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Paleo dieta: semi bacche e carni animali. Ritorno all’origine

Correva l’anno 1987 e il dott. Loren Cordain dell’Università del Colorado ebbe una fol-gorante intuizione. Riflettendo sull’alimen-tazione paleolitica, ne dedusse che gli uomini primi-tivi traevano quasi il 60% delle calorie dall’ingestione di carni animali. In particolare, essi non sprecavano nulla, golosi com’erano di organi interni e di midollo osseo. Parallelamente si nutrivano, seppur meno fre-quentemente, anche di uova e vegetali. Cordain ritenne dunque di trarne lo schema di un regime più salutare. Successivamente, la dieta venne sostenuta e divulgata dal suo allievo e “guru Paleo” Robb Wolf, biochimico, kickboxer, sollevatore di pesi, culturista e autore del be-stseller “The Paleo Solution: The Original Human Diet”.

Questo flashback gastronomico/alimentare ruota tuttora attorno ad un principio fondamentale: le nostre diete dovrebbero basarsi sul consumo di carne animale di tutti i generi e, in secondo luogo, su frutta fresca e alimenti vegetali (in particolare semi, bacche, ecc). Insomma, secondo i precetti Paleo, a tavola dovremmo imitare gusti e abitudini dei nostri avi quando erano ancora cacciatori-raccoglitori.In cambio, la dieta Paleo promette di rivitalizzare e potenziare l’organismo, abolendo il consumo di cereali, latte e latticini, zuccheri e “processed foods” additati come responsabili di vari disturbi e infiammazioni. Di pasta, ovviamente, neanche parlarne! In tal modo, questi dettami tonificherebbero il corpo mediante un carico proteico massiccio e costante.In sintesi, fra i numerosi benefici vantati e promessi dalla Paleo Dieta, si possono annoverare:

•  Glicemia più stabile

•   Miglioramento della qualità del sonno

•   Rafforzamento del sistema immunitario

•   Perdita del peso in eccesso in modo naturale

•  Riduzione stati infiammatori

•  Più energia e più vitalità

•  Maggiore libido

•  Flora intestinale più sana

•   Migliore sensibilità insulinica

•  Pelle più tonica

Leggendo tale lista, inevitabilmente, emergono dubbi più che leciti. I paleolitici, d’altronde, non morivano forse più giovani di noi? E ancora, se l’uomo eliminasse i latticini, da dove at-tingerebbe gli elementi fondamentali per la salute delle ossa quali il calcio o la vitamina D?La risposta è oggetto di un aspro dibattito.

A favore della Paleo, si potrebbe ricordare però l’esempio degli indiani nordamericani, i quali – pur seguendo un’a-limentazione simile – permangono nell’immaginario collettivo quali esempi di vigore e salute. Per la stessa ragione, i “moderni Paleo” sono notoriamente ghiotti di Pemmican e altre varietà di carni essiccate.D’altro canto, puntualizzano i detrattori, patologie le-gate all’anzianità come l’osteoporosi erano prevenute dall’aspettativa di vita limitata degli uomini primitivi, a causa delle ardue condizioni di vita e per la notoria mancanza di igiene e pulizia.Ad ogni modo, vi è un’importante considerazione da tenere a mente: la Paleo è considerata anzitutto uno stile di vita e non è intesa, pertanto, come una semplice moda passeggera. Infatti, essa implica l’impegno ad un’attività fisica quotidiana e costante nel tempo, per smaltire le calorie assimilate, considerato che i nostri antenati ne bruciavano oltre 4.000 al g.

L’ingresso dei brand nell’agone della paleo dieta

Alcuni brand si sono inseriti nella tendenza del ritorno alle origini, sottolineando la naturalità degli alimenti e delle loro modalità di produzione (allevamento, coltura, ecc). Probabilmente tra essi il più noto è Epic, i cui fondatori (è curioso ricordare) erano inizialmente vegetariani! Epic produce barrette, “bites” e “bits”, carni essicate di selvaggina, pelle croccante, brodo di ossa e olio animale (di bovino, oca, maiale e bisonte).

