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Esselunga nel 2016 utile a 7,54 miliardi (+3,1%), il 5 aprile debutto a Roma

Utili in positivo nel 2016 per Esselunga, che ha appena pubblicato il bilancio: le vendite sono cresciute del 3,1% a 7.540 milioni di Euro con prezzi in diminuzione dell’1,1% mentre i clienti sono aumentati del 4,4% grazie anche a quattro nuovi negozi. E per il 2017 l’insegna prevede cinque aperture tra le quali ci sarà l’atteso debutto a Roma il 5 aprile (vedi Esselunga, vendo o non vendo? Gli eredi litigano, a Pasqua lo sbarco a Roma).

Il Risultato Operativo è stato pari a 405 milioni di Euro (431 milioni di Euro nel 2015), l’Utile Netto è invece calato a 262 milioni di Euro (era di 291 milioni di Euro del 2015). Questi andamenti sono stati condizionati, fra l’altro, dalle svalutazioni immobiliari. Il Margine Operativo Lordo è arrivato a 661 milioni di Euro da 626 del 2015. La Posizione Finanziaria netta migliora, passando a 55 milioni di Euro (negativo) dai 116 milioni di Euro (negativo) del 2015. Lo sviluppo della rete di vendita registrato nel 2016 ha consentito la crescita dei clienti, ottenuta anche grazie alla combinazione di contenimento dei prezzi di vendita e attività promozionali sviluppate nell’arco dell’anno. Da sottolineare che l’inflazione ricevuta dai fornitori è stata pari a +0,9%. Gli investimenti hanno raggiunto quota 490 milioni di Euro. Sono stati impiegati 9 milioni di Euro in iniziative di solidarietà sul territorio.

L’organico medio ha raggiunto 22.741 persone, con un incremento di 811 collaboratori. Il 93% del personale ha un contratto a tempo indeterminato, record tra le aziende della grande distribuzione.

 

Quattro nuovi store nel 2017 e quarto polo logistico in provincia di Brescia

Nel maggio 2016 è stato siglato il contratto di acquisto del ramo d’azienda di Ospitaletto dell’acciaieria Stefana SpA, in concordato preventivo, dove è prevista la realizzazione del quarto polo logistico del Gruppo: i lavori per la realizzazione sono in corso d’opera. Nel 2017 sono inoltre previste cinque nuove aperture tra cui Roma Prenestina, il 5 aprile, e Verona Fiera.

Nel corso del 2016 sono stati aperti i negozi di Monza (Viale Libertà), con la contestuale chiusura di quello in via Lecco, Como località Ca’ Merlata, Cusano Milanino (MI) e Prato Viale Galilei con la contestuale chiusura di quello adiacente. Lo storico negozio di Milano Viale Certosa, aperto nel 1968, è stato chiuso.

Apo Conerpo, più di un milione di tonnellate di ortofrutta fresca

Maltempo estivo, contrazione dei consumi, embargo russo. Il 2014 è stato un anno particolarmente difficile per l’ortofrutta italiana. Ciononostante il Gruppo Apo Conerpo ha registrato un netto incremento (+12,7% sul 2013) dei volumi conferiti dai produttori delle cooperative socie. Particolarmente consistente l’aumento degli ortaggi, cresciuti del 15,4% rispetto al 2013, con indice però negativo per asparagi, carote, cipolle, meloni e fagioli, condizionati dalla scarsa allegagione nei mesi primaverili. Leggermente più contenuto l’incremento dei conferimenti di frutta (+7,9%) con indice negativo per pesche, uva da tavola e castagne.

«Complessivamente – sottolinea il presidente, Davide Vernocchi – Apo Conerpo, insieme alle sue filiali Alegra, Brio, Naturitalia e Valfrutta Fresco, ha collocato sul mercato più di 1 milione di tonnellate di ortofrutta fresca, di cui oltre 630.000 di ortaggi e quasi 406.000 di frutta, sviluppando un fatturato superiore ai 670 milioni di euro, stabile sui livelli del 2013».

