97,5 di inizio 2026).

IN AUMENTO LA FREQUENZA D’ACQUISTO
Le famiglie italiane reagiscono all’incertezza frammentando la spesa. Secondo NielsenIQ, la frequenza di acquisto è aumentata del 9% nell’ultimo anno, penalizzando la fedeltà alle insegne (-5,7%) e ai brand (-4,2%). Il consumatore è ormai multicanale: alterna fisico e digitale, visita molteplici retailer e sceglie canali diversi a seconda della categoria merceologica. La sfida per le imprese si sposta quindi sulla capacità di garantire disponibilità, semplicità e rilevanza dell’offerta.
Anche la crisi demografica – con calo delle nascite, invecchiamento della popolazione e aumento delle famiglie unipersonali – sta ridisegnando strutturalmente la composizione della spesa, imponendo alle aziende di ripensare formati e priorità per rispondere efficacemente ai bisogni del consumatore.

LE RICHESTE DELL’ASSOCIAZIONE AL GOVERNO
In questo contesto, il presidente Ferretti ha evidenziato l’importanza di azioni del Governo per la semplificazione normativa, il supporto a una transizione ecologica e digitale che non pregiudichi la competitività, e l’alleggerimento del carico fiscale per le imprese. Ha rimarcato, inoltre, l’ampia attività di formazione e informazione dell’associazione inerente agli strumenti abilitanti per la digitalizzazione dei processi e la logistica integrata diffusi da GS1 Italy.
Ibc riunisce aziende attive in Italia e all’estero nei settori alimentare, bevande, prodotti per la cura dell’ambiente domestico e della persona, tessile e abbigliamento, arredo, prodotti e accessori per la casa. Si tratta di oltre 34.000 imprese, che generano un fatturato al consumo stimato di circa 500 miliardi di euro. Il numero di occupati (28% del totale dell’industria in senso stretto) è pari a 1,1 milioni, di cui 516 mila nel comparto grocery.

Gli italiani e l’alimentare: spesa fisica, coupon digitale

Oltre il 70% degli italiani continua a preferire la spesa in negozio piuttosto che online. L’inflazione cresce, ma 6 consumatori su 10 non hanno diminuito la quantità di generi alimentari acquistati. Oltre l’80% di chi accede ai coupon utilizza lo smartphone. Sono questi alcuni dei principali risultati dell’indagine sulle abitudini di spesa in Italia condotta da OnePool per conto di Savi, che offre una fotografia aggiornata delle abitudini di acquisto alimentare degli italiani, evidenziando comportamenti consolidati e differenze significative tra le diverse fasce d’età.

E-COMMERCE PIÙ POPOLARE TRA I GIOVANI
Il 72% degli italiani continua a prediligere la spesa in negozio, scegliendo nella maggior parte dei casi lo store fisico rispetto all’online, ma le abitudini di acquisto differiscono consistentemente in base all’età. Se infatti l’88% degli intervistati con più di 65 anni dichiara di preferire recarsi fisicamente presso il punto vendita di fiducia, la quota scende al 48% tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni, che invece risultano più abituati all’e-commerce, formula preferita dal 24% dei giovani contro solo il 6% dei più anziani.
Tra i principali canali di distribuzione, l’ipermercato/supermercato è il format preferito dal 52% dei consumatori, seguito dal discount a quota 25%, mentre le formule più specifiche, come i punti vendita all’ingrosso o i minimarket, raggiungono insieme solo il 4% delle preferenze.

L’INFLAZIONE PESA SUL CARRELLO
L’aumento dei prezzi ha assunto un ruolo determinante sulle abitudini di acquisto, con il 57% degli italiani che dichiara di spendere di più rispetto allo scorso anno. In generale, si rileva un atteggiamento di moderata prudenza tra i consumatori, se è vero che il 60% dichiara di comprare la stessa quantità di generi alimentari o di aver aumentato gli acquisti, mentre il 36% ha dovuto limitare il numero di prodotti nel proprio carrello della spesa a causa dell’inflazione.

COUPON FA SEMPRE PIÙ RIMA CON SMARTPHONE
In questo contesto è generalmente aumentata l’attenzione verso i diversi strumenti di risparmio, da quelli tradizionali ai più innovativi, come i programmi fedeltà o i buoni sconto. Sempre più diffusi sono i coupon in formato digitale, se è vero che l’82% degli intervistati che utilizzano i coupon vi accedono tramite smartphone, in un trend ormai consolidato da diversi anni. In questo caso, l’età influisce relativamente sulle abitudini, con l’81% dei giovani tra i 18 e i 24 anni che usa il cellulare per accedere agli sconti, percentuale che si conferma comunque mediamente alta (66%) anche tra gli ultrasessantacinquenni.

