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Nel Biomarket Naturasì a Expo i banchi refrigerati di Costan a impatto zero

Uso più razionale delle risorse, bassi consumi energetici, tutela ambientale sono, in senso lato, dei pilastri su cui si fonda il settore del biologico e contemporaneamente sono anche temi cruciali per Expo. Da queste pemesse nasce la collaborazione di Costan (marchio del gruppo Epta) con Naturasì, presente a Expo proprio con il Biomarket, un punto vendita di 350 metri quadrati nel cuore del Parco delle Biodiversità, dove l’esperienza d’acquisto si coniuga con la sostenibilità. E che per Naturasì e Costan si esprime nella tutela ambientale, in particolare con la riduzione dei consumi nella catena del freddo che in un punto vendita pesano in media per il 40% sul totale, grazie all’adozione di banchi a basse emissioni ed un impianto a refrigerante naturale CO2 transcritico, per un impatto sul global warming potential (GWP) pressoché nullo.

«Le soluzioni green adottate, a refrigerante naturale – afferma il Group Marketing Director di Epta William Pagani – si inseriscono perfettamente all’interno di un progetto più ampio, che ci vede al fianco di NaturaSì per favorire il rispetto del territorio ed un uso più razionale delle risorse».

BelliniTrend_NaturaSiAttraverso soluzioni tecnologicamente avanzate, Epta assicura una presentazione a regola d’arte ed una perfetta conservazione degli alimenti, preservandone il valore. Nello specifico Costan ha fornito i plug-in (banchi a gruppo incorporato) Bellini Trend e GranVista della Rev UP Family, personalizzati con rivestimenti e spalle in legno chiaro, a garanzia della massima omogeneità di esposizione ed ecosostenibilità dello store, grazie ai materiali naturali scelti, riciclabili al 100%. Inoltre, gli arredi della nuova gamma Rev UP sono progettati per essere energeticamente efficienti, con un risparmio pari al 62%, se confrontati con un mobile aperto e una riduzione della carbon footprint del 49,5%, rispetto ai modelli precedenti.

GranVista_NaturaSi_2Il progetto realizzato in partnership con Costan – commenta il direttore generale di EcornaturaSì Roberto Zanoni – intende promuovere l’agricoltura e l’allevamento biologico e biodinamico italiano quale modello sostenibile che, grazie alle sue caratteristiche, si configura come il regime alimentare in grado di rispondere alle grandi sfide lanciate da Expo 2015. Per noi, nutrire il Pianeta significa, infatti, tutelare la fertilità dei suoli, non inquinare le falde acquifere e rispettare l’equilibrio naturale, dalla fase di produzione, alla commercializzazione dei cibi».

Polimi e IIT brevettano l’Etichetta dinamica, “parlante”, economica e sostenibile

Ha tutto le qualifiche per diventare l’etichetta per imballaggi del futuro: è parlante, ovvero riporta su un display tutta una serie di informazioni utili. È sostenibile, cioè riciclabile perché interamente realizzata con materiali recuperabili: tutti i componenti elettronici sono plastici o facilmente separabili dalla plastica e tutti i materiali elettronici della componentistica sono caratterizzati da una bassa temperatura di fusione che permette il recupero di metalli o ossidi di metallo tramite filtraggio. Inoltre, il display che si autoalimenta con energia solare. Infine, è economicamente sostenibile.

Denominata “Etichetta Dinamica, è un brevetto di IIT, Istituto Italiano di Tecnologia e PoliMi – Politecnico di Milano. Può essere stampata o integrata sulla confezione di carta o plastica.

L’etichetta è dotata di una sorgente energetica fotovoltaica che autoalimenta un modulo di controllo (transistor a film sottile organico a bassa tensione di alimentazione) e un display di visualizzazione (realizzato nella forma di uno strato di materiale elettro-cromico). Il modulo di controllo è predisposto per inviare al display i messaggi desiderati.
L’etichetta, infine, è compatibile con gli attuali processi di produzione degli imballaggi, aggiungendo un costo trascurabile.

Il manifesto della Green Economy per l’agroalimentare: dall’Italia 7 proposte per l’agricoltura del futuro

UN momento della presentazione. Da sinistra: Carlo Blasi, Direttore del Museo dell’Orto Botanico, Andrea Olivero, Vice-Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e Claudia Sorlini, Presidente, Comitato Scientifico di Expo Milano 2015.

“Il punto di vista della green economy sulla produzione agroalimentare, articolato in proposte sui temi cruciali per l’agricoltura della nostra epoca”, ai tempi di Expo2015: vuole essere questo il Manifesto della green economy per l’agroalimentare elaborato con un ampio processo partecipativo dei gruppi di lavoro degli Stati Generali della Green Economy e approvato al Consiglio Nazionale della Green Economy che raggruppa 65 organizzazione di imprese green (tra cui Confagricoltura, Comieco, Federambiente, Legacoop Servizi), e presentato a Roma presso la Sala Aranciera del Museo dell’Orto Botanico.
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Temi che riguardano, come ha spiegato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che è l’organismo di supporto del Consiglio nazionale della green economy “la necessità di uno sviluppo durevole e di buona qualità delle produzioni agroalimentari per nutrire la popolazione mondiale, il rapporto che va regolato per coordinare la priorità della produzione di cibo con le altre attività e produzioni non alimentari cresciute nelle campagne, le misure da adottare anche nell’agricoltura per far fronte alla crisi climatica in atto, la necessità di sostenere la diffusione delle buone pratiche di un’agricoltura sostenibile e di qualità, quelle per rafforzare i controlli e la sicurezza alimentare, come combattere lo spreco di alimenti e di risorse agricole e come far fronte agli inquinamenti e al continuo consumo di suoli agricoli. Questo manifesto si propone di diffondere, su questi temi, il punto di vista della green economy per contribuire a un dibattito nazionale e internazionale”.