In particolare, il “bone broth” fornisce la mas-sima concentrazione di collagene e gelatina derivati dal midollo. Gli olii animali seguono anch’essi la tradizione della cucina ancestrale e sono utilizzati come condimento. I “bits” sono invece bocconcini a base di pancetta usati come insaporitori da coloro che coerentemente vogliono mettere il bacon in ogni piatto. Altre marche che ormai trovano spazio nei supermer-cati americani e non solo nei negozi specializzati, sono: Blue Diamond, Wellshire, Nick’s  Meat Sticks, Pete’s Paleo, Paleo Crunch, Caveman Cookies, Exo Proteins Bars, Primal Kitchen, Paleo Gourmet, Payo Le prime stime indicano che i paleolisti stretti sono l’1% degli Americani, suddivisi in dieci differenti tipologie (fra i quali ex-vegani ed ex-vegetariani). Il trend della dieta Paleo è comunque quello in più forte crescita tra tutte. E l’Italia? Naturalmente il nostro paese segue con un “lag” di 5-10 anni il mainstream statunitense.Tuttavia la Paleo è ancora basata su una logica “fai-da-te” con l’acquisto di ingredienti base nei supermercati, mentre i prodotti confezionati, “ready to eat”, sono pochis-simi e generalmente di importazione. Il background culturale dei nostri retailers, infatti, è generalmente piuttosto lontano dalla sensibilità ai “segnali deboli”. Al contrario, questi trovano una rispo-sta in Internet e in Amazon.

di Amagi (Tirelli e Associati)

Vino sul web: prezzo e qualità guidano le scelte

Vino in GDO: cosa ne dicono i netsurfer? Vediamolo, approfondendo quanto lasciato in rete. Le prime macro aggregazioni riguardanti il volume degli argomenti maggiormente trattati, sono le seguenti (pareri multipli):

 

In quasi ogni parere vi è almeno un giudizio riguar-dante uno dei primi 4 cluster: prezzo, qualità, varietà dell’offerta, marche; con passaggio ardito possiamo affermare che queste sono le 4 reason why di acquisto del vino nella GDO.

Analizziamo ora da un punto di vista psicometrico, attribuendo una personalità ai testi, i mood di ciascuno dei sei cluster in cui si sono aggregati i giudizi dei privati consumatori che hanno scritto nella rete domestica riguardo al vino acquistato nella GDO nei 12 mesi del 2016.

La Grande Distribuzione Organizzata presidia decisamente il primo dei cri-teri di scelta del prodotto vino presso i propri punti vendita.

Anche il secondo motivo di scelta, la qualità del vino, è ben presidiato dalla GDO, sebbene meno di quanto lo sia il prezzo; i molto soddisfatti e gli abbastanza sod-disfatti riguardo al prezzo sono l’84%, mentre riguardo la qualità sono il 72%, un 12% in meno. 

Nell’analisi del terzo cluster (varietà dell’offerta) in cui si sono aggregati i pareri è emersa una netta differenza tra i formati distributivi della GDO.  Megastore/Ipermercati e Supermercati presidiano deci-samente questa motivazione di scelta dei consumatori, battendo per soddisfazione anche le prime due reason why di acquisto (ricordiamo che il prezzo totalizzava l’84% di molto e abbastanza soddisfatti e la qualità il 72%). Per quanto riguarda la varietà dell’offerta del vino, per il formato Megastore/Ipermercati, i molto e gli abbastanza soddisfatti sono addirittura il 93% e per il formato Supermercati sono il 92%.  Nel formato negozi di prossimità i molto soddisfatti e gli abbastanza soddisfatti della varietà dell’offerta del prodotto vino scendono sotto la metà: sono il 48%.

Il quarto motivo di scelta di acquisto del vino nella GDO da parte dei consumatori, le marche vendu-te, è il più presidiato dalla GDO stessa, col 94% di molto soddisfatti e abbastanza soddisfatti, più ancora di quanti ne hanno totalizzati le reason why prezzo (84%), qualità (72%) e varietà dell’offerta limitatamente ai formati Mega/Iper (93%) e Super (92%).

È significativo che nel cluster Marche, al contrario di quanto avvenuto per il cluster varietà dell’offerta, non  siano emerse differenze tra i vari formati distributivi. Le Marche di vino proposte, anche quando sono poche come nel caso dei negozi di prossimità, soddisfano i consumatori, a prescindere dall’offerta limitata.      