L’ALIMENTARE BATTE I BUONI CARBURANTE
Se l’alimentare risulta la categoria di maggior utilizzo dei coupon, aumenta anche l’interesse per altri settori, con i buoni carburanti ed energia che raccolgono l’interesse del 46% del campione, 31% per abbigliamento e calzature, mentre il 30% degli intervistati preferirebbe ricevere sconti da utilizzare al ristorante. L’attenzione al risparmio per le cene fuori casa trova riscontro anche in un altro dato: il 45% degli italiani dichiara infatti di aver ridotto le spese per andare a cena fuori nel periodo post covid.

CRESCE L’INTERESSE PER I NUOVI CANALI INFORMATIVI E PROMOZIONALI
Se da un lato le app loyalty e l’e-mail si confermano come i touchpoint preferiti per ottenere coupon, cresce l’interesse verso contesti alternativi di ingaggio, inclusi entertainment, gaming e piattaforme di streaming. Dall’indagine emerge un’elevata apertura degli italiani ad accedere alle promozioni veicolate all’interno di servizi digitali già integrati nella quotidianità. In particolare, il 62% ha dichiarato la disponibilità ad interagire con piattaforme di video streaming per ricevere sconti e offerte.
Guardando invece ai luoghi alternativi in cui i consumatori vorrebbero ricevere promozioni, emergono in testa i siti dedicati alle offerte (36%), seguiti da operatori di rete mobile (26%) e app di notizie (24%). Rilevante anche il ruolo di app bancarie (22%) e servizi essenziali (21%), mentre altre categorie risultano più di nicchia.

SÌ AGLI AUMENTI, SE PERCEPITI COME GIUSTIFICATI
L’indagine è stata svolta attraverso interviste online realizzate nel corso del mese di dicembre 2025 su un campione composto da 2.000 soggetti che hanno dichiarato di aver utilizzato almeno un buono sconto per l’acquisto di prodotti alimentari nei 12 mesi precedenti la survey.
I dati confermano come gli italiani siano oggi consumatori sempre più consapevoli e attenti – sottolinea Andrea Zermian, Sales and Marketing Director di Savi (nella foto a destra) – Anche in un contesto complesso, segnato dalla progressiva erosione del potere d’acquisto, emerge una disponibilità ad accettare aumenti di prezzo quando percepiti come giustificati, a condizione che non venga compromessa la qualità. È un segnale chiaro di maturità e di crescente attenzione verso ciò che si porta in tavola. A differenza di altri settori, come la moda o il tech, l’alimentare continua a mantenere una forte dimensione esperienziale. Il punto vendita fisico resta centrale: consente un’interazione diretta con il prodotto e abilita scelte più consapevoli, difficilmente replicabili online. Parallelamente, osserviamo un’evoluzione significativa nelle logiche di risparmio. I consumatori mostrano un’elevata apertura verso strumenti digitali: i coupon accessibili da smartphone, ormai diffusi trasversalmente tra tutte le fasce d’età, rappresentano un esempio concreto di come innovazione e convenienza possano integrarsi nelle abitudini quotidiane. In questo scenario, diventa fondamentale accompagnare e valorizzare queste dinamiche, favorendo la crescita di consumatori sempre più informati, consapevoli e autonomi nelle proprie decisioni d’acquisto”.

I brand del largo consumo preferiti dagli italiani

La ricerca si chiama Brand Footprint Report 2026, è a firma di YouGov e propone una classifica dei marchi di beni di largo consumo più scelti dai consumatori italiani. In pratica, YouGov ha analizzato 754 major brands (marchi con una penetrazione superiore al 2%) rappresentanti il 67% del mondo industria per raccontare un mercato che si rivolge a sette cluster di atteggiamenti di consumo identificati dall’istituto di ricerca (smart social, price-driven, conscious living, light & healthy, lifestyle pioneers, fast life, functionals). Un esercizio difficile per le caratteristiche di un sistema frammentato, variegato e complesso che evidenzia come i marchi più performanti in termini di numero di atti di acquisto e quelli che hanno segnato la maggiore crescita a volume siano accomunati dalla capacità di investimenti mirati.