Il settore agricolo italiano ha un valore aggiunto annuo che supera i 260 miliardi di euro, oltre 3,3 milioni di occupati e un’incidenza sul PIL dell’8,7%. Negli ultimi anni le relazioni con la green economy si sono intensificate: la produzione di energia rinnovabile di origine agricola è cresciuta da 6 a 7,8 milioni di Tep tra il 2010 e il 2012 e oltre 21.500 aziende agricole possiedono impianti per la produzione di energia rinnovabile; l’agricoltura italiana ha ridotto le emissione di gas serra di 10 Mton di CO2Eq dal 1990 al 2013 ed è responsabile del 7,1% delle emissioni di gas serra nazionali. In flessione anche il consumo di fitofarmaci passati da 11,2 Kg/Ha nel 2010 a 9,2 Kg nel 2013, inoltre il 10% della superficie agricola italiana è occupata da coltivazioni biologiche (1,3 mln ettari) e l’Italia è seconda in Europa per coltivazioni bio subito dopo la Spagna. Tra le criticità, l’aumento delle frodi alimentari che sono cresciute del 48,6% tra il 2010 e il 2012, la riduzione della superficie agricola (15 milioni di ettari nel 1990 e 12,8 nel 2012) e il consumo del suolo, che continua a crescere a un ritmo, nel 2013, di 55 ettari al giorno.

Ecco, nel dettaglio, le sette proposte del Manifesto:

Adottare la visione della green economy per assicurare uno sviluppo durevole e di qualità della produzione agroalimentare. L’agricoltura deve essere in grado di produrre il cibo necessario alle generazioni presenti e alle future e di produrre reddito adeguato per gli agricoltori, occupazione e qualità ecologica dei prodotti e delle modalità di coltivazione. La green economy è in grado di integrare qualità eccellente, redditività e tutela del capitale naturale, utilizzando i saperi, le buone tecniche e le buone pratiche dell’eco-innovazione.

Coordinare la multifunzionalità con la priorità della produzione di alimenti. La conservazione di una ricca biodiversità è una delle attività proprie e strategiche di un’agricoltura multifunzionale orientata alla green economy. L’agricoltura alimenta anche la bioeconomia, le biomasse impiegate per generare energie rinnovabili e fornire materiali in settori come la chimica verde. Attività che, se sono integrate e sostenibili per i territori e non sottraggono suoli e produzioni destinate all’alimentazione, contribuiscono a migliorare il presidio e la cura del territorio.

Attuare misure di mitigazione e di adattamento alla crisi climatica. L’agricoltura può dare un contributo importante alla mitigazione della crisi climatica, sia con attività di assorbimento di gas serra (con un’accorta gestione delle risorse forestali, dei terreni e dei pascoli), sia riducendo le emissioni (con l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, un minore utilizzo di fertilizzanti azotati, un controllo della dieta per gli allevamenti ecc). Ma è anche necessario rafforzare ed estendere misure di adattamento accelerandone la diffusione di azioni e pratiche agronomiche in grado di aumentare la resilienza dell’agricoltura ai cambiamenti climatici (con la scelta di varietà vegetali e specie animali più resistenti, il reintegro sistematico nel suolo della sostanza organica, l’adozione regolare di rotazioni con leguminose, la diffusione di tecniche e misure di risparmio idrico).

Superare modelli agricoli non più sostenibili e promuovere la diffusione delle buone pratiche. I modelli agro-industriali che inseguono logiche di un mercato a breve termine e a basso costo possono essere definitivamente superati promuovendo una green economy agroalimentare basata su produzioni sostenibili di qualità, veri e propri motori di sviluppo delle economie e delle culture locali. Occorre puntare su territori ben coltivati con buone pratiche agricole – senza l’impiego in campo aperto di organismi geneticamente modificati (OGM) – supportate da buoni livelli di formazione e di conoscenza e da un maggiore contributo della ricerca e dell’eco-innovazione.

Tutelare la sicurezza alimentare, potenziare i controlli e le filiere corte. Occorre: migliorare e potenziare i controlli su scala globale; rafforzare la lotta alle frodi e alle manipolazioni nocive degli alimenti; armonizzare le normative ambientali e sanitarie; puntare sulla tracciabilità, sull’origine garantita e protetta dei prodotti agroalimentari; rafforzare le filiere agroalimentari corte e le produzioni locali. Le filiere corte possono essere favorite anche dallo sviluppo dell’agricoltura urbana e periurbana.

Fermare lo spreco di alimenti, assicurare la circolarità dell’economia delle risorse agroalimentari. Gli sprechi possono essere eliminati tramite una corretta informazione e una migliore educazione alimentare. È, inoltre, necessario applicare alle filiere agroalimentari un sistema di economia circolare, puntando a minimizzare i rifiuti, a prevenire attivamente scarti e perdite in tutte le fasi. Occorre diffondere le buone pratiche e le migliori tecniche disponibili per utilizzare tutti i sottoprodotti.

