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Luxury shoppers: l’acquisto corre sui social

Non c’è più il lusso di una volta. O meglio: non si comprano più i prodotti di  lusso come una volta. A mutare le abitudini d’acquisto hanno infatti fortemente contribuito le piattaforme social come FB e i suoi fratelli (Instagram, Messenger e WhatsApp): più di 3 acquirenti di beni di lusso su 4 in tutto il mondo utilizzano ogni giorno queste piattaforme nel processo di acquisto.

Oggi infatti il modo in cui i consumatori scoprono, cercano e decidono di comprare capi di alta gamma, accessori e gioielli è fortemente influenzato dalle interazioni online. A rivelarlo è uno studio commissionato da Facebook e condotto da IPSOS su un campione di 4.500 persone, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, in 6 mercati – Stati Uniti, Francia, Italia, Regno Unito, Hong Kong e Giappone – che ha evidenziato come la maggior parte dei touch-point che guidano l’intera esperienza di acquisto di prodotti di lusso sia digitale. L’indagine ha analizzato le piattaforme utilizzate, il comportamento e il percorso di acquisto dei clienti luxury con un focus sulla Next Generation, che comprende la Generazione Z (fino ai 22 anni) e i Millennials (23-34 anni), e sui consumatori alto-spendenti, ovvero persone che hanno fatto acquisti per almeno 10.000 dollari nell’ultimo anno.

L’utilizzo delle piattaforme digitali

Chi compra prodotti di lusso è sempre più connesso, dispone di oltre 3 device digitali e passa in media quasi 17 ore a settimana online, contraddistinguendosi per un maggiore utilizzo dei social network. Il 93% usa le piattaforme digitali come fonte di ispirazione per scoprire le novità, navigare e connettersi con le community, al contrario dei consumatori non luxury tra i quali il 79% le utilizza nei processi di acquisto.

A livello globale, il 92% degli appassionati del lusso utilizza la famiglia delle app di Facebook, una percentuale che cresce ulteriormente in Italia, attestandosi al 99%, e confermando il nostro Paese come uno dei mercati con il tasso più elevato di utilizzo dei prodotti Facebook (superato solo da Hong Kong).

Il comportamento d’acquisto

I clienti alto-spendenti (38%) sono più propensi a fare acquisti online rispetto al resto dei consumatori di beni di lusso (24%). Sebbene lo shopping online sia, quindi, ancora marginale e l’80% dei prodotti di lusso venga acquistato nelle boutique e nei punti vendita fisici, i touchpoint digitali sono fondamentali per influenzare le scelte d’acquisto, che nell’80% dei casi vengono guidate dalle interazioni online. Il digitale diventa, inoltre, un prezioso alleato anche nella fase decisionale: in Europa il 77% di chi acquista capi di moda di lusso consulta, infatti, lo smartphone mentre si trova in negozio.[1] 

In questo contesto, secondo lo studio IPSOS, il 42% dei processi di acquisto a livello globale coinvolge almeno un’app della famiglia Facebook, una percentuale che sale al 64% per i consumatori alto-spendenti e al 65% per la Next Generation. Se si considera il mercato italiano, le app della famiglia Facebook vengono utilizzate nel processo di acquisto dal 53% degli intervistati e, nello specifico, dal 63% degli alto-spendenti e dal 78% della Next Generation.

L’Italia si attesta, quindi, al primo posto in Europa per l’utilizzo delle app della famiglia Facebook nei processi di acquisto dei beni di lusso, seguita da UK (30%) e dalla Francia (26%).

Il percorso di acquisto

Facebook e Instagram sono le piattaforme dove le persone scoprono nuovi prodotti, traggono ispirazione e fanno ricerche e sono quindi risorse cruciali per prendere una decisione di acquisto: più di 1 persona su 3 ha cercato o scoperto un prodotto attraverso le app di Facebook, 1 persona su 2 nel caso della Next Generation e degli alto-spendenti, mentre il 60% ha letto recensioni e raccomandazioni su Facebook o Instagram per prendere decisioni migliori. Le recensioni di altri acquirenti sono ritenute utili nella fase che precede l’acquisto.

Anche dopo l’acquisto, la condivisione sui social è parte fondamentale dello shopping di lusso, in quanto il 47% dei clienti della Next Generation e della fascia alto-spendente condivide foto del proprio acquisto con la Community o ne discute su Facebook o Instagram.

L’utilizzo di Facebook e Instagram

Ma Facebook e Instagram non sono interscambiabili: ognuno ha un suo ruolo:  Facebook è considerato, da chi acquista beni di lusso, il luogo ideale per ricevere consigli, connettersi con brand e aziende e trovare informazioni personalmente rilevanti: il 52% lo usa per cercare informazioni su eventi, il 43% per aggiornarsi e il 39% per guardare anteprime di prodotti. Gli acquirenti della Next Generation vorrebbero, per esempio, che i messaggi e le storie dei brand rispondessero, con contenuti autentici, ai problemi che affrontano e che fossero aderenti ai loro interessi.