Questi i prodotti di punta di Apo Conero: le pere con un’offerta di quasi 166.000 tonnellate, le pesche e nettarine con oltre 92.000 tonnellate, le mele con circa 55.000 tonnellate, i kiwi con più di 43.000 tonnellate, le susine con circa 22.500 tonnellate.

Per quanto concerne le orticole, i prodotti più importanti per Apo Conerpo sono i pomodori con quasi 430.000 tonnellate, seguiti dalle patate con 43.000 tonnellate, dalle cipolle con 20.000 tonnellate, dai piselli con oltre 19.000 tonnellate, dalle carote con circa 13.300 tonnellate, dai fagiolini con quasi 8.900 tonnellate, dai cocomeri con 6.600 tonnellate e dai meloni con circa 5.000 tonnellate.

Le destinazioni e i canali. Particolarmente dinamico il mercato estero, dove sono set collocate 130 mila tonnellate di ortofrutta fresca (+11,3%) per 115 milioni di euro, con risultati interessanti in Nord Africa, Nord America e Asia

In Italia, presso la Gdo sono state commercializzate 163.500 tonnellate (+5,5%) per un valore di quasi 120 milioni di euro, mentre al mercato tradizionale sono state indirizzate più di 144.000 tonnellate di prodotto (+6,44%) per un valore di oltre 90 milioni di euro (+0,89%). All’industria di trasformazione infine sono state destinate più di 560.000 tonnellate per un valore di 83 milioni; il plusvalore del trasformato ha sfiorato i 270 milioni di euro.

Gli investimenti. Consistente il capitolo investimenti, ammontati a 41,5 milioni di euro così suddivisi: «più di 13,5 milioni di euro – afferma il vice presidente Roberto Cera – indirizzati al miglioramento della qualità dei prodotti, 11,8 milioni per le misure ambientali, oltre 5,3 milioni per la pianificazione della produzione e dell’offerta, 5 milioni per la promozione dei prodotti freschi e trasformati, oltre 3,7 milioni destinati alla prevenzione e alla gestione delle crisi, 1,8 milioni indirizzati all’incremento del valore commerciale dei prodotti».

Per aumentare sempre più il livello qualitativo delle produzioni è stata ulteriormente rafforzata la diffusione dell’assistenza tecnica in campagna ed è stato aumentato il numero dei controlli lungo l’intera filiera.

Prosegue poi l’attività di ricerca e sperimentazione sviluppando temi come i nuovi sistemi di impianto e gestione agronomica dei frutteti, la difesa, la valutazione qualitativa in post-raccolta, la verifica di nuovi formulati e tecniche di conservazione, gli studi sulle minori emissioni di CO2 e le risposte produttive e qualitative delle nuove selezioni e varietà frutticole. Negli ultimi 5 anni, più del 70% delle nuove varietà introdotte negli impianti di pesco e susino è rappresentato da cultivar studiate dai Comitati tecnici di Apo Conerpo in ambito New Plant; questa percentuale supera il 90% considerando altre specie come le pomacee, l’albicocco, il ciliegio, l’actinidia e le colture industriali.

Ricco il programma di sviluppo per il prossimo triennio, che si articolerà nel supporto alla ricerca e sperimentazione per migliorare le produzioni ed aumentare la difesa dalle fitopatie, nell’innovazione di prodotto, nella valorizzazione delle produzioni dei soci con azioni mirate di supporto alle vendite utilizzando la grande notorietà dei marchi del Gruppo anche per l’ortofrutta fresca, nell’internazionalizzazione delle vendite cercando di rimuovere gli ostacoli che in alcuni paesi impediscono l’ingresso ai prodotti dei soci Apo Conerpo, nella concreta attuazione di aggregazioni e collaborazioni produttive e commerciali. «La solidità patrimoniale di Apo Conerpo – hanno concluso Vernocchi e Cera – consentirà di potenziare anche nel 2015 gli investimenti in questi campi e di continuare a dar pieno supporto finanziario ed operativo alle società del Gruppo, favorendo un ulteriore rafforzamento delle cooperative socie».