Fermare le minacce alla produzione agroalimentare e ai suoli agricoli. Oltre alla crisi climatica, numerosi sono i fattori di pressione ambientale (emissione di inquinanti atmosferici, prelievi massicci e l’inquinamento delle acque, smaltimenti illegali di rifiuti). Particolare allarme suscita lo sviluppo incontrollato delle urbanizzazioni e delle infrastrutture che alimenta un consumo dissennato di suolo agricolo. Le politiche di gestione e di uso dei suoli vanno cambiate; l’abbondante cubatura – abitativa, industriale e per servizi – inutilizzata, va recuperata e impiegata in alterativa a nuovo consumo di suolo. Il suolo agricolo è un capitale naturale non sostituibile, va conservato perché è un’infrastruttura verde strategica.

Per aderire al Manifesto andare su: http://www.statigenerali.org/manifesto-green-economy-agroalimentare-expo-2015/

Infografica: da social, blog e forum il packaging alimentare sotto la lente. E gli sfusi sono graditi

In Italia si stima che l’industria alimentare nel corso dell’ultimo anno siano state “movimentate” 3.,5 milioni di tonnellate di imballaggi. Nonostante Conai e Federalimentare citino dati confortanti a testimonianza dell’impegno che si sono assunti in tema di miglioramento dell’efficienza per quanto riguarda il packaging e l’imballaggio, tra cui la riduzione del 40% degli imballaggi rispetto a 10 anni fa, il popolo della rete quando scrive in tema di packaging è fortemente negativo. Il 74% esprime pareri sfavorevoli e negativi sull’imballaggio alimentare, contro il 21% di giudizi positivi e il 5% di neutri. In particolare il 26% di questi ultimi si riferisce alle informazioni in etichetta, alla praticità e funzionalità del pack, dei formati, alla funzione di conservazione degli alimenti. Al contrario e specularmente, i pareri negativi riguardano l’impatto ambientale dei materiali utilizzati, lo smaltimento e la dispersione nell’ambiente (per 3 dei sei materiali utilizzati), il fatto che l’imballaggio non favorisce le logiche di localismo e di produzione a chilometro zero, la mancanza di informazioni sul prodotto o una scarsa chiarezza in etichetta, la mancanza di determinati formati, la scarsa praticità.

packaging_web research

Se il 76% dei pareri non negativi è rinvenuto nei Social, il 78% dei pareri negativi è invece stato intercettato in Blog e Forum e un andamento analogo ha anche la ripartizione tra Influencer (72% tra i negativi) e Naviganti (79% tra i favorevoli), a testimonianza del fatto che l’impatto ambientale degli imballaggi alimentari è un tema che scalda gli animi.

Ricordiamo infatti che più il dibattito si svolge nei Social più l’argomento è trattato in maniera generalista; quando invece se ne scrive in ambienti web dedicati la materia è trattata con maggiore conoscenza e approfondimento. Inoltre precisiamo che con Influencer indichiamo quei naviganti ritenuti dagli altri fonte attendibile nell’80% dei casi e che la media web nazionale di Influencer è il 20%: è indicativo che nel caso dei pareri negativi gli Influencer siano 3 volte e mezzo la media web nazionale.

Precisiamo di avere escluso per scelta metodologica siti proprietary, articoli della stampa specializzate e news, per analizzare unicamente il sentiment che i consumatori hanno lasciato spontaneamente nel web nazionale.

I prodotti sfusi

L’analisi semantica dei testi rinvenuti, effettuata con i software di intelligenza artificiale che emulano il funzionamento delle reti neurali, ha permesso di individuare un argomento menzionato nel 26% dei casi e sempre positivamente: l’elogio dei prodotti sfusi o alla spina.

Abbiamo ritenuto che questo argomento meritasse un approfondimento.

Da quando nel 2012 a Berlino nacque Original Unverpackt, per iniziativa di due giovani imprenditrici (Sara Wolf di 23 anni e Milena Glimbovski di 30, che si finanziarono col crowfunding), hanno iniziato a diffondersi in tutta Europa e quindi anche in Italia, negozi dove è possibile acquistare prodotti sia alimentari che cura-casa, cura–persona e in alcuni casi anche per l’infanzia e pet care, non confezionati.

Altra peculiarità di tali negozi alla spina sono l’approvvigionamento da produttori locali, la vendita di prodotti Bio ed equosolidali.

In Italia sono nate alcune catene/franchising, cooperative oltre a numerosi negozi singoli (privati) abbastanza conosciute dal popolo del web.

I prodotti citati, per quanto riguarda l’acquisto in negozi alla spina, si accorpano nelle varie categorie vedono ovviamene gli alimentari primeggiare, seguiti dalla cura casa. Più distanziati la cura persona, il Pet e altri prodotti. Nell’infografica, un dettaglio delle ricorrenze dei diversi prodotti alimentari.

E le insegne della Gdo?

Non sono certo rimaste a guardare questo nascente mercato e si sono parzialmente attivate.

La frequenza di citazione di insegne della GDO menzionate quando si parla di prodotti alla spina (menzioni multiple) riguarda però solo cinque insegne e quattro gruppi: Auchan/Simpòy, Coop, Conad, Crai.

È doveroso precisare che stando al popolo della rete ci si reca presso Coop e Conad quasi esclusivamente per acquistare biodetersivi alla spina; da Auchan / Simly e Crai non solo per i detersivi ma anche e soprattutto per gli alimentari sfusi (poche ma statisticamente rappresentative anche le citazioni per il petfoood alla spina).

Segnaliamo che Crai, per lo studio di fattibilità e la realizzazione del progetto, si è affidata alla consulenza di una Onlus – Plef (Planet Life Economy Foundation) – e ciò è premiato dai consumatori che lo menzionano nel 22% dei casi (fatto 100 il totale dei pareri intercettati su Crai e la spesa alla spina).