Instagram si conferma, invece, la piattaforma preferita per scoprire le ultime tendenze, entrare in contatto con influencer, celebrità e aziende e trovare contenuti divertenti con messaggi e storie creative. Chi acquista prodotti di alta gamma desidera vedere su Instagram nuovi trend (45%), lanci di nuovi stili, prodotti o servizi (41%), indicazioni dagli influencer (39%) e testimonianze di personaggi famosi (38%).

Seconda mano: è sempre più boom. Il caso Xtribe

Se negli Stati Uniti il trend della vendita e dell’acquisto di prodotti di seconda mano è già forte, con un giro di affari le cui proiezioni sono pari a 51miliardi di dollari nel 2023, anche in Italia le cose stanno andando meglio: secondo il report dell’Osservatorio second hand economy, nel 2018, il mercato dell’usato ha toccato il valore di 23miliardi di euro, con una crescita del 28% negli ultimi 5 anni.

Un incremento notevole che vede, grazie all’attenzione sempre maggiore per l’ambiente, un’ascesa ancor più dirompente.

Ma il mercato dell’usato, oltre agli spazi fisici scanditi nei quartieri a degli orari e a dei giorni stabiliti, ha sempre più presa nei marketplace che comunque, ricorrendo all’utilizzo di corrieri, non diminuiscono di troppo l’impatto ambientale del fast fashion.

Xtribe, il marketplace green per il second hand market

Con 700mila download l’app di Xtribe si è rapidamente affermata, permettendo di vendere, acquistare e barattare qualsiasi prodotto con le persone e i negozi che sono nelle vicinanze, grazie ad un sistema di geolocalizzazione integrato.

La startup, co-fondata da Mattia Sistigu, è uno di quei validi strumenti per ripensare al Natale 2019 come ad un Natale green in cui acquistare prodotti usati, vendere i propri o barattarli, comodamente nel proprio quartiere, eliminando anche le emissioni di CO2 generate dai motori dei corrieri.

“Vogliamo creare un marketplace che non solo aumenti le possibilità di incontro e di commercio all’interno delle zone frequentate dai nostri utenti ma che questo scambio sposi anche delle tematiche che per noi sono importanti come quella legata alla responsabilità di ognuno di agire nel modo più green possibile.” afferma Mattia Sistigu, COO di Xtribe.

Un sistema semplice che permette di fare economia liberandosi di ciò che non piace più e dandogli nuova vita, rimanendo coerenti con il tema caldo di quest’anno: l’attenzione all’ambiente e alla sua tutela.

 

 

Pausa pranzo: 40 minuti (al massimo) per un pasto leggero e preferibilmente bio

Il primo parametro essenziale è il tempo: in una società “veloce” come la nostra anche la pausa pranzo,infatti, deve fare i conti con la lancetta dell’orologio.Ecco allora che saranno al massimo 40 i minuti dedicati al pranzo. A dirlo l’indagine condotta da Nomisma per l’Osservatorio Buona Pausa Pranzo di CIRFOOD.  E questo limite temporale vale sia per gli studenti che per i lavoratori. 1 lavoratore su 5 pranza in meno di 20 minuti. Lo stesso vale per gli studenti, tanto che il 19% impiega meno di 20 minuti per la pausa pranzo fuori casa e il 52% tra i 30 e i 40 minuti. Avere un servizio di ristorazione aziendale significa concedersi più tempo per la pausa pranzo: il 59% afferma di riservare fra i 30 e i 40 minuti a questo momento della giornata.

I luoghi della pausa pranzo

La maggior parte degli studenti (75%) mangia soprattutto a casa, ma è comunque alta la percentuale di chi afferma di consumare 2/3 volta la settimana il pasto sul luogo di studio. Per quanto riguarda i lavoratori, il 43% dichiara di pranzare in ufficio almeno 2/3 volte alla settimana, mentre il 45% rientra a casa.

I consumi degli Italiani

I dati della ricerca parlano chiaro: si consumano soprattutto pasti cucinati e portati da casa (65% dei lavoratori e 78% degli studenti) o acquistati già pronti da mangiare o solo da scaldare, come insalatone, zuppe e panini (52% dei lavoratori e 53% degli studenti). Diffuso trai i lavoratori (21%) l’abitudine ad ordinare on line e a ritirare il pasto con modalità take-away – soluzioni determinate dall’assenza di alternative di consumo, come ad esempio la presenza di un servizio di ristorazione aziendale.

Driver di scelta

Il primo fattore è la praticità: studenti (22%) e lavoratori (16%) sono concordi nel riconoscere nella vicinanza al luogo di studio/lavoro l’elemento cardine. Tra gli altri fattori presi in considerazione vi sono il tempo a disposizione e gusto/bontà dei piatti proposti; a dispetto di quanto si possa immaginare, la convenienza – intesa come la possibilità di fruire di formule vantaggiose, ad esempio il menù a prezzo fissonon rappresenta il criterio guida prioritario – interessando principalmente più gli studenti (12%) che i lavoratori (8%) – ma solo un fattore complementare.

Stili di consumo

Prevalgono quelli improntati al salutismo e al benessere con scelte che ricadono su portate light/basso contenuto di grassi, ingredienti bio, ma anche proposte ipocaloriche e iperproteiche.