MULINO BIANCO SI CONFERMA AL PRIMO POSTO
Cominciamo dal podio, che è appannaggio (come è normale che sia) di autentici campioni del settore e anche del marketing, ingrediente indispensabile di qualsiasi successo di lungo periodo: Mulino Bianco difende vittoriosamente il primo posto, precedendo Kinder (2°) e Coca-Cola (3°).
Bauli è il marchio che fa segnare la crescita maggiore, mentre Parmareggio fa il suo ingresso nella top 20. Da segnalare come ACE sia il brand più scelto nella categoria Home & Personal Care mentre Zymil prevalga in quella del benessere.
Per quanto riguarda la penetrazione, Milk è il marchio con la maggiore continuità di crescita di penetrazione nel tempo mentre Gimoka quello che ha registrato il maggior incremento di penetrazione nei discount. Coccolino è il brand che cresce di più in penetrazione dai consumatori Silver (over 65), Frosta tra i più giovani (under 35) mentre Fruttolo è il più sovraindicizzato dagli shopper che utilizzano regolarmente i social media.

PIÙ ATTI D’ACQUISTO, MENO FEDELTÀ
Il resto delle evidenze dello studio di YouGov – emerse dall’analisi delle informazioni comportamentali e attitudinali del campione di 17.000 famiglie – appare meno prevedibile. Vediamole nel dettaglio. Nel nostro paese sono 210 gli atti di acquisto medi in un anno (+4,8% rispetto al 2025, una crescita che genera scelte meno fedeli da parte degli shopper), con una spesa per atto in contrazione nonostante l’inflazione degli ultimi anni (21,47 euro, -1,5%).
Per quanto riguarda i target, gli over 65 sono sempre più rilevanti in termini di incidenza (costituiscono il 32% dei responsabili di acquisto) mentre l’analisi dei canali mostra una prevalenza dei supermercati e una elevata penetrazione dei discount, anche se in rallentamento.
Tra le categorie si rivelano particolarmente performanti i prodotti legati al benessere (senza lattosio, senza glutine, plant-based, sugar free e alto proteici) che registrano aumenti importanti in termini di penetrazione e gli snack (con un incremento della spesa media rispetto al 2019 del 69% per il salato e del 49% per il dolce).

LA VOGLIA DI PROMOZIONI RESTA ELEVATA
La strategia degli shopper italiani rimane votata alla cautela, con il 79% che dichiara la volontà di incrementare gli acquisti in promozione mentre due su tre si propongono di ridurre gli acquisti fuori casa e il 60% i consumi in generale. Queste esigenze di risparmio si traducono nell’ormai generalizzata frammentazione della spesa e nel rifugio crescente nella private label, che ha raggiunto una spesa media famigliare di 1.060 euro (+44% negli ultimi cinque anni).
Per quanto i supermercati risultino ancora protagonisti in termini di spesa media (2.302 euro), frequenza (90,3 atti d’acquisto annui) e penetrazione (98,3%), i discount e i drugstore stanno allargando le loro clientele grazie alla penetrazione in crescita (rispettivamente 89,1% e 68,6%). Una dinamica frammentata che si traduce inevitabilmente in una diffusa infedeltà: ogni famiglia visita ben 9 insegne all’anno, determinando per il 65% di queste un calo di loyalty.

SI CONSOLIDA IL TREND DEL BENESSERE
Prudenza non è tuttavia sinonimo di ritorno all’essenziale, come si osserva facilmente dalle categorie che registrano le migliori performance in penetrazione (+31,3% kefir, +29,2% semi, +20,4% formaggi di soia, +18,9% frutta esotica).
Il benessere è un trend: i prodotti senza lattosio (87,3%), sugar free (82,1%), plant based (67,2%) vengono scelti da un numero sempre maggiore di consumatori mentre gli alcolici sono in calo sia nei consumi domestici che fuori casa, soprattutto tra i giovanissimi. Anche l’indulgenza si dimostra una leva strategica per gli acquisti, sebbene il ciclo di vita dei nuovi prodotti di questo particolare segmento resista meno all’usura del tempo (il 72% registra infatti una flessione dopo il secondo anno dal lancio).

IL FUTURO DELLO SHOPPING È TIK TOK?
Tra le novità di maggiore rilevanza, il ruolo del social shopping. L’esordio di Tik Tok Shop ha fatto registrare nei primi sei mesi di presenza nel nostro paese 31.000 sessioni di live shopping; numeri importanti ma ancora molto lontani dall’esprimere appieno il potenziale di uno strumento che intercetta 23,9 milioni di individui su base giornaliera e 12,5 milioni di responsabili di acquisto (47% del totale).