Nel 2014 sono poi aumentati gli interventi di mercato, destinati quasi esclusivamente alla distribuzione gratuita per beneficenza, che per Apo Conerpo ha interessato oltre 3.000 tonnellate per un controvalore di 1,2 milioni di euro. La crisi della frutta estiva e l’embargo russo hanno inoltre reso necessari ritiri straordinari che hanno riguardato 8.800 tonnellate per quasi 3 milioni.

Assemblea Coop, obiettivo migliorare l’efficienza e rafforzare la convenienza

Leadership nazionale confermata (la quota di mercato è sostanzialmente invariata rispetto a un anno fa e si attesta sul 19%) così come il fatturato (12 miliardi e 421 mila), rafforzato l’investimento sulla convenienza mentre continua a crescere la base sociale che sfiora gli 8 milioni e mezzo con un trend in aumento del 3,1% rispetto al 2013. In questi numeri, enunciatoi da Marco Pedroni all’assemblea annuale di bilancio, la tenuta di Coop dopo sette anni ininterrotti di crisi.

Inoltre si irrobustisce il patrimonio netto aggregato delle principali 9 cooperative di ulteriori 30 milioni e migliora significativamente il livello di liquidità della struttura dell’attivo. Buone notizie anche dal prodotto a marchio Coop, perfetta sintesi di convenienza e qualità, che nel totale largo consumo confezionato ha superato quota 26% (in crescita di un punto rispetto al 2013).

Tenuta anche sul versante occupazionale (sono 54.591 i dipendenti con oltre il 90% a tempo indeterminato) con processi riorganizzativi e di efficienza che coinvolgono una parte significativa dei 1189 punti vendita.

Il futuro però presenta, oltre alle difficoltà ereditate dal recente passato, nuove sfide che già si manifestano nei primi mesi del 2015; riduzione dei consumi delle famiglie, nuovi stili alimentari, diffusione delle tecnologie che tutto il comparto della distribuzione dovrà affrontare. E per assicurare scelte di convenienza verso i consumatori e per evitare effetti negativi derivanti dal calo dei consumi e dalla ristrutturazione dei formati, occorrerà affrontare anche il tema dell’efficienza e del differenziale dei costi contrattuali del lavoro tra i diversi operatori.

Nella sua Assemblea annuale Coop ha quindi deciso di avviare un impegnativo programma di cambiamento organizzativo per meglio sostenere la sua strategia competitiva di un “cibo buono, sicuro e accessibile per tutti”. Alle viste infatti c’è la fusione delle tre cooperative emiliane (Coop Estense, Coop Adriatica e Coop Consumatori Nord Est) per dare vita alla più grande cooperativa italiana con 2.600.000 soci, 4,2 miliardi di euro di fatturato, 334 punti vendita di cui 45 ipermercati e 19.700 dipendenti.

In questo scenario complesso Coop potenzerà le iniziative già avviate nel 2014 a sostegno della convenienza (“Prezzi bassi sempre” e “Scegli tu”), mantenendo intatto l’impegno sulla qualità e sicurezza, sostenendo le produzioni del territorio.

I risultati arrivano anche fuori dal core-business centrale in virtù dell’allargamento dell’offerta in quei settori di mercato parzialmente liberalizzati: 122 sono i Coop Salute dove, rispetto all’acquisto dello stesso paniere di prodotti presso il canale farmacia tradizionale, si è generato nel 2014 un risparmio sul farmaco senza obbligo di prescrizione di oltre 11 milioni di euro (mediamente -25% rispetto a analogo prodotto), mentre Coop Voce, la telefonia mobile a marchio Coop, ha raggiunto 1 milione e 400mila attivazioni.