Private label  

Per prima cosa dobbiamo precisare che abbiamo chia-mato questo cluster Private Label, includendovi i giudizi dei consumatori riguardanti vini prodotti per la catena distributrice ma che non si presentano col nome della catena distributrice. Un’importante considerazione: i consumatori leggono con attenzione le etichette del vino che acquistano nella GDO se scrivono così diffusamente di vini che riportano sull’etichetta principale il nome del vino (ad es. Barbera ed altre indicazioni quali, sempre ad es., del Monferrato ecc.) e solo sulla seconda o terza etichetta la dicitura prodotto per la “tale catena distributiva”.Nonostante i molto e gli abbastanza soddisfatti del vino prodotto appositamente per la GDO siano il 64% è doveroso sottolineare come tale percentuale sia  più bassa dei molto e abbastanza soddisfatti della qualità in generale del vino venduto nella GDO, 72%. Ciò è eclatante poiché in tutti i rilevamenti che abbiamo fatto sulle PL – negli ultimi 2 anni abbiamo effettuato anche un osservatorio mensile – la marca privata è sempre stata giudicata superiore alla media della marca del produt-tore, allineata con il top di gamma ma più conveniente. Vediamo ora cosa nasconde il 13% di pareri (menzioni multiple) classificati come altro. Torniamo a misurare i volumi di pareri.

Precisiamo che la quasi totalità dei pareri riguardanti Bottiglioni/Damigianelle, vino in cartone, in bottiglie di plastica verte ancora su prezzo e qualità, quindi l’89% di altro è riconducibile, anche se con accezione più ampia, ancora alle prime due reason why di acquisto del vino nella GDO: prezzo e qualità.  

Conclusioni  

Il vino, che permea la cultura italiana ed è una tradizione e un’eccellenza del Made in Italy nel Mondo, viene trattato nella rete domestica, limitatamente all’ambito “acquisto nella GDO” come un semplice prodotto e non una passione nazionale, un emblema.Le reason why di acquisto del vino presso la GDO sono nell’ordine: prezzo 88%, qualità 86%, varietà dell’offerta 72%, marche 66%.Questa la classifica per soddisfazione:

Il profilo tipo di chi ha lasciato liberamente e privata-mente, nel web domestico, nei 12 mesi del 2016, pareri e opinioni sul vino acquistato nella GDO è: uomo, di età compresa tra i 30 e i 40 anni, di cultura media, residente al Nord in aree metropolitane.

di Gian Marco Stefanini

Per i costumi Italia più cara del Sud Europa, con un business da 369,22 milioni di euro

Tempo d’estate, tempo di costumi: un capo d’abbigliamento imprescindibile in questa stagione che però non costa ovunque allo stesso modo: proprio l’Italia sarebbe anzi, in media, il Paese più caro per acquistare un costume. Lo dice l’indagine di Cuponation, piattaforma internazionale di risparmio, che ha analizzato i prezzi per Paese, andando poi a indagare se effettivamente le tendenze delle passerelle abbiano un riscontro tra le consumatrici nostrane.

Secondo i dati di Statista.com sul prezzo medio da pagare per acquistare un costume femminile nel Sud Europa, l’Italia sarebbe al primo posto, con 19,91 euro al pezzo, seguita da Slovenia e Francia; la Croazia invece è il Paese dove conviene maggiormente, con un costo medio di soli 3,71 euro. 

Nonostante i prezzi elevati, le donne italiane non intendono comunque rinunciare ad aggiornare costantemente i loro look da spiaggia: il mercato italiano dei costumi femminili è infatti il principale del Sud Europa, con un giro d’affari di 369,22 milioni di euro nel 2017, seguito da Francia e Spagna, a conferma del ruolo fondamentale costituito della moda mare nella nostra cultura.

 

Il ritorno del costume intero

Sulle passerelle e nei blog di moda il principale trend dell’estate vede il ritorno in grande stile dei costumi interi, ma le consumatrici hanno seguito i suggerimenti? Una conferma viene dalle ricerche su Google del termine “costume intero”, in costante crescita dal 2013 (+572% tra il 2013 e il 2017), e quasi raddoppiato rispetto all’estate 2016.

Secondo quanto emerso dalle ricerche di Google Trends, pare che, mediamente, “costume intero” sia stato ricercato principalmente dalle donne residenti nelle grandi città: Roma in primis, seguita da Palermo, Milano (sorprendentemente soltanto in terza posizione), Torino e Napoli, mentre il termine “bikini”, per coloro meno propense a sperimentare i nuovi trend, risulti più ricercato in centri minori, con Lucca, Rimini e Vicenza nelle prime posizioni.

I prezzi medi dei costumi e le dimensioni dei mercati sono stati ricavati da statista.com, e sono relativi all’anno 2017. I prezzi sono stati convertiti in euro con tasso di conversione relativo al 27 luglio 2017 rilevato da http://www.xe.com/.
I dati relativi alle ricerche Google derivano dall’elaborazione interna di dati ricavati da Google Trends. I dati relativi all’andamento delle ricerche per anno si riferiscono ai mesi di maggio, giugno e luglio di ogni anno e sono stati raccolti in data 30 luglio 2017. I dati relativi alle ricerche per città si riferiscono al periodo 20 luglio 2012 – 20 luglio 2017 e sono stati raccolti in data 20 luglio 2017.