CALMA PIATTA SOLO IN APPARENZA
Sebbene la classifica dei marchi più apprezzati dagli italiani mostri una sostanziale continuità nelle prime posizioni – premette Roberto Borghini, General Manager di YouGov Shopper – è sotto la superficie che si mostrano i cambiamenti maggiori. Se, infatti, familiarità e reputazione continuano a giocare un ruolo determinante, soprattutto in uno scenario dominato da fattori di incertezza e da una permacrisi economica, emergono elementi fortemente innovativi che dovranno essere attentamente valutati dagli operatori. Fenomeni come il ruolo inedito del social shopping o la crescente ricerca di varietà negli acquisti dimostrano la dinamicità degli acquirenti”.

COME VIENE REALIZZATO LO STUDIO
Il Brand Footprint Report utilizza l’indicatore messo a punto da YouGov “Consumer Reach Points” (CRP*) per valutare la “forza” dei marchi. Il CRP si calcola moltiplicando tre fattori: la popolazione di famiglie, la penetrazione (percentuale di famiglie che acquistano il marchio) e la frequenza di acquisto da parte dei consumatori (il numero di volte in cui il brand è acquistato, in media). Questo indicatore riflette il livello di coinvolgimento dei consumatori, evidenziando quanti scelgono un prodotto e quanto spesso. Attraverso l’analisi di tali parametri, il Brand Footprint di YouGov mira a offrire un quadro dei marchi che hanno conquistato con efficacia i consumatori italiani.

Dalla partnership tra Circana e YouGov nasce Complete Market

Fornire una visione connessa del comportamento degli acquirenti e delle performance del mercato retail: è questo l’obiettivo di Complete Market, la soluzione co-sviluppata da YouGov e Circana. L’idea è unire i dati del panel di YouGov Shopper con i dati retail di Circana per affrontare una sfida di lunga data del settore: collegare cosa acquistano gli acquirenti e perché in un unico processo d’analisi integrata. La prima versione di Complete Market è disponibile tramite la piattaforma Liquid Data di Circana.

SI COMINCIA DA GERMANIA, PAESI BASSI E ITALIA
La prima funzionalità accessibile all’interno di Complete Market è Combined Reporting, che integra i dati degli acquirenti YouGov con i dati POS di Circana per fornire una visione unificata dei cambiamenti del comportamento degli acquirenti e delle tendenze di vendita volta a supportare decisioni immediate. La funzione è ora disponibile per clienti in Germania, Paesi Bassi e Italia.
Attraverso il Combined Reporting, produttori e rivenditori del settore del largo consumo potranno:

  • Collegare il comportamento degli acquirenti direttamente ai risultati sul mercato
  • Rimuovere i flussi di lavoro manuali di integrazione e reporting dei dati
  • Costruire narrative commerciali più forti e basate sull’evidenza
  • Identificare opportunità di crescita tra categorie, marchi e rivenditori

Questa rappresenta l’integrazione fino ad oggi più profonda tra i dati degli acquirenti YouGov e quelli del POS di Circana, che consentirà informazioni più rapide e fruibili di quanto fosse possibile in precedenza tramite soluzioni “standalone”.
Complete Market colma il divario tra le informazioni degli acquirenti e i risultati di mercato – afferma Stefan Heremans, Presidente di YouGov Shopper –. Riunendo i dati sul comportamento dei nostri acquirenti con i dati POS in un’unica soluzione, forniamo ai clienti una visione più completa della domanda e una base di crescita più solida”.

UNA COLLABORAZIONE A LUNGO TERMINE
In base a quanto reso noto, Complete Market riflette una partnership strategica a lungo termine tra Circana e YouGov. Combined Reporting viene definita la prima pietra miliare di un percorso condiviso con funzionalità aggiuntive pianificate per approfondire le capacità analitiche e migliorare l’usabilità. Allo stesso tempo, le funzioni di analisi degli acquirenti di YouGov continueranno a progredire attraverso l’evoluzione di SimIT Web nella piattaforma Shopper Insight supportata dall’IA.
Complete Market è un’importante aggiunta alla piattaforma e al portafoglio di Liquid Data di Circana – sostiene Jeremy Allen, Chief Commercial Officer di Circana –. Integrando le informazioni sugli acquirenti di YouGov con i dati POS di Circana, la funzionalità Combined Reporting offre valore immediato, gettando al contempo solide basi per l’innovazione futura”.