Quanto alle motivazioni d’acquisto, ai primi due posti si posizionano i prodotti ecologici e bio e il fatto che si pensa siano cibi più sani e salutari. A seguire la consapevolezza di ridurre gli imballaggi, il risparmio di denaro, il localismo dei prodotti e la riduzione di emissioni di CO2.

Si digita per commentare l’imballaggio dei prodotti alimentari e la spesa alla spina quasi esclusivamente dal Nord (46%) e dal Centro (39%); più donne (61%), di età giovane – media (fascia 18 – 45 anni: 72%), di cultura media-medio/alta (68%); soprattutto residenti in aree metropolitane (38%) e urbane (32%).

Conclusioni

Il popolo della rete domestica è pesantemente schierato contro l’imballaggio dei prodotti alimentari; come sempre non entriamo nel merito delle ragioni alla base del sentiment che analizziamo; sicuramente il web è una grande cassa di risonanza soprattutto per le criticità che suscitano spesso fenomeni virali; di contro anche istituzioni ed associazioni si sono attivate da oltre un decennio per la riduzione del packaging e sono sempre più i consumatori che premiano questi comportamenti; sicuramente la GDO è in ritardo; quando i netsurfer nazionali digitano di spesa alla spina comunque le motivazioni salutiste sono superiori a quelle ecologiste.

 

Gian Marco Stefanini

www.web-research.it

 

Ulteriori dati sulla web research effettuata sono disponibili contattando
www.web-research.it Srl

È un istituto di ricerche di mercato e consulenze di marketing che offre servizi rivolti ad aziende e multinazionali presenti nel mercato domestico. Ha portato tra i primi in Italia una nuova metodologia di ricerche ed analisi di mercato: Web listening – Web research – Web monitoring.

 

Gourmet e regionalisti i Millennials bevono birra e mangiano sano

Valentina Simonetta, Marketing Manager HEINEKEN ITALIA, Federico Quaranta della trasmissione RAI Decanter, Alfredo Pratolongo, direttore comunicazione e relazioni istituzionali Birra Moretti e Marilena Colussi alla presentazione.

Amano il cibo e considerano l’alimentazione come identitaria. Si rapportano al cibo in termini di sapere, e hanno un forte legame con il territorio d’origine, ma sono anche attenti alla salute e all’ambiente e sono disposti, per il cibo, a spendere di più per acquistare cibi di qualità. È questa la fotografia del Millennial italiano, di entrambi i sessi, tra i 18 e i 35 anni, che emerge dal quinto Osservatorio Birra Moretti “generazione Buongustai” diretto da Marilena Colussi, sociologa dell’alimentazione e ricercatrice delle tendenze alimentari in collaborazione con Doxa Marketing Advice.

Infografica-Osservatorio-Birra-Moretti-2015_Generazione-BuongustaiUn’indagine interessante perché indaga una generazione, fatta di 12 milioni di individui, emergente e pronta a prendere le redini del Paese in un vicino futuro, ma già protagonista nei consumi, e perché, dopo tante ricerche anglosassoni, indaga nelle pieghe dello Stivale. “In questo se da un lato i Millennials italiani hanno molto in comune con i loro coetanei di tutto il mondo, la connettività, le dinamiche social, l’atttenzione alla salute e all’ambiente, ed è vero che le differenze con gli altri Pesi rispetto alle generazioni precedenti si attenuano, dall’altro hanno delle loro specificità forti – spiega Marilena Colussi -. Ad esempio, il forte legame con il territorio, che si esplica soprattutto nel food. Amano i piatti regionali e quando cucinano a questi si rivolgono per lo più. Però è una preferenza senza preclusioni, che non impedisce loro di apprezzare altre cucine regionali. È una generazione che si sente “italiana” solo quando va all’estero. Si sentono più legati alla propria regione.

 

Tutti pazzi per la birra, “facile” e informale

I Millennials italiani, 9 su 10, dichiarano di bere birra (525 intervistati su 602, pari all’87%) e, dato inimmaginabile fino a pochi anni fa, il 71% ama abbinarla a ciò che mangia, ritenendola degna compagna della cucina italiana e regionale nel 59% dei casi. E i dati si impennano ulteriormente quando a rispondere sono i “Beer Lover*, ovvero quei 3,4 milioni (il 28% dei Millennial) che nutrono nei confronti della birra una vera e propria passione privilegiandola, in maniera assoluta, rispetto a tutte le altre bevande e attribuendole valori che esulano dal puro contesto gustativo. Un trend in significativa crescita se consideriamo che solo nel 2010 non superavano il 17% (Osservatorio Birra Moretti “Italiani a Raggi Eat”).

 

Cibo buono, ma anche sano

Ai Millennial piace mangiare bene ma tra i primi pensieri c’è anche la salute. Se è vero, infatti, che per ben il 93% di essi la ‘buona tavola’ rappresenta uno dei piaceri della vita e che l’85% predilige la cucina saporita, è altrettanto vero che il 77% evita di mangiare ciò che pensa potrebbe nuocere all’organismo. L’aspetto salutistico, dunque, pare controbilanciare la pura ricerca del piacere del palato nel momento in cui si prendono in mano le posate: il 92% ritiene l’alimentazione uno dei pilastri fondamentali del proprio benessere, l’87% cerca di consumare prodotti freschi, il 67% cerca di ridurre i grassi, il 61% sta attento alle calorie, il 60% consuma alimenti integrali. Da evidenziare che 1 su 2 (il 54%) dichiara di consumare prodotti biologici e ben 1 su 3 (30%) cerca di evitare la carne.