CupoNation è la piattaforma leader in Italia e presente in 18 paesi nel mondo che mette a disposizione codici promozionali e sconti per diverse categorie di prodotti e servizi. Fondata nel 2012, è basata a Monaco con uffici a Parigi, Madrid, San Paolo, Mosca e Gurgaon.

Alghe, proteine veggie e detersivi riciclabili: nei premi NatExpo i prodotti del futuro

Cosa mangeremo e che prodotti useremo nella prossima stagione? Un suggerimento ci viene dai NatExpo Awards, i premi che la fiera dedicata al bio e al naturale, quest’anno a Parigi dal 22 al 24 ottobre, riserva fin dal 2005 ai prodotti più innovativi, utili, pratici e originali messi sul mercato nel 2017e selezionati quest’anno tra 250 candidature. Anche perché il campo del naturale è da anni all’avanguardia nello scovare nuove tendenze di consumo specie nelle fasce di popolazioni più giovani. Il campo del naturale infatti è all’avanguardia perché da anni segna quelle tendenze che poi si diffonderanno anche ai prodotti a più larga diffusione.

Quattro le categorie premiate: Alimenti e vini biologici,  Cosmetici e prodotti per l’igiene, Cibi dietetici e complementi d’alimentazione e Prodotti e servizi per la casa e la persona. Eccoli nella fotogallery.

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Al via le prime vending machine vegane e “smart”. Naturalmente, a San Francisco

Dopo le linee private label (tante) e il supermercato 100% vegetariano (Karma di Coop svizzera), gli alimenti vegani potrebbero avere la consacrazione definitiva ed essere ammessi all’Olimpo del cibo di largo consumo e “on-the-go”, ovvero d’acchiappo, grazie al debutto di vending machine vegane. Due per partire, e nella patria del cibo sano, naturale e 100% vegetale dal quale questo trend che ormai è diventato una solida realtà anni fa è partito: San Francisco, California.

Il Deus ex Machina dell’operazione è secondo il sito Psfk un ristorantino vegano molto chic, leCupboard, che non solo ha intenzione di aprire due distributori “in zone della città dove ci sono poche opzioni vegane”, ma li prevede anche “smart”, intelligenti: il consumatore potrà infatti selezionare i tipi di ingredienti che vuole escludere. La macchina a questo punto proporrà dei suggerimenti ad hoc dal menu. Tra le opzioni, pudding di chia per la colazione, insalata di lenticchie e spaghetti di zucchine. Il prezzo si aggirerà intorno agli 8 dollari a piatto (6,8 euro).

Una follia? Prendiamo il caso italiano: i vegani in Italia sono solo il 2%, che sale all’8% se si considerano anche i vegetariani. Ma, seguendo un trend in crescita in tutta Europa, il 40% delle famiglie italiane consuma prodotti vegetariani o vegani. Come a dire, aumentano quelli che credono nelle proprietà benefiche dei prodotti vegetali, e il mercato è molto più ampio di quanto si creda.

Secondo il rapporto Coop 2016 il comparto dei prodotti a base di soia o di latte vegetale (solo una parte dunque dei prodotti vegan) ha aumentato le vendite del 100% con un giro d’affari che nel 2016 ha toccato i 357 milioni di euro di fatturato nella sola Gdo, con un incremento del 18% negli ultimi 12 mesi (dati luglio 2016). In Italia secondo il rapporto 2017 dell’ente di certificazione Vegan Ok sono 10.000 le referenze certificate prodotte da 353 aziende. Con incremento del 37% per le zuppe, del 27,1% per i sostituiti della carne il 19% le bevande vegetali (guai ormai a chiamarle latti). Sempre secondo il rapporto Coop tra il primo semestre del 2015 e lo stesso periodo di quest’anno, le vendite di fagioli secchi hanno registrato una crescita del 21,4%. Sono cresciute anche i ceci e altri legumi conservati (13%) e i cereali  (11%) oltre che altri legumi secchi come ceci e lenticchie (rispettivamente +%12 e +11%). 

Un distributore aperto 24 ore su 24 dunque potrebbe essere un’idea non poi così peregrina. 