La fiducia si costruisce a scaffale (e non solo con il prezzo)

È lì che si gioca la partita di retail e industria: a scaffale. Ed è lì che i consumatori si aspettano di trovare chiarezza e informazioni affidabili, per poter scegliere cosa comprare in maniera consapevole. Ovviamente il prezzo è fondamentale, in particolare per noi italiani, ma attenzione a sottovalutare altri aspetti che contribuiscono a creare fiducia, a cominciare dalla coerenza tra esperienza d’acquisto fisica e digitale.
A dare concretezza numerica a questi concetti è una ricerca globale di Pricer, leader mondiale nelle tecnologie per il retail, che ha coinvolto 5.000 consumatori in Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Stati Uniti, con l’obiettivo di analizzare i comportamenti, le aspettative e le nuove dinamiche che stanno ridefinendo lo shopping fisico.
A livello globale, la ricerca evidenzia un’evoluzione ormai trasversale dei comportamenti di acquisto:
– 8 shopper su 10 si aspettano un’esperienza coerente e sincronizzata tra canali online e offline;
– 6 su 10 richiedono una maggiore profondità digitale direttamente a scaffale;
– 7 su 10 dichiarano di abbandonare il negozio quando trovano scaffali vuoti.
Questi dati delineano un quadro chiaro: indipendentemente dal mercato, prezzo, chiarezza informativa e affidabilità operativa rappresentano oggi le basi imprescindibili dell’esperienza retail. Senza queste fondamenta, la fiducia viene meno e l’esperienza in-store perde rilevanza, anche in presenza di soluzioni digitali avanzate.

IN ITALIA L’ATTENZIONE AL PREZZO È AI MASSIMI
All’interno di questo scenario globale, l’Italia emerge come un mercato particolarmente significativo, in cui la ricerca pragmatica del valore si combina con una domanda molto elevata di trasparenza. Gli shopper italiani mostrano infatti i livelli più alti di attenzione al prezzo dell’intero studio, con quasi 9 consumatori su 10 ipersensibili alle variazioni di prezzo a scaffale.
Il confronto dei prezzi è una pratica diffusa e sistematica, con un tasso di comparazione a scaffale che raggiunge l’83%, mentre risulta meno centrale il monitoraggio del totale del carrello. L’attenzione si concentra quindi sul valore del singolo prodotto, più che sulla spesa complessiva, rafforzando l’idea di uno shopping altamente selettivo e consapevole.
In questo contesto, il concetto di equità assume un ruolo centrale. A differenza di altri mercati, dove l’accuratezza tecnica è il principale parametro di valutazione, gli shopper italiani chiedono una dimostrazione concreta della correttezza del prezzo, pretendendo coerenza, chiarezza e leggibilità nel punto esatto in cui avviene la decisione di acquisto. Le promozioni continuano a giocare un ruolo chiave – 6 consumatori su 10 cercano attivamente offerte – ma non sono sufficienti se non accompagnate da trasparenza e comprensibilità.

FORTE INTERESSE PER SOSTENIBILITÀ E PROVENIENZA
Accanto al prezzo, emerge con forza anche il tema del valore “con significato” (Value with Meaning). Il 58% degli shopper italiani desidera trovare direttamente a scaffale informazioni su sostenibilità e provenienza dei prodotti, confermando l’Italia come uno dei mercati più sensibili all’integrazione tra convenienza economica e contenuto valoriale. L’Italia evidenzia, inoltre, un forte ”youth gradient”: Gen Z e Millennials risultano i segmenti più attivi nell’utilizzo di strumenti digitali per verificare offerte, confrontare alternative e cambiare brand quando il valore non è percepito come chiaro.

DALL’ESPOSIZIONE ALLA COMUNICAZIONE
Nel complesso, i dati mostrano come lo scaffale fisico stia evolvendo da semplice spazio espositivo a luogo chiave di costruzione della fiducia. È qui che gli shopper si aspettano di trovare conferma della correttezza del prezzo, della disponibilità dei prodotti e della coerenza tra canali fisici e digitali.
Alla luce di queste evidenze, la ricerca sottolinea il ruolo strategico delle electronic shelf labels e delle soluzioni digitali a scaffale, che permettono ai retailer di garantire allineamento dei prezzi, chiarezza delle promozioni e accesso immediato alle informazioni più rilevanti per il consumatore. In questa direzione si inserisce anche Pricer Avenue, piattaforma di comunicazione a scaffale che amplia le possibilità informative nel punto vendita, trasformando lo scaffale in un canale dinamico di storytelling e valorizzazione dell’offerta. Per il mercato italiano, in particolare, lo scaffale diventa il punto in cui la promessa di valore deve essere dimostrata in modo tangibile, continuo e credibile.

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