 

Ieri astronauti (o rivoluzionari), oggi chef: l’aspirazione dei Millennials

L’82% dei Millennial italiani si considera un buongustaio. E buona parte di essi (77%) ama cucinare a tal punto che il 33,7% di loro ha frequentato corsi amatoriali di cucina o di degustazione di vini e di birre. Non a caso, il 44% e il 27% del campione indica rispettivamente fra le professioni preferite per il proprio futuro quella di chef e di sommelier e la percentuale sfiora il 48% quando a rispondere sono le donne, che reputano la professione dello Chef particolarmente aspirazionale. Potere dei media? Forse anche, visto che il 53% degli intervistati dichiara di apprezzare e seguire Master Chef. Infine, e nonostante le limitazioni economiche, ben l’86% degli intervistati si dichiara disposto a spendere di più per acquistare cibi di qualità.

Il Cash Mob Etico a Milano, Genova e Lipari

Il 27 giugno è la prima Giornata nazionale del Cash Mob Etico.

Milano si mobilita per tutta la giornata, dalle 11 alle 19, coinvolgendo due quartieri molto attivi: Zona5-Vigentina e Quarto Oggiaro e coinvolgendo una decina di aziende, tra le quali  Altromercato, il Panificio Doppio Zero, che acquista le farine dal gruppo Filiera del Grano del Parco Agricolo Sud di Milano, Ipercoop, con la vendita dei prodotti sostenibili a marchio Fairtrade, Libera Terra, Vivi Verde Coop, Terre di Pace e Banca Etica.

Genova realizzerà un Cash Mob Etico particolare: un tour delle aziende sostenibili produttrici di vino, olio e generi agroalimentari ma non solo che continuerà nelle settimane a seguire.

Lipari organizza invece un Ristomob sulla spiaggia, durante il quale saranno valorizzati i produttori locali e i loro prodotti organizzando un pranzo sostenibile.

Il cash mob è una forma di mobilitazione organizzata dai cittadini a sostegno di esercizi e attività commerciali in forte difficoltà economica, ma che in qualche modo siano significativi per il proprio quartiere. I partecipanti a questa forma di flash mob sono coinvolti nell’acquisto di prodotti presso l’azienda/impresa protagonista, come segnale di un riconoscimento sociale assegnato a quella realtà locale.

NeXt ha “rieditato” il cash mob, realizzando un format che aggiunga l’etica sociale, economica e ambientale a queste mobilitazioni dal basso. Il Cash Mob Etico è diventato in Italia uno strumento molto potente per avvicinare cittadini e imprese ad un nuovo concetto di economia, che veda come protagonista il consum-attore responsabile e informato. Fulcro di questo strumento è il “voto col portafoglio”, il momento dell’acquisto di un bene o servizio dichiarato sostenibile dall’azienda, che viene premiata da chi lo acquista. In Italia, negli ultimi due anni, NeXt ha organizzato insieme ai suoi partner circa 9 Cash Mob e più di 100 Slotmob insieme a più di 140 organizzazioni.

«Fino ad ora – afferma Luca Raffaele, project manager di NeXt – abbiamo lavorato principalmente su Roma, Napoli e Milano e in alcuni dei loro quartieri e comuni più problematici, esercitando il voto con il portafoglio dei cittadini in supermercati, ristoranti e bar, per dare un forte e concreto segnale: che la Nuova Economia dal basso è già reale e può crescere fino a diventare un sistema applicabile su larga scala, nel rispetto degli scambi economici, della società e dell’ambiente che ci circondano».

Numerose le organizzazioni coinvolte nella Giornata nazionale: Acli, Adiconsum, BCC, Cittadinanzattiva, Centro San Fedele, Circolo Acli Lambrate, Convoi Onlus, Economia:)Felicità, Fiba/Cisl, Funmob, Sodalitas, UCID, Vita, Plef.

La sostenibilità dei prodotti a marchio crea reputazione per il retail alimentare

Quanto pesa la sostenibilità sulla reputazione delle marche e del retail alimentare? Una risposta significativa è arrivata da Gian Marco Stefanini di Web Research che, nel corso di Green Retail Forum, ha presentato i risultati di una ricerca effettuata sulle conversazioni nella rete, analizzando per un periodo di 36 mesi con un complesso sistema di algoritmi 670 milioni di pareri generici sulle marche industriali (MI), di cui 59 milioni riguardanti la sostenibilità, 172 milioni pareri sulle marche del distributore (MP), di cui 80 milioni riguardanti la sostenibilità. Sono state menzionate 157 linee di marche private riguardanti 16 insegne selezionate.

Da questa grande massa di dati, l’8,5% dei pareri lasciati in rete sulle marche industriali è riconducibile alla sostenibilità, mentre lo è il 46,6% di quelli sulle marche private. Solo questa prima rilevazione mostra la distanza tra i due ambiti, nonostante la quota di mercato delle marche private in Italia sia inferiore al 20%.

I netsurfer che esprimono pareri sono peraltro sufficientemente informati. Il 91% ha un’elevatissima consapevolezza del fatto che la marca privata indica il distributore ma non il produttore; il 90% sa che i produttori di marche private sono spesso leader di mercato e vendono referenze analoghe con etichetta propria presso le stesse insegne e l’88% riconosce l’appartenenza di marche private alla catena anche quando il nome non coincide.

«Tutto questo – afferma Stefanini – genera una reciprocità tra l’accrescimento dell’immagine che le marche private porta all’insegna proprietaria e quella che la stessa insegna della Gdo porta alla propria marca privata».

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Le oscillazioni del giudizio sulla sostenibilità.
Confrontando le categorie dei prodotti a marchio del distributore con quelle delle MI, senza “pesarle”, possiamo individuare quali categorie di prodotto connotano la sostenibilità e quali la erodono.