Sono state rafforzate anche le alleanze internazionali in una logica di ricerca di maggiore competitività. La nuova Coopernic (la centrale cooperativa europea) nata dall’ incontro fra Coop Italia e Leclerc ha visto prima l’adesione di Delhaize e recentemente ha accettato la domanda di ingresso di Rewe: così Copernic si candida a diventare la più grande centrale d’acquisto europea (130 miliardi di fatturato complessivo, oltre 20.000 punti vendita, 630.000 dipendenti). Tutto ciò ha ovvie e positive ricadute commerciali per Coop.

«Continuiamo a svolgere la funzione di presidio di convenienza e qualità per i soci e consumatori del nostro Paese – spiega Marco Pedroni, presidente Coop Italia – benché i timidi segnali di ripresa dei consumi si siano indirizzati fino a questo momento più verso i beni durevoli e i servizi che verso l’alimentare. E questa tendenza se confermata nel corso del 2015 non può che generare preoccupazione sul futuro. Non ci sottraiamo ovviamente all’impegno e rispondiamo alla sfida sulla competitività anche con la ricerca di sinergie con altri operatori a noi affini sul piano internazionale convinti che sia quello lo scenario nel quale sempre più dobbiamo muoverci. In questo contesto viaggia l’esperienza di innovazione che stiamo realizzando in Expo dove testiamo anche applicazioni diverse e nuove di proposta commerciale. I risultati in Expo ci danno ragione e vantiamo numeri importanti: 850.000 biglietti venduti, oltre 400.000 visitatori nel Future Food District di cui oltre il 96% ci ha dichiarato il suo gradimento. Il tutto accompagnato da un programma di incontri sui temi che ci sono propri e che fanno parte del nostro modo di intendere il futuro del cibo: etico, trasparente e accessibile».

Il 2014 di Coop Liguria: vendite in calo e rafforzata la convenienza selettiva

Nonostante la mancata ripresa economica e la caduta dei consumi, Coop Liguria ha chiuso il 2014 con un utile di 24,311 milioni di euro.

Anche nel 2014 – si legge in una nota sul sito di Legacoop Liguria – Coop Liguria ha nuovamente registrato risultati soddisfacenti, grazie al costante impegno nel ricercare maggiore convenienza a favore dei 554 mila soci e dei consumatori e all’azione di contenimento dei costi aziendali, volta a rendere la gestione più snella ed efficiente a tutti i livelli.

I ricavi delle vendite, pari a 742,442 milioni di euro, sono diminuiti del -2,26%, rispetto al 2013, un risultato negativo, che va però inquadrato in un contesto di crisi aggravata e di ulteriore caduta dei consumi alimentari. I minori incassi sono anche conseguenza della scelta di garantire ancora più convenienza ai Soci e ai consumatori con prezzi più bassi.

Proprio per tutelare il loro potere d’acquisto, infatti, Coop Liguria ha continuato a rafforzare la convenienza selettiva, cioè la politica commerciale che concentra lo sforzo di contenimento dei prezzi sui prodotti più importanti e ricorrenti nella spesa quotidiana dei consumatori e ha ulteriormente intensificato le promozioni, con iniziative dedicate sia alle marche, sia al Prodotto Coop. Particolarmente apprezzata è stata la nuova modalità promozionale ‘Scegli tu lo sconto’, che permette a chi acquista di decidere con parziale autonomia su quali prodotti applicare la riduzione di prezzo.

Grazie a queste azioni, i Soci e i consumatori di Coop Liguria hanno ottenuto complessivamente quasi 88 milioni di euro di sconti, un dato cresciuto del 6,39% rispetto al 2013.

I vantaggi destinati ai Soci, tra sconti esclusivi, erogazione di punti-spesa immediatamente convertibili in sconti e sconti usufruiti dai Soci su quelli riconosciuti a tutti i consumatori, sono stati pari a 74,607 milioni di euro (+6,7% sul 2013).

La quota di prevalenza, che individua la connotazione di Cooperativa a mutualità prevalente ed è costituita dalla percentuale degli acquisti effettuati dai Soci di Coop Liguria, nel 2014, sul totale delle vendite realizzate nello stesso anno, è leggermente diminuita rispetto all’anno precedente: 65,83% contro 66,77%.