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Tonno in scatola, tutti lo mangiano (94% degli italiani) ma pochi lo conoscono

È uno dei cibi più amati dagli italiani, eppure soffre di pregiudizi duri a morire, come quello per cui conterrebbe conservanti: parliamo del tonno in scatola, consumato secondo una ricerca Doxa commissionata dall’Ancit (l’associazione dei produttori conservieri ittici) dal 94% della popolazione italiana. Quasi un italiano su due (il 43%) ne mangia ogni settimana. E piace grazie alla sua versatilità, alla praticità, alla velocità della preparazione. E ai valori nutrizionali eccellenti che ne fanno praticamente un superfood: contiene infatti proteine nobili, lipidi, tra cui gli omega-3 che determinano una riduzione del colesterolo totale e un aumento di quello cosiddetto “buono”, minerali come zinco e selenio grandi alleati contro lo stress ossidativo, e tante vitamine. Tutto ciò lo rende particolarmente gradito ai consumatori più attivi e attenti alla salute, come i giovani under 25 e le famiglie. Addirittura tra gli italiani che praticano sport – circa il 50% del campione analizzato – sette su 10 lo inseriscono nella “top five” degli alimenti a cui non saprebbero rinunciare (insieme a carni bianche, legumi, yogurt e bresaola).

Eppure molti consumatori mostrano di non conoscere un alimento tanto popolare. In base a una ricerca Adacta commissionata sempre dall’Ancit alla domanda se il tonno in scatola contenga o meno conservanti (a parte l’olio o l’acqua e sale), ben il 65% degli italiani risponde di sì e solo il 18% risponde correttamente che non ce ne sono. Il tonno in scatola infatti è un prodotto salutare e totalmente naturale, che non necessita la presenza di additivi conservanti, perché non ne ha bisogno, come dimostra del resto un’attenta lettura dell’etichetta, pratica assai consigliata che però ancora pochi italiani mostrano di fare. Le confezioni una volta riempite vengono chiuse ermeticamente e poi sterilizzate a una temperatura compresa tra 110° e 120°C, garantendo così una conservazione sicura per diversi anni.

Sono il sale e l’olio (oppure l’acqua per la versione al naturale) assieme allo specifico processo termico di sterilizzazione a garantire al tonno una lunga conservazione, pur senza altri agenti conservanti: «Il tonno in scatola è un alimento sterilizzato termicamente in scatoletta metallica sigillata – afferma il professor Pietro Antonio Migliaccio, presidente emerito della Società italiana di scienza dell’alimentazione (Sisa) – e pertanto sano e sicuro da un punto di vista igienico. La sterilizzazione garantisce la salubrità e la conservazione del tonno e permette di mantenere tutte le sue proprietà nutritive ed organolettiche (odore, colore, sapore, consistenza). Con questo metodo, la naturalità non è compromessa, ed è garantita l’integrità del prodotto, assolutamente privo di conservanti». 

Piace la IV Gamma: +5,2% in volume e +4,4% a valore nel primo semestre 2017

Ha trascorso un primo semestre 2017 positivo l’ortofrutta di IV Gamma: secondo rilevazioni Nielsen (Market*Track Iper+Super+Lis+HD, dati aggiornati al 18/06/2017) nella prima parte dell’anno ha preso ulteriormente corpo la ripresa dei consumi evidenziatasi a chiusura del secondo semestre 2016. Rispetto a giugno 2016, infatti, la crescita nelle vendite di ortofrutticoli di IV gamma è stata pari al +5,2% in volume e al +4,4% a valore.

L’espansione nei consumi è stata determinata in primo luogo dalla crescita del parco acquirenti. Nel raffronto con l’istantanea del mercato al 18 giugno 2017, infatti, il numero di famiglie che acquistano prodotti di Quarta Gamma risulta aumentato di circa 365mila unità, toccando quota 19,3 milioni. Evidentemente risultano vincenti i vantaggi di questa tipologia: freschi e pronti per il consumo, non necessitano di ulteriori lavaggi domestici e, dal punto di vista nutrizionale, sono del tutto equiparabili agli ortaggi di prima gamma.

Nell’arco di 12 mesi è aumentata anche la spesa media annua delle famiglie per le referenze di IV Gamma, oggi quantificata in 34,41 euro, che a sua volta è stata trainata da una maggior frequenza di acquisto.

«I dati del primo semestre 2017 ci forniscono indicazioni molto positive sull’andamento del mercato, ma ancora di più sull’atteggiamento degli italiani nei confronti della categoria – commenta Gianfranco D’Amico, Presidente di AIIPA IV Gamma -. L’incremento numerico del parco acquirenti, infatti, è stato affiancato e reso ancora più significativo dalla maggiore frequenza degli atti di acquisto, segnale del consolidarsi nel consumatore finale di sentimenti di apprezzamento e fiducia nelle caratteristiche qualitative e di salubrità dei prodotti di IV Gamma».