Primo risultato di una certa evidenza: «Possiamo dire – sottolinea Stefanini – che la reputazione sostenibile delle MP è il triplo della reputazione sostenibile delle MI, stando al popolo del Web».

giudizio sostenibilità

Approfondendo l’analisi e pesando il giudizio di ogni categoria di prodotto delle MP e delle MI per il volume dei pareri stessi, se ne ricava il valore di reputazione globale ponderata (MP/MI) per ciascuna delle insegne selezionate.

In questo caso i dati mostrano quali sono le categorie di prodotti che, pesate per popolarità, presidiano o no l’immagine di sostenibilità.

Se ne ricava che la reputazione sulla sostenibilità della MI è sostanzialmente neutra mentre quella delle MP ha un saldo decisamente positivo.

giudizio sostenibilità ponderata

«Tuttavia – annota ancora Stefanini – per quanto riguarda i prodotti alimentari a MI rispetto alla medesima rilevazione fatta l’anno scorso, i giudizi positivi (55,3%) sono calati del 2,5% e quelli negativi (42%) sono aumentati del 2,7%. Possiamo quindi ipotizzare che la sensibilità dei consumatori nei confronti della sostenibilità, almeno per quanto riguarda i prodotti alimentari a MI, sia consistente ma che la MI non stia sufficientemente tenendo il passo».

Come si muovono invece le marche del distributore?
«Sebbene i consumatori scrivano in rete molti più pareri riguardo ai prodotti a MI rispetto a quelli appartenenti alle MP, quando scrivono di sostenibilità, i pareri più numerosi sono, non solo in percentuale rispetto al proprio totale ma anche in termini assoluti, quelli riguardanti le MP. In buona sostanza, la sostenibilità è uno dei principali elementi caratterizzanti le MP.

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Peraltro non va sottovalutato il caso che chi scrive in rete di sostenibilità lo fa con maggiore competenza e in ambienti maggiormente specializzati quando giudica le MP più che le MI. Di sostenibilità delle MP parlano soprattutto gli esperti, intesi comunque non come addetti ai lavori, (che abbiamo escluso per scelta metodologica), ma come bene informati/appassionati».

Qual è il profilo di questi netsurfer?
I naviganti che nel web domestico scrivono sul rispetto della sostenibilità da parte delle MP sono prevalentemente donne, di fascia di età giovane media, digitano in prevalenza dal Nord, dalle aree metropolitane e urbane. Il concetto di sostenibilità delle MP non è uniformemente diffuso a livello socio demografico.

Tuttavia, anche limitatamente alle sole MP, la sostenibilità è il primo driver di acquisto solo per le linee dedicate.

Carne di maiale contaminata in UK: troppi antibiotici negli allevamenti europei

Si chiama MRSA, Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, la più recente emergenza sanitaria europea proveniente dal mondo animale. È un superbatterio resistente agli antibiotici che sta dilagando negli allevamenti di suini del nord Europa. Infettando non solo chi lavora a contatto con i suini, ma anche i prodotti che arrivano sugli scaffali della GDO. In Danimarca alcuni test hanno evidenziato come il 20% dei prodotti suini sarebbero contaminati, nel Regno Unito in un test promosso dal quotidiano Guardian ed effettuato da un’Università danese, su 100 prodotti prelevati dalle principali catene britanniche 9, venduti da Co-operative, Sainsbury’s, Tesco e Asda, sono risultati contaminati dal batterio MRSA.
Il problema sanitario va ben oltre le eruzioni cutanee anche gravi che alcune persone hanno sviluppato (in genere lavoratori di allevamenti, ma non solo), e la contaminazione dei prodotti che secondo le autorità sanitarie non sarebbero direttamente legati allo sviluppo della malattia, e riguarda la resistenza agli antibiotici, che secondo l’OMS, organizzazione mondiale della Sanità, entro il 2050 potrebbe provocare più morti dei tumori, causate da infezioni non più curabili dai farmaci che oggi usiamo, e che sono utilizzati pesantemente negli allevamenti. La drastica riduzione del loro utilizzo è l’unico modo per arginare il problema.

Da qui l’idea di alcune associazioni di applicare un’etichetta sulla carne in vendita che certifichi l’assenza di somministrazione di antibiotici durante la vita dell’animale. Un mezzo che segnalerebbe, indirettamente, un allevamento più sano e sostenibile. Secondo alcuni attivisti però la creazione di un’etichetta “non trattato con antibiotici” rischierebbe di creare un’oasi protetta (un po’ come il biologico) per carni a prezzi rialzati, mentre la maggior parte dei consumatori continuerebbe ad acquistare prodotti low cost, senza affrontare direttamente il problema. Non sarebbe tanto l’uso di farmaci, quando necessari e se prescritti da un veterinario, che andrebbe sanzionato, ma il loro impiego indiscriminato e preventivo “a pioggia” su tutti gli animali diffuso negli allevamenti intensivi, sovraffollati e dove le condizioni igieniche sono estremamente carenti.