Negli ultimi 6 mesi, per il pranzo fuori casa, il 32% degli studenti ha consumato portate con ingredienti bio/naturali, il 31% ha optato per piatti a basso contenuto di grassi, mentre il 23% ha preferito menù iperproteici.

Anche i lavoratori prediligono pasti leggeri (38%), naturali/bio (34%), con poche calorie (23%). Non stupisce, poi, che la cucina italiana – tradizionale o tipica regionale – resti universalmente la più apprezzata da entrambi i target (oltre il 90% del campione), anche se sta crescendo la predilezione per la cucina orientale (giapponese e cinese), al top tra le preferenze in fatto di piatti etnici, seguita dalla cucina greca e da quella latina, soprattutto messicana e brasiliana.

La ristorazione aziendale

L’indagine ha rilevato anche il livello generale di gradimento dei lavoratori che usufruiscono dei servizi di ristorazione aziendale e ben 7 intervistati su 10 si sono detti soddisfatti del servizio offerto. In particolare, gli aspetti più apprezzati riguardano il personale impiegato, del quale il 76% di chi usufruisce del servizio di ristorazione apprezza professionalità e gentilezza, oltre a gusto dei pasti e varietà e rotazione del menù (apprezzati rispettivamente dal 70% e dal 64% del target).

Voglia di sperimentare

Pur preferendo la cucina di casa nostra, i gusti degli italiani sono aperti a novità e contaminazioni.

Le spezie fanno ormai parte della quotidianità per almeno 1 italiano su 5. Oltre a curcuma, curry e cumino, tra i nuovi ingredienti si segnalano cous cous, quinoa, zenzero e avocado. Ancora poco consumati i super-foods: mirtillo rosso, semi di chia e bacche di goji sono quelli che raccolgono maggior interesse. La limitata propensione al consumo è ancora legata alla scarsa conoscenza dei prodottI e dei potenziali benefici sulla salute.

Grande interesse anche nei consumi away from home per le caratteristiche degli ingredienti: materie prime da filiere tracciate e controllate, a Km 0 o biologiche. Forte interesse anche per l’impatto ambientale collegato alla produzione delle pietanze.

 

Metodologia

L’analisi di Nomisma è stata condotta su un campione di 1.200 interviste coinvolgendo lavoratori e studenti, di età compresa tra i 18 e i 55 anni, che fanno la pausa pranzo fuori casa regolarmente almeno 2 o 3 volte alla settimana.

Il largo consumo chiuderà il 2019 a +1,4%. Le stime di Nielsen

Il trend delle vendite a valore del largo consumo in Italia chiuderà il 2019 a +1,4% rispetto al 2018. A fronte di un dato progressivo che a ottobre si è attestato al +1,6%, la previsione di Nielsen, quindi,  è che l’anno si chiuda comunque in positivo nonostante un possibile rallentamento delle vendite nelle ultime settimane del 2019. Nello specifico, i reparti Food & Beverage + Pet, a quota +2,0% nel dato progressivo di ottobre 2019, chiuderanno l’anno a +1,8%, mentre i reparti del cura casa, del cura persona e del no food, in calo del -0,2% a ottobre, chiuderanno l’anno a -0,3%. Sono questi alcuni dei dati che emergono dalle rilevazioni Nielsen Total Store, e che prendono in considerazione l’andamento dei reparti alimentari (comprensivi di beverage e pet care), dei reparti dedicati alla cura della casa e della persona e del no food (bazar leggero, pesante e tessile). “I dati di ottobre sono in linea con il mercato FMCG nell’Eurozona e siamo fiduciosi che la chiusura dell’anno a +1,4% rispetto al 2018 porterà a moderata ma continua crescita nel 2020 – ha dichiarato Romolo de Camillis, Retailer Services Director di Nielsen Italia – Nell’ultimo anno, però, all’interno del mercato italiano sono emerse spiccate differenze geografiche: la GDO nelle regioni del Sud è in crescita da gennaio, contrariamente ai trend negativi del 2018. A questo ha contribuito principalmente la trasformazione dei format distributivi, unita ad una contrazione del dettaglio tradizionale nelle regioni Meridionali e ad un parziale contributo del provvedimento del reddito di cittadinanza”. Tornando al quadro generale, se in Italia nel 2018 la crescita della GDO è stata trainata principalmente dalle insegne discount, il 2019 ha visto aggiungersi tra le insegne più performanti anche alcune aziende dei supermercati. Per il canale discount si confermano performance molto positive dei reparti dedicati ai prodotti freschi, altro sintomo di profonda trasformazione dei negozi. Infatti l’offerta discount, nata con un focus sui prodotti confezionati, si sta progressivamente affermando su prodotti freschi e ad elevata frequenza d’acquisto: oggi il fresco rappresenta l’88% della crescita del canale (peso imposto e peso variabile, incl. gastronomia, salumeria e formaggi + frutta e verdura + carne, dato progressivo ottobre 2019). Tra le azioni di contrasto dei supermercati alle insegne discount, si evidenzia il ritorno dei prodotti a marchio proprio di “primo prezzo”: nel dato progressivo ad Ottobre 2019, questo segmento cresce del +20,5%, invertendo la tendenza negativa osservata nel corso del 2018.