Roadhouse Restaurant primo brand in Italia per la qualità della sua Customer Experience

Roadhouse Restaurant (Gruppo Cremonini) si aggiudica il titolo di primo brand in Italia nella categoria “Ristoranti” – per la qualità della Customer Experience offerta ai propri clienti –  e il 35° assoluto tra i marchi Top nazionali e internazionali. Questi i risultati della ricerca “L’era della Customer Experience”,  realizzata dalla società di consulenza KPMG Numwood*.
I ricercatori, che hanno voluto far emergere le best practice delle aziende leader in termini di qualità della Customer Experience, hanno inoltre riscontrato una correlazione positiva tra quest’ultima e i risultati economici ottenuti dalle varie società.
“Siamo particolarmente soddisfatti di questo brillante risultato emerso da una prestigiosa ricerca indipendente” – ha commentato Nicolas Bigard, AD di Roadhouse Restaurant-. “Questo riconoscimento conferma i nostri sforzi da sempre orientati alla soddisfazione del cliente ed è una vera vittoria di squadra.  Infatti, la customer experience è l’insieme di tanti aspetti che coinvolgono tutte le funzioni aziendali: controllo della filiera, qualità e innovazione dell’offerta, cultura del servizio, facilities tecnologiche, cura della funzionalità e del design. Guardando al futuro sono certo che sapremo migliorare ancora, rendendo sempre più unica e speciale la nostra Roadhouse Experience”.

Il Ristorante di Modena
L’apertura più recente è stata fatta a Modena (il 2° locale dopo quello storico situato vicino al casello di Modena Sud), ha 160 posti a sedere ed è dotato di un parcheggio privato con 40 posti auto, oltre a numero elevato di parcheggi pubblici nelle vicinanze.  I dipendenti sono circa 30, tutti giovani selezionati nella zona di Modena. Al suo interno sono disponibili le facilities tecnologiche che contribuiscono decisamente alla Customer Experience: tra queste, il WIFI gratuito e l’APP Roadhouse, che permette di utilizzare la fidelity per ottenere sconti e promozioni esclusive e di pagare tramite smartphone evitando la fila in cassa. Inoltre per tutti i bambini è a disposizione l’innovativa area kids con giochi interattivi dove possono divertirsi in tutta sicurezza.

I numeri di Roadhouse Restaurant
Oltre otto milioni di clienti l’anno, 103 locali, 2.600 dipendenti, oltre 1.000.000 di soci del Club Fedeltà.  Entro il 2017 sono previste altre 10 aperture. Le prossime saranno a Lentate sul Seveso (MB), Torino Vinovo e Conegliano Veneto (TV).

*La survey è stata condotta tra i mesi di dicembre 2016 e gennaio 2017, su oltre 140 brand nazionali e internazionali attraverso un campione di oltre 2.500 consumatori.

Vola il vino biologico italiano: 275 milioni (+34%) nel 2016, export da record

Vola il vino biologico italiano: nel 2016 le vendite hanno raggiunto i 275 milioni di euro, con un aumento del 34% rispetto al 2015, ma il mercato interno (83 milioni, il 30% del totale, +22% rispetto all’anno precedente) cresce assai meno rispetto all’export (192 milioni, +40%). Anche se gli italiani stanno imparando ad apprezzare un prodotto prima considerato solo di nicchia: nel 2016 il 25% dei consumatori ha almeno in un’occasione, a casa o fuori, degustato un vino bio, mentre nel 2015 erano il 21% e nel non lontano 2013 appena il 2%. È quanto emerge dalla ricerca Wine Monitor Nomisma realizzata in occasione del Vino bio day per Ice-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

È quindi l’estero il mercato di riferimento del vino bio italiano, molto più di quanto lo sia per il vino tout-court. Le percentuali dell’export sono rispettivamente del 70% e del 52%. L’export di vino biologico italiano pesa per il 3,4% sul totale dell’export di vino dall’Italia, ma il trend è in continua crescita (1,9% nel 2014 e 2,6% nel 2015). Nel 2016 il 79% delle aziende che producono vini biologici ha esportato. Prima destinazione è l’Unione Europea (66% a valore) mentre esaminando i singoli Paesi la Germania (33% del fatturato estero del 2016) è largamente in testa davanti agli Stati Uniti (12%). Seguono Svezia, Canada e Svizzera con una quota dell’8% ciascuno, la Cina con il 7% e il Regno Unito con il 6%.

Dati destinati a crescere visto che la Survey Wine Monitor Nomisma realizzata per Ice-Agenzia in due mercati rilevanti per i vini biologici, Germania e Regno Unito, segnala un’attenzione crescente per i vini italiani (il 22% del vino importato in Regno Unito è italiano, il 36% in Germania) e per i vini bio (nel Regno Unito le vendite di vino bio nella Gdo nel 2016 si attestano a 21 milioni di Euro, con uno share di biologico dello 0,4% sul totale dei vini venduti e un aumento del 24%). La quota di consumatori che negli ultimi 12 mesi ha bevuto almeno una volta un vino biologico è del 12% in Germania e del 9% in UK. Come per l’Italia, la preferenza sul vino bio ricade soprattutto su rossi e bianchi fermi in entrambi i mercati, seguono in UK il rosso frizzante e in Germania il bianco frizzante. In entrambi i mercati i vini bio vengono acquistati principalmente in iper e supermercati (38% in UK, 33% in Germania). In UK il consumatore di vino bio spende in media per una bottiglia da 750 ml intorno alle 13 sterline, in Germania 8 euro. Secondo i consumatori (42% in UK e 40% in Germania), i vini bio made in Italy hanno qualità mediamente superiore rispetto ai vini bio di altri paesi. Qualità che ricorre nuovamente tra gli attributi evocativi: in entrambi i mercati, nel pensare al vino biologico italiano il 19% indica “alta qualità”, mentre un ulteriore 15% individua nell’autenticità il principale valore. Senza dubbio il vino biologico made in Italy gode di un’ottima reputazione oltre i confini nazionali, con un potenziale ancora non del tutto valorizzato: l’84% dei consumatori di vino – sia in UK che in Germania – sarebbe interessato ad acquistare un vino biologico made in Italy se lo trovasse presso i ristoranti.

Insomma, i nostri punti di forza sono la qualità, il valore del marchio e l’affidabilità, la tracciabilità. E i limiti? Chi non esporta trova ostacoli nelle dimensioni ridotte finanziarie e di volumi, nei vincoli doganali e tariffari e nell’incapacità di comunicare adeguatamente. Malgrado ciò, gli operatori pensano che nel prossimo triennio a trainare le vendite italiane all’estero saranno ancora soprattutto i mercati terzi, primo fra tutti quello statunitense. Nemo propheta in patria, neanche nel vino bio.

Il vino per questa (torrida) estate è rosso bianco o rosé? Winenews chiede agli esperti

Quella che stiamo vivendo è una delle estati più calde di sempre. E rischia di condizionare anche le scelte degli enoappassionati. Che sono portati a rinunciare ai vini rossi, magari leggermente refrigerati, a vantaggio di bianchi ghiacciati. Ma è l’unica scelta possibile? Winenews, uno dei portali più noti dell’enologia italiana, ha chiesto tre vini dell’estate (una bollicina, un bianco e un rosso) e una tendenza ad alcune delle migliori enoteche italiane. E i risultati sono spesso sorprendenti.

Si parte dalla Sicilia, dove l’enoteca Picone di Palermo suggerisce uno spumante metodo classico da servire freddo, uno Zibibbo o comunque un vino da vitigno aromatico, che freddo dà il meglio di sé, e tra i rossi il Rossojbleo 2016 della Cantina Gulfi, una versione particolarmente approcciabile del Nero d’Avola della Sicilia sud orientale, pur conservandone in pieno l’espressione varietale e l’identità territoriale.

All’enoteca Partenopea, a Napoli scelgono il Blanc de blancs di Monterossa, un classico Franciacorta, un Müller Thurgau e un Lago di Caldaro Tenute Manincor (Kaltarersee Keil). Poi giocano il jolly di un Riesling pétillant.

A Roma all’enoteca Trimani il titolare Francesco Trimani suggerisce un Brut da Riesling, il Peu Moussant di Le Fracce nell’Oltrepò Pavese, una Passerina 2016 Costa Graia, (una “brillante rappresentazione del territorio e dei suoi sapori”) e l’Aglianico Le Nuvole Franco che “è una voce nuova nel mondo dei rossi, vinificato in cemento, mantiene quasi intatte le caratteristiche del vitigno” e inoltre fa parte di un progetto di sostegno a ragazzi disabili, motivo in più per avvicinarcisi (Francesco consiglia di berlo rinfrescato). Trimani suggerisce di tenere d’occhio anche il Rossese di Dolceacqua Terre Bianche 2015.

A Montalcino Bruno Dalmazio, titolare dell’enoteca Dalmazio, fa la sua lista: un Franciacorta bello freddo, un Vermentino, e un Pinot Nero. Dalmazio punta forte anche sull’Etna Rosso, vino con caratteristiche forti ma comunque versatile e apprezzato dai winelovers.

Alla Vinoteca al Chianti, a Impruneta, consigliano uno Champagne, un bicchiere di Verdicchio per gli amanti del bianco e un Frappato Doc per chi non vuole rinunciare al rosso. Un vino tipicamente estivo è il Quojane di Barone di Serramarocco, uno Zibibbo secco.

Scelta tutta di territorio a Reggio Emilia, all’enoteca Il Cantinone di Toano: il Brina d’Estate Tenuta Ajano Brut Colldi di Scandiano, un Pignoletto frizzante e il Lambrusco Ottocentorosa di Albinea Canali. E come outsider il bianco Solata delle Cantine Cardinali.

Tappa a Verona, all’Antica Bottega del Vino. Anche qui sulle bollicine si va sul sicuro: un buon Champagne. Tra i bianchi un Durello “tranquillo”, bianco tipico delle colline tra Verona e Vicenza, e per i rossi un Valpolicella Superiore. La tendenza dell’estate 2017 è invece il Bourgogne Aligote, Cuvée des Quatres Terroires della cantina Domaine Chevrot, un classico bianco francese.

A Trento, all’Enoteca Grado 12 “spingono” un Trentodoc, il brut nature millesimato di Marco Tonini, l’Incrocio Manzoni Castel San Michele 2016 di Fondazione E. Mach, bianco strutturato e il Pinot Nero 2015 di Pojer e Sandri, un rosso profumato di frutti di bosco. La scelta extra è il Santa Maddalena Classico 2016, di Georg Ramoser.

Milano: all’enoteca Cantine Isola sulle bollicine vanno sul metodo classico, l’extra brut’ di Albino Maria Cavazzuti, prodotto in provincia di Modena. Il bianco viene dal Friuli, la Malvasia Chioma Integrale 2015 dei Vignaioli da Duline. Tra i rossi fa il bis il Lago di Caldaro delle Tenute di Manincor. Scelta del cuore un Cannonau Rosato dalla Sardegna, magari quello delle Cantine Aru a Iglesias.

Restiamo nell’hinterland milanese e spostiamoci a San Giorgio su Legnano. Giovanni Longo, dell’enoteca Longo, suggerisce il Franciacorta Villa Crespia dei Fratelli Muratori, il San Vincenzo delle Cantine Anselmi, un blend di Chardonnay e Sauvignon, e, tra i rossi, un Trentino Superiore di Isera, il Marzemino della cantina De Tarczal. Inoltre Longo crede molto nei rosati e suggerisce un Salento Rosato Igp della cantina Michele Calò e figli.

Ancora Lombardia, ancora fan del rosato. A Cantù, all’Enoteca La Barrique, sono convinti dell’imminente successo di questa tipologia e suggeriscono anche loro di tenere d’occhio il Salento. Per il resto il trio estivo prevede un Prosecco Valdobbiadene, un Collio Friulano e un Lambrusco o un Valpolicella per il rosso.

Si finisce ad Alba, dove all’Enoteca Grandi Vini propongono una scelta tutta regionale: come bollicina un Alta Longa della cantina Ettore Germano, dalla spuma fine che rinfresca la bocca; come bianco il Nascetta di Elvio Cogno; e come rosso Il rosso, il Freisa d’Asti, fresco e amabile. E il trend? Anche qui Piemonte: il Nebbiolo d’Alba 2010.

 

Il classico piace sempre ma la nuova tendenza è il rosato

«I classici – tira le fila Andrea Terraneo, presidente di Vinarius, Associazione Enoteche Italiane – vendono sempre. Abbiamo notato solo una leggera tendenza verso vini meno aromatici, non eccessivamente fruttati ma piacevoli in bocca. Un ritorno, per i vini bianchi, a vini con una maggiore acidità».

Per le bollicine “si registra una tendenza a Prosecchi meno zuccherini. Quando consigliamo un Brut, il riscontro è positivo, rimangono tutti soddisfatti”.

E poi c’è il mondo del rosato, che sta crescendo prepotentemente. «Crediamo molto nei rosé – dice Terraneo – è un prodotto che va ancora coltivato. Solo da qualche anno si è capito il valore e la diversità che ha questo vino, e stiamo cominciando a far capire che è un universo molto vario. Esistono rosati delicati e leggeri, ma anche più rotondi e pungenti». Insomma, l’universo rosa non è più soltanto femminile.

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