Il problema non è evidentemente arginato al Nord Europa, per due motivi. Innanzitutto, la metà delle carni suine utilizzate in Italia è importata. Inoltre, come ha detto al Guardian Dan Jørgensen, ex ministro dell’agricoltura danese, “ogni Paese con allevamenti di suini ha questo problema: solo che non sanno quanto sia grande”. E l’Italia non è certo esente dall’uso massiccio di antibiotici, segno che esistono problemi sanitari, spesso derivati da condizioni di allevamento insostenibili, come quelle denunciate da Animal Equality in alcuni allevamenti del nord Italia. È la stessa ministra della Salute Beatrice Lorenzin a dichiarare che “Il dato sull’uso degli antibiotici è alto nei nostri allevamenti”. Il ministero ha anche fornito questi dati: oltre 10 milioni di suini sono allevati nel nostro Paese e 137.851 sono gli allevamenti di maiali censiti. Infine, all’Italia è stata assegnata la “maglia nera” nella resistenza agli antibiotici, causata da un loro uso spesso indiscriminato, nell’uomo e negli animali. La resistenza all’MRSA, in particolare, in Italia ha percentuali da primato europeo, superiori al 38%.

Il regolamento europeo entrato in vigore ad aprile che obbliga ad indicare in etichetta anche della carne suina, ovina, caprina e avicola la nazione d’origine, oltre al nome dello stato dove è stato allevato e macellato l’animale, è certamente un passo avanti, ma il problema vero è che gli allevamenti infetti non sono tracciati in alcun modo. Due giornalisti danesi che hanno investigato sull’industria della carne suina sono stati denunciati per “violazione della privacy”. Non solo, l’etichettatura dell’origine non riguarda le carni lavorate come i salumi.

Un problema, quello degli allevamenti intensivi e dell’uso di antibiotici, che riguarda non sola la carne suina ma anche quella avicola. Secondo il rapporto ECDC/ EFSA/ EMA 2015 in Italia consumiamo per uso animale tre volte la quantità di antibiotici della media europea.

Il ritorno ad allevamenti più “artigianali” e “umani”, che tengano conto della salute e – per quanto possibile – del benessere degli animali, e diminuiscano le probabilità di ammalarsi sarebbe secondo molto la soluzione. Un passo che porterebbe ad avere una carne sicuramente più cara, ma presumibilmente più sana. Sullo sfondo, c’è un consumatore sempre più preoccupato della salute e dell’origine della carne che acquista, come rivelato da una ricerca SWG recentemente pubblicata (vd I consumatori e la carne in un’indagine Swg a Eurocarne).

 

#Obbligo_prodotto_dove, la Gdo entra in azione: raccolta firme per l’obbligo del luogo di produzione

Da sinistra: Beniamino Casillo, Vito Gulli, Raffaele Brogna, Mario Gasbarrino, Domenico Canzoniero, Eleonora Graffione, Francesco Pugliese, Giorgio Santambrogio

Un passo avanti nella battaglia per ripristinare l’obbligo di indicazione del luogo di produzione sulle etichette dei prodotti alimentari è stato compiuto nel corso del tavolo di lavoro durante il Green Retail Forum a Milano.

L’amministratore delegato di Unes Mario Gasbarrino, di Végé Giorgio Santambrogio ed Eleonora Graffione, presidente di Coralis si sono dichiarati d’accordo ad appoggiare la proposta espressa dall’amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese sul dar luogo a una raccolta di firme, coinvolgendo i cittadini-consumatori nella abolizione di una «legge scellerata».

Ecco nelle parole di Pugliese la proposta, alla quale hanno aderito anche i due rappresentanti dell’industria presenti: Vito Gulli, amministratore delegato di Generale Conserve, che da tempo si batte – uno dei pochi, se non il solo, nel mondo industriale – contro questa stortura e Beniamino Casillo di Casillo Group.

Nel corso dell’incontro sono stati affrontati i temi chiave che stanno dietro a questa battaglia che, ricordiamolo, nasce dall’entrata in vigore a metà dicembre scorso del Regolamento europeo 1169/11 riguardante l’etichettatura dei prodotti alimentari che ha introdotto l’indicazione degli allergeni, la esatta composizione degli ingredienti (il caso dell’olio di palma è deflagrato proprio per questo motivo) con l’obiettivo di una maggiore informazione dei consumatori, ma ha reso facoltativa l’indicazione del luogo di produzione.

«Si tratta di una vera istigazione alla delocalizzazione – puntualizza Vito Gulli – e sul tema l’industria si è dimostrata miope. Inoltre ha generato una confusione che non fa bene a nessuno, perché la questione dell’etichetta si è sovrapposta al dibattito sull’origine della materia prima. Sgombriamo il campo da questa confusione. Sono due cose completamente diverse. Non nego però che la battaglia per la trasparenza porti con sé un rischio di nazionalismo, leghismo, salvaguardia dell’italianità: quel che conta è la trasparenza. Non solo. Qualcuno potrà dire che l’obbligo dell’indicazione dello stabilimento di produzione (peraltro condensato in una stringa di sei cifre) è salvo, ma non è la stessa cosa del luogo di produzione».

La battaglia della distribuzione, che peraltro indica il luogo di produzione sui prodotti a marchio, guarda avanti. Spiega infatti Mario Gasbarrino «Il motivo per cui dobbiamo intervenire non riguarda l’oggi, ma può succedere, e dobbiamo aspettarcelo, che qualsiasi nuovo proprietario straniero di un’azienda italiana possa decidere di lasciare la sede legale in Italia e produrre all’estero un prodotto connotato con un marchio italiano, che è sempre stato prodotto in Italia e come tale è conosciuto dai consumatori. Noi vogliamo che sia salvaguardata la trasparenza nei confronti dei cittadini consumatori. Poi saranno loro a decidere di acquistare un prodotto perché è fatto in Italia o un altro anche se non viene prodotto in Italia. Ma la trasparenza è fondamentale».

Non mancano le iniziative dei singoli distributori, come la stessa Unes che visualizza sull’etichetta a scaffale l’origine di produzione dei prodotti a marchio («ma stiamo pensando di estenderlo anche all’industria di marca», chiosa Gasbarrino) o Coralis, che con Etichètto segnala una selezione di prodotti di marca nati e prodotti in Italia.