Focus sul Sud

Il dato dell’evoluzione dei metri quadri conferma la trasformazione della rete distributiva nel Sud: con gli ipermercati e i liberi servizi che perdono terreno (rispettivamente -32mila mq e -27mila mq a settembre 2019 vs. settembre 2018) e il discount che continua ad avanzare (+38mila mq), è palese che il Meridione stia beneficiando di una rete distributiva in fase di rinnovo sia in termini di metri quadri, sia in termini di servizi offerti. Tra le diverse cause della crescita del largo consumo al Sud non va comunque escluso l’effetto positivo di maggiori consumi sostenuti dal reddito di cittadinanza, di cui le regioni meridionali sono state le principali beneficiarie. In particolare, in Campania, Calabria, Sicilia, Puglia e Sardegna, regioni dove il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto medio-alto (inteso come medio-alta % di beneficiari sul totale popolazione, fonte: INPS, agosto 2019), si apprezza un miglioramento dei trend settimanali rilevati da Nielsen a parità di rete distributiva, dal +2,5% del primo quadrimestre al +3,1% di primavera/estate (Nielsen, Gennaio-Aprile 2019 vs Maggio-Agosto 2019).

L’anno che verrà

Lo scenario di mercato attuale, con profonde trasformazioni in corso, lascia presagire un 2020 durante il quale la selezione degli assortimenti da proporre a scaffale giocherà un ruolo fondamentale nel mondo del largo consumo: la ricchezza assortimentale richiesta dal cliente andrà coniugata con una sempre maggiore efficienza di filiera. 

Birra: cresce del 17% il valore creato dalla filiera in Italia

Il contributo della filiera della birra italiana alla crescita della ricchezza e al benessere del nostro paese – il cosiddetto valore condiviso – è cresciuto negli ultimi 3 anni di oltre 1 miliardo di euro (+17%) passando da 7.834 milioni di euro a 9.169 milioni di euro. “Doppiando” la performance dell’economia italiana nel suo complesso (+7% dal 2015 al 2018).

Questa crescita non ha portato ricchezza solo a chi produce la birra. Anzi, ne hanno beneficiato soprattutto le fasi a valle e a monte della filiera. In percentuale sale soprattutto il valore condiviso relativo alle forniture di materie prime (+55%, da 273,3 a 423,6 milioni di euro). Mentre hanno una crescita in linea con la media della filiera (tra il +13 e il +17%) le fasi della produzione e della distribuzione e vendita, anche se più rilevante in valori assoluti (rispettivamente 1632 milioni e 7.051 milioni di euro). E in 3 anni aumenta del +19,4% il contributo fiscale della filiera della birra, che nel 2018 ha portato alle casse dello Stato ben 4,3 miliardi di euro, mentre le accise sono passate da 609 milioni di euro a 711 milioni (+16,7%).

Queste alcune delle evidenze diffuse dall’Osservatorio Birra con la presentazione del 3° Rapporto “La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia”, realizzato da Althesys per conto della Fondazione Birra Moretti

La ricerca si è concentrata sul triennio 2015-2018 perché coincide con il picco della “primavera della birra” e cioè con quel fenomeno gastronomico, culturale e socio-economico connesso alla nuova curiosità degli italiani verso il mondo della birra. Vediamo cosa è successo.

In termini di occupazione, la birra permette a quasi 100.000 famiglie di avere una fonte di reddito, assicurando lavoro a 92.190 dipendenti distribuiti proporzionalmente lungo l’intera filiera, distribuendo salari lordi di oltre 2,5 miliardi di euro (2.525 milioni di euro). In 3 anni la filiera della birra è stata in grado di offrire ben 4.500 posti di lavoro in più (il numero di dipendenti nel 2015 era infatti di 87.668). In particolare, nel 2018 per ogni addetto alla produzione della birra, il settore è riuscito ad assicurare ben 29,3 occupati complessivi a livello di filiera.

E le aziende? In 3 anni, i grandi gruppi hanno avuto la possibilità di investire e i piccoli imprenditori di crescere ulteriormente e ampliare la propria capacità distributiva. Gettando così le basi perché la “Primavera della Birra” possa diventare una stagione più matura.

Heineken, presente nel nostro Paese dal 1974, ha portato ricchezza e occupazione puntando sulla valorizzazione di birre locali che hanno una tradizione e un posto speciale nel cuore delle persone. Portando cioè nel bicchiere di birra un universo valoriale fatto di territori, persone, tradizioni locali. La conferma arriva da Søren Hagh, Amministratore Delegato di Heineken Italia: “Da qualche anno c’è un nuovo modo di bere birra in Italia. Il consumatore italiano cerca sempre più birre che hanno una storia da raccontare, un’esperienza in cui possano riconoscersi. Heineken Italia ha interpretato questa istanza fornendo un respiro nazionale o perfino internazionale a brand che avevano un vissuto soprattutto regionale. È una filosofia imprenditoriale, un percorso che abbiamo cominciato con Birra Moretti, passando per Ichnusa fino alla novità di quest’anno Birra Messina, un marchio fino a poco tempo fa quasi sconosciuto dagli italiani ma vero e proprio orgoglio per la Sicilia.”

ROMA E MILANO TRENDSETTER DELLA BIRRA

A proposito di consumi domestici, l’Osservatorio Birra 2019 mostra per la prima volta quanto la birra sia “di casa” nei due poli di riferimento per imprenditoria e turismo, approfondendo per la prima volta il ruolo di Roma e Milano come centri nevralgici della “Primavera della birra”. Le due città termometro delle tendenze del Paese rappresentano, assieme alla loro provincia, quasi il 20% delle vendite totali di birra nel canale moderno (Super + Iper), che nel 2018 ha toccato un valore condiviso di 1.347 milioni di euro.

Nel dettaglio (dati IRI 2018), Roma rappresenta i tre quarti, a volume e valore, della birra venduta nel Lazio, con una crescita del +25% rispetto al 2015. Gli oltre 500mila ettolitri di birra venduta in iper e supermercati nel Lazio, rappresentano il 9% del totale nazionale in questo canale. Per un valore di quasi 100 milioni di euro (98,8 mln), lo 0,1% del PIL regionale. Mentre la provincia di Milano copre quasi la metà (47%) della birra venduta nei supermercati e ipermercati della Lombardia (+12% rispetto al 2015). Rappresenta, in valori assoluti, la prima città d’Italia in questa speciale classifica, forte anche della presenza di importanti aziende birrarie e del maggior numero di birrifici artigianali del paese (137).

I resi aumentano vertiginosamente: nel 2020 in USA arriveranno a 550 miliardi di $

I resi hanno cambiato la prospettiva dei consumatori. E stanno cambiando il mercato. Tanto che, stando a uno studio pubblicato su The Journal of Marketing, le aziende che offrono resi gratis aumentano le proprie vendite del 457%

Inevitabilmente, però, il numero dei resi sta crescendo esponenzialmente, costringendo alcuni marchi a limitarne le richieste per evitare danni e perdite. Come evidenziato da un report di Appriss Retail, lo scorso anno negli Stati Uniti il loro valore è stato di 369 miliardi di dollari, pari al 10% delle vendite. Una cifra destinata ad aumentare se non si interviene: come riporta GreenBiz, l’anno prossimo negli USA il valore dei resi toccherà la cifra record di 550 miliardi di dollari, segnando un +75% rispetto al 2016. Oltre al dato economico, tuttavia, tutto questo va ad impattare pure sulla salute del Pianeta. Infatti, come rivela il New York Times, il trasporto si piazza al primo posto tra le principali fonti di gas serra nell’atmosfera, un primato recentemente raggiunto dopo aver superato le centrali di energia. A questo si aggiunge la produzione record di imballaggi che genera grandi quantità di rifiuti che stanno mettendo in ginocchio le città.

Tra gli effetti collaterali dei resi non va, inoltre, dimenticato il packaging, con l’enorme quantità di scatole di cartone e involucri di plastica che vengono generati nel processo di restituzione: secondo quanto calcolato dalla rivista statunitense Fast Company, ogni anno negli Stati Uniti vengono spediti 165 miliardi di pacchi, un numero consistente che si traduce nell’abbattimento di 1 miliardo di alberi. L’aumento degli imballaggi sta diventando un problema anche per le città, costrette a far fronte a quantità sempre maggiori di rifiuti, una situazione che ha già costretto l’amministrazione di San Francisco ad aumentare la tassa dei rifiuti. Inoltre, come segnala il rapporto di Forter Fraud Attack Index le frodi legate ai resi costano ai retailer più di 15,3 miliardi di euro l’anno. Una questione che riguarda soprattutto i rivenditori che offrono resi in negozio: grazie alle facili opzioni di ritiro, i truffatori prendono le informazioni personali degli acquirenti, ordinano i prodotti e se ne appropriano.

Perché si rende la merce?

Come evidenziato da The Business of Fashion, tra le cause che spingono i consumatori a rendere la merce acquistata, rientra il fatto che le misure spesso non sono calcolate in modo accurato e, una volta ricevuto il capo, i clienti si accorgono che la taglia non corrisponde affatto a quella desiderata. Ma non solo, secondo la rivista Women’s Wear Daily, esistono dei veri e propri serial returne.

1)    Il compulsive shopper: non può fare a meno di acquistare grandi quantità di vestiti, tuttavia, una volta ricevuta la merce ordinata, tende a sentirsi in colpa e restituire i capi acquistati.

2)    Il wardrober: acquista un capo con l’intenzione di indossarlo per una serata e restituirlo l’indomani. Secondo The Guardian, nel Regno Unito 1 consumatore su 5 fa wardrobing e il fenomeno costa 1,7 miliardi di euro.

3)    Il social media wardrober: acquista un outfit solo per sfoggiarlo sui social, perché si sa, ogni giorno occorre un nuovo #OOTD (outfit of the day).

4)    Il bracketer: compra diverse taglie o colori dello stesso capo, riservandosi poi il diritto di provare il tutto una volta ricevuto l’acquisto e tenere solo la versione che gli sta meglio.

Per questi “consumatori compulsivi” può costituire una soluzione il fashion renting, ovvero la possibilità di affittare gli abiti per un periodo limitato. In questo modo si limitano gli errori di taglia e i sensi di colpa per una spesa “sconsiderata”. Non solo, grazie al pay-per-use, si andranno a soddisfare le esigenze di tutti quei consumatori che comprano abbigliamento a puro scopo di uso e consumo anziché di possesso.

 

Tecnologia di consumo: in contrazione i primi 9 mesi

La Tecnologia di Consumo segna il passo: nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2019, GfK infatti, registra un leggero peggioramento (-1,0% a valore) del mercato italiano del comparto che sviluppa un fatturato complessivo pari a 9,9 miliardi di euro.

Secondo le rilevazioni realizzate, le vendite nei punti vendita tradizionali decrescono del -3,5% rispetto ai primi nove mesi del 2018, mentre si conferma il trend positivo del canale online (+14,5%), che arriva a rappresentare il 16,1% delle vendite a valore, nonostante l’alta stagionalità delle vendite su Internet debba ancora arrivare.

Continua la performance negativa del comparto Telecom (-3,8%) che, pur continuando a essere il più importante per fatturato complessivo del mercato italiano dei Technical Consumer Goods (38,2% del valore,) fa segnare un terzo trimestre ancora negativo.

Flette anche il settore IT/Apparecchiature per l’ufficio (-0,5%), confermandosi comunque il secondo settore per importanza, con una quota pari al 19,1% del totale valore del mercato.

Grazie soprattutto agli ottimi risultati del comparto Home Care, cresce ancora il Piccolo Elettrodomestico (+7,8%) che arriva a rappresentare il 9,5% del totale mercato. A fine settembre si conferma positivo anche il trend del Grande Elettrodomestico (+2,1%) che guadagna importanza e arriva a pesare il 14,8% del mercato TCG.

Ottima la performance del comparto Home Comfort (trattamento aria, condizionamento, riscaldamento) che registra una crescita del +38,3% nei primi nove mesi del 2019. La destagionalizzazione dei prodotti e una estate particolarmente lunga e calda hanno influenzato positivamente il risultato di questo segmento.

L’Elettronica di Consumo (Audio/Video) ha registrato una flessione del -6,0% rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo comparto e quello della Fotografia (-7,3%) rappresentano i due settori più negativi della Tecnologia di Consumo nei primi nove mesi dell’anno.

Il canale distributivo più rilevante per fatturato sviluppato, gli Electrical Retailer (Grandi e Piccole superfici specializzate in Elettronica di Consumo), crescono del +2,0% così come i Mass Merchandiser (+1,9%) che includono anche i Pure Player Specialist. I canali specialistici fanno registrare la performance più negativa (-10,4%) penalizzati soprattutto dagli specialisti in Telefonia.

L’ultimo mese rilevato, settembre 2019, evidenzia un trend negativo del –2,0% per il mercato italiano della Tecnologia di Consumo, in attesa dell’ultimo trimestre dell’anno che è sempre il più importante per fatturato generato e che potrebbe cambiare il trend dell’intero anno 2019. Lo scorso anno, infatti, la settimana del Black Friday ha fatto registrare una crescita record del +42% per il mercato italiano della Tecnologia di Consumo.

Metodologia: GfK POS Tracking

Attraverso la metodologia del Retail Panel, GfK Italia rileva in maniera continuativa (su base mensile o settimanale) gli acquisti effettuati nel nostro Paese – sia online che offline – del comparto dei beni durevoli di consumo. I dati riportati in questo comunicato sono riferiti al periodo compreso tra gennaio e settembre 2019. Tutti i trend sono a valore e il confronto è con lo stesso periodo del 2018.

Come andrà il Black Friday 2019? Le previsioni di GFK

Lo scorso anno le vendite nella settimana del Black Friday hanno superato i ricavi del Natale in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Brasile. Cosa succederà quest’anno, visto che il Black Friday cade il penultimo giorno del mese, a sole 3 settimane dal Natale e in prossimità del giorno di paga per molte persone? Secondo le indagini GfK, supererà tutti i precedenti record di vendita. Lo scorso anno la crescita delle vendite è stata importante soprattutto nel settore Tech & Durables: l’Italia ha registrato un +42% rispetto al 2017. Molto positivo il trend anche in Germania e Francia, cresciute rispettivamente del +15% e del +13%, mentre la Spagna ha visto una crescita più contenuta (+7%).

Ma quale sarà l’atteggiamento dei consumatori? Secondo quanto emerge dallo studio GfK Black Friday il 73% degli italiani conosce bene il Black Friday e il 43% dichiara di avere un forte desiderio di fare acquisti durante questa occasione.

Lo scorso anno, inoltre, il 45% degli italiani ha acquistato i regali di Natale durante il Black Friday, percentuale che sale all’83% tra chi ha effettuato gli acquisti online.

Rispetto al passato, oggi i consumatori sono più esperti e passano molto più tempo a fare ricerche prima di fare acquisti. Secondo lo studio GfK FutureBuy, quasi la metà (45%) dei consumatori europei confronta i prezzi più spesso rispetto al passato. Questo succede ancora di più prima del Black Friday, quando i consumatori sono incoraggiati a confrontare i prezzi per cercare l’offerta migliore.

Un’altra caratteristica comune ai consumatori di tutto il mondo è la ricerca della semplicità. Un numero crescente di persone pensa di “avere troppa scelta” quando effettua degli acquisti: ne sono convinti il 42% dei consumatori in Europa e il 67% in APAC. Ridurre il numero degli articoli in promozione può quindi aiutare il percorso di acquisto dei consumatori durante il Black Friday.

Secondo i dati GfK POS Tracking, nella settimana del Black Friday 2018 il prezzo medio di vendita è incrementato in tutta Europa. In Germania, ad esempio, la Tecnologia di consumo ha registrato forti incrementi a valore (+65% rispetto alla settimana precedente), in particolare per quanto riguarda Smartphone e TV.

La ricerca di prodotti Premium non è solo un fenomeno indotto dalle promozioni, ma riflette alcuni cambiamenti nelle attitudini e nei desideri dei consumatori: infatti, una persona su due pensa che sia “importante concedersi qualcosa” di tanto in tanto. Anche la qualità è una caratteristica sempre più apprezzata: il 49% dei consumatori preferisce “possedere meno articoli, ma di qualità superiore” mentre il 45% “acquista solo da brand di fiducia” (GfK Consumer Life 2019).

Questi dati forniscono indicazioni importanti per le promozioni in programma nelle prossime settimane. Secondo Norbert Herzog, esperto GfK per la Tecnologia di consumo: “I consumatori amano fare buoni affari, ma vogliono anche trovare delle offerte trasparenti. L’offerta di prodotti premium, di qualità elevata e ad un prezzo interessante potrà sicuramente aiutare i consumatori a finalizzare le loro decisioni di acquisto”.

Le rotture di stock scoraggiano i Millennial che preferiscono l’online

Il 75% degli acquirenti millennial e il 53% di quelli della Generazione X rinunciano ormai agli acquisti fisici per rifugiarsi nell shopping online. Ecco quanto emerge dodicesimo Global Shopper Study di Zebra Technologies Corporation.

Ma quali sono i mortivi di questa disaffezione?

Il motivo principale per cui i venditori al dettaglio perdono acquisti in negozio a favore dello shopping online sono i problemi di gestione dell’inventario, soprattutto gli articoli esauriti. Sia gli acquirenti che il personale di vendita si sono detti insoddisfatti della quantità di articoli fuori stock: il 43% degli assistenti alla vendita ha individuato nella mancata disponibilità dei prodotti il principale motivo di frustrazione dei clienti e il 39% degli acquirenti ha abbandonato il negozio senza acquisti proprio per questo motivo.Fonte: 2020 Shopper Study by Zebra

 

Eppure i negozi si stanno “tecnologizzando” sempre più.

Le tecnologie self-service per le casse, per esempio, sono sempre più diffuse nei negozi; il 40% degli acquirenti ha dichiarato di averle utilizzate negli ultimi sei mesi e l’86% afferma di trovarsi a suo agio nell’usarle. Inoltre, buona parte degli acquirenti (58%), soprattutto se millennial (70%), ritiene che le casse self-service migliorino l’esperienza cliente. Anche la maggioranza del personale di vendita nei negozi (54%) afferma che la necessità di casse con addetti stia diminuendo con le nuove tecnologie di automazione del processo. Circa nove direttori di negozio su 10 (87%) ritengono che le casse self-service lascino più tempo al personale di vendita per servire meglio i clienti, mentre l’81% di loro ha dichiarato di iniziare a vedere un ritorno sull’investimento.

Eppure, precisa afferma Anees Haidri, Director of Global Retail Market Strategy di Zebra Technologies: “Secondo i risultati della nostra indagine, nonostante servizi migliori contribuiscano a fidelizzare i clienti attuali e ad attirarne di nuovi, i retailer devono soddisfare esigenze basilari in termini di disponibilità dei prodotti, facilità di reperirli, resi e cambi” “Oggigiorno, per conquistare gli acquirenti, i retailer devono assicurare un’esperienza senza intoppi e multi-canale che i clienti si aspettano e sfruttare le tecnologie per fornire servizi più personalizzati per la gestione dell’inventario e per operazioni più intelligenti”.

Disparità di vedute

Fornire un’esperienza cliente migliore è fondamentale per far tornare gli acquirenti. Tuttavia, c’è una seria contraddizione tra le aspettative degli esercenti e quelle dei clienti: il 77% dei direttori di negozi ritiene che i clienti siano soddisfatti dell’esperienza in negozio, mentre soltanto il 57% degli acquirenti dichiara lo stesso. L’indagine ha inoltre individuato notevoli divergenze nella percezione del processo di reso e cambio per quanto riguarda la soddisfazione degli acquirenti (59%) e la percezione di tale soddisfazione da parte degli esercenti (80%). Comunque, gli investimenti in soluzioni mobili hanno messo d’accordo direttori (85%) e addetti alle vendite (73%) sul fatto che la disponibilità delle più recenti tecnologie in negozio contribuisca a migliorare l’esperienza.Fonte: 2020 Shopper Study by Zebra

 

Per ottimizzare l’esperienza in negozio, i retailer stanno ricorrendo anche all’uso della robotica. Soltanto il 7% degli acquirenti intervistati ha interagito con un robot in un esercizio commerciale negli ultimi sei mesi, ma circa tre quarti (72%) hanno dichiarato di trovarsi a loro agio con queste macchine; al contempo, il 32% degli addetti alle vendite teme di essere rimpiazzato da un robot.

RISULTATI PRINCIPALI PER REGIONE

 Asia-Pacifico

  • Circa metà degli acquirenti intervistati (49%) ha espresso una preferenza per gli acquisti online per via della facilità del processo di reso.
  • Il 53% degli acquirenti si affida al proprio dispositivo mobile/all’app del negozio per fare acquisti in negozio.

 Europa e Medio Oriente

  • Due terzi (66%) degli acquirenti sono soddisfatti di poter pagare dovunque nel negozio.
  • Solo il 14% dei clienti si fida completamente del fatto che l’esercente tutelerà i suoi dati personali.

America Latina

  • Il 71% degli acquirenti dichiara che le soluzioni self-service migliorano la loro esperienza di acquisto e il 64% preferisce utilizzare questa tecnologia invece che fare la fila alla cassa.
  • Più di otto acquirenti su 10 (83%) sono interessati a ricevere voucher o cashback in cambio di un’attesa di quattro giorni per la consegna di un acquisto online.

Nord America

  • Solo il 6% dei clienti si fida completamente del fatto che il retailer tutelerà i suoi dati personali. È il dato più basso tra tutte le regioni.
  • Chi acquista sotto le festività in Nord America si aspetta di spendere il 58% del budget nei negozi fisici.

METODOLOGIA DELL’INDAGINE

La 12ª indagine annuale globale di Zebra sugli acquirenti ha coinvolto 4.811 acquirenti, 1.100 addetti alla vendita e 435 gestori di negozi in Nord America, America Latina, Asia-Pacifico, Europa e Medio Oriente, intervistati da Qualtrics nel periodo agosto-settembre 2019.

Danone e Waze lanciano la prima campagna CPG di trade marketing

Danone ha realizzato con Waze la prima campagna CPG di trade marketing in Italia studiata per il prodotto Alpro Caffè distribuito in esclusiva presso i punti vendita Autogrill e MyChef, con l’obiettivo di aumentare la brand awareness del prodotto e di incentivare le navigazioni dei potenziali consumatori.

Per la campagna, attiva su un totale di 198 stazioni di servizio suddivise tra 178 punti Autogrill e 20 MyChef, sono stati utilizzati formati pubblicitari di Waze con una modalità di visualizzazione personalizzata. I Pin brandizzati e geolocalizzati per consolidare la presenza sulla mappa e aumentare la location awareness mentre, per comunicare in modo efficace l’offerta e aumentare la considerazione, Waze ha attivato il formato Takeover che appare sullo screen quando l’automobilista dista 10 chilometri dal punto vendita. Infine la Search gratuita per aumentare l’engagement e incentivare il drive to store.

La campagna ha registrato risultati molto positivi: 6.3 milioni sono le impression registrate, più di 1 milione di utenti raggiunti e quasi 10mila navigazioni attivate sull’app. L’efficacia della campagna attivata da Danone e Waze si conferma anche grazie ai dati relativi all’ad recall e alla navigation lift, rispettivamente +247% e +83%.

“Le persone ormai sono sempre più in movimento e per i brand diventa sempre più difficile connettersi in modo significativo. Tuttavia Waze essendo il primo mezzo di in-car advertising, ad oggi si dimostra lo strumento ideale per capitalizzare gli spostamenti e portare le persone al negozio attraverso strategie di destination marketing. Inoltre il concetto di trade marketing in ottica Waze e applicato nella campagna di Danone si riassume proprio nel suo essere ponte tra il mondo digitale e fisico. I risultati ottenuti con Danone sono un’ulteriore conferma del nostro andamento in Italia nel 2019 in cui la media italiana rivela che un automobilista esposto ad adv su Waze ha il 47% di probabilità in più di dirigersi verso un negozio e che le navigazioni verso i retailer sono aumentate di ben 43 punti percentuali” commenta Dario Mancini, Regional Manager Italy & EMEA Emerging Markets.

 “Il successo della campagna ha dimostrato come un prodotto di largo consumo, grazie a un partner come Waze, possa efficacemente aumentare l’awareness da un lato e far crescere le vendite dall’altro. I risultati ottenuti dimostrano come campagne di questo genere, quasi pionieristiche nel nostro Paese ed estremamente sinergiche, siano vincenti e win-win per tutti i player coinvolti” commenta Elisabetta Corazza, Head of Digital Marketing Italy di Danone.

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