Con un ulteriore incremento dello 0,7%, il prodotto Coop ha raggiunto, a fine 2014, la quota del 26,3% delle vendite di Coop in ambito nazionale nel largo consumo confezionato e del 26,2% in Liguria. Attualmente rappresenta il 22% dei prodotti a marchio privato venduti dalla grande distribuzione in Italia. L’assortimento è ulteriormente cresciuto: oggi conta 3.957 articoli, compresi 1.212 prodotti freschissimi (carne, pesce, ortofrutta) e 897 non alimentari.

Tra le linee tematiche del prodotto a marchio Coop, quelle che continuano a far registrare gli incrementi più significativi sono Fior Fiore, cioè il meglio della cultura gastronomica italiana e non solo, con vendite a valore che hanno superato i 250 milioni di euro (+9% sul 2013) e Vivi Verde, la linea composta dai prodotti biologici, ecologici e rispettosi dell’ambiente, le cui vendite sono cresciute del 17% nel grocery e del 27% nei freschissimi.

Il successo dell’industria alimentare italiana è fatto di tante storie

L’industria alimentare è in buono stato di salute, anzi nei difficili anni dal 2007 al 2013 ha registrato una crescita media del Cagr del 3,87% e un aumento della redditività media dell’8,51%. Ma questo non vale per tutti i comparti.

Sono le evidenze emerse dalla ricerca condotta in collaborazione con Federalimentare e Fiere di Parma dall’Università Cattolica del sacro Cuore di Milano, con l’obiettivo di individuare le performance economiche, competitive e sociali delle aziende del sistema alimentare italiano e i fattori che hanno consentito di raggiungere risultati eccellenti.

Nel periodo considerato, ha ricordato il presidente dei giovani imprenditori di Federalimentare Francesco Divella, la produzione complessiva dell’industria alimentare è si diminuita del 3%, ma quella dell’industria manifatturiera lo è stata del  -24% e l’export è crescito del 50% contro il 10% dell’insieme dell’industria.

Basta quindi a dire che l’industria alimentare gode di ottima salute? Di certo il discorso vale per quella che è stata definita l’élite dell’industria alimentare su cui si è concentrata la ricerca, vale a dire 448 aziende sulle 58 mila che compongono il settore (ma va ricordato che solo 13.300  sono società di capitali e solo 6250 sono imprese industriali con più di 9 addetti), il cui fatturato è di 57 miliardi sui complessivi 133 dell’intero settore alimentare. Ecco spiegato, quindi il concetto di élite.

Campione e ricavi ind alimentare

Ornaghi
Prof Lorenzo Ornaghi, Presidente dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali (ASERI) – Università Cattolica del Sacro Cuore

Sono tre, però, secondo il professor Lorenzo Ornaghi, Presidente dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali (ASERI) gli elementi costitutivi di questa avanguardia: «Il rapporto intergenerazionale negli imprenditori  che fa sì che i giovani abbiano attenzione e passione per il loro lavoro, il rapporto stretto che si è generato dall’appartenenza a una base territoriale in cui operano queste imprese e un campo d’azione globale. Infine un comune sentire delle imprese. Da questi tre elementi nasce l’importanza economica dell’industria alimentare prima ancora che dal legame associativo».

Dalla ricerca emergono però, insieme ai dati positivi che hanno permesso al settore di navigare con relativa tranquillità in questi anni difficili, le diverse situazioni dei singoli comparti. «Storie differenti emergono dalla crescita dei ricavi – spiega Fabio Antoldi (foto in apertura), Direttore del Centro di Ricerca per lo Sviluppo imprenditoriale (CERSI) – perché se la media ponderata è intorno al 4%, ve ne sono alcuni che sono stati più penalizzati (la birra, l’olio, l’acqua e le bevande) e altri che hanno perforato meglio della media, come le carni, la gastronomia, le conserve. Lo stesso vale per un altro indicatore, l’Ebitda che mediamente è positivo con un valore di +8,5%. Ma anche