Assordante il silenzio al riguardo delle associazioni di categoria dell’industria ma anche della distribuzione. Ne rende conto Raffaele Brogna che con Io Leggo l’etichetta ha dato vita prima che scoppiasse il caso a una raccolta di firme online e ha sollecitato la firma la distribuzione che ha aderito in gran numero a livello di insegna, mentre «ci sono stati tanti silenzi da parte delle associazioni e delle singole imprese industriali». In realtà la posizione dominante tra le imprese industriali, in qualche modo recepita dal Mise e dal Mipaaf, è che occorre lavorare in modo che l’obbligo di indicazione valga per tutti i paesi europei. Che è un tipico atteggiamento italiano per non affrontare un problema aprendo un’altra questione che darà origine a altri tavoli di discussione.

Sulle rappresentanze della distribuzione il pressing è forte, ma per ora non c’è una presa di posizione. La determinazione dei quattro retailer presenti all’incontro però è forte così come la consapevolezza di rappresentare, in quel contesto, la gdo italiana. Poi, quando partirà la raccolta di firme, probabilmente la compagine crescerà.

Parte da Torino il progetto Salsamenteria del quartiere, la salumeria 3.0: vicinato sostenibile

Dieci strutture a Torino di proprietà, recuperate da spazi commerciali chiusi da anni: è partito così, a febbraio di quest’anno, il progetto Salsamenteria del quartiere. Batir Spa [finanziata da Figerbiella Spa, che partecipa per il 75%, e da Roberto Gualco e altri investitori, ndr] è partita con un’idea: ripopolare la città di negozi di alimentari. Adattati però alle esigenze dei consumatori, pardon “clienti”, del Terzo Millennio. Il progetto è ambizioso, e prevede una prima fase di espansione a Torino, con altri 25 negozi, e poi lo spostamento in altri grandi centri urbani, con l’obiettivo di aprire punti vendita in tutta Italia.

Chiara Priotti Ci facciamo spiegare la filosofia delle Salsamenteria [dalla Treccani: Pizzicheria, salumeria] da Chiara Priotti, responsabile del personale e delegata per la comunicazione e il marketing di Batir.

Cosa si trova nei punti vendita della Salsamenteria?

Una selezione di prodotti italiani, ove possibile della zona. Acquistiamo direttamente dai produttori, saltando gli intermediari in modo da garantire prezzi migliori. Abbiamo un agronomo che seleziona i prodotti e verifica che non vi siano ingredienti “non graditi” come olio di palma, conservanti o additivi. Il magazzino è a Santena e da qui la merce è smistata ai negozi con consegne giornaliere, con l’eccezione dei latticini che sono consegnati direttamente in negozio.

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A chi vi rivolgete?

Essenzialmente alle persone del quartiere. Vogliamo abbandonare il concetto di consumatore considerato come un numero a cui vendere il più possibile, e instaurare un rapporto diretto tra i commessi e il cliente che viene a fare la spesa. Per questi i commessi, due per negozio, tutti giovani, sono stati formati con un corso di due mesi e costantemente aggiornati sui prodotti che vendono e le lavorazioni, con visite presso i fornitori. Pensiamo che ci sia voglia di un commercio diverso dalla spersonalizzazione della GDO, che molte persone non gradiscono più. Abbiamo notato una prevalenza di anziani e famiglie con bambini, attenti all’alimentazione e alla provenienza dei prodotti.

Qual è la vostro politica di prezzi?

In linea con la GDO, a parità di qualità: non siamo Eataly! Le nostre iniziative promozionali sono volte a far conoscere determinati prodotti, con sconti anche del 25/30%, anche perché non teniamo grandi marche. Siamo contrari all’accumulo, proponiamo una spesa quotidiana che consenta di avere prodotti sempre freschi ed evitare sprechi. Abbiamo anche biologico ma non in esclusiva, non siamo un negozio bio.

Come si presenta un negozio della Salsamenteria?

Abbiamo cercato di riqualificare strutture preesistenti, negozi di alimentari chiusi da tempo, ristrutturandole. Sono spazi di circa 100 mq. All’interno abbiamo una cartellonistica semplice che spiega la nostra filosofia e la scelta dei prodotti. Il nome varia a seconda della via.

Che ruolo ha la tecnologia nel vostro progetto?

Il gestionale per le casse e il magazzino è un software open source adattato alle nostre esigenze. Non facciamo e-commerce ma le consegne sono previste nel prossimo sviluppo della catena. La pagina Facebook è aggiornata non solo con novità di prodotto ma anche con eventi della città e del quartiere, in un’ottica di servizio. Nei negozi abbiamo installato dei frigoriferi con il motore esterno all’area di vendita, per evitare l’inquinamento acustico ed elettromagnetico.

Come sono andati questi primi mesi?

Abbiamo dovuto farci conoscere; ora dopo una campagna pubblicitaria su “la Stampa” siamo più noti. Abbiamo fidelizzato molti clienti, che tornano dopo aver capito la nostra filosofia e la coerenza dell’offerta. Frutta e verdura di stagione (tra cui gli asparagi di Santena), farina del molino Bongiovanni macinata a pietra, sughi e conserve senza additivi, pane fatto con lievito di pasta madre della cooperativa sociale Articolo 1 (che dà lavoro a persone in difficoltà) e dal carcere di Torino. A breve entreranno nell’assortimento anche i detergenti ecologici, i libri della casa editrice Giunti e la gastronomia.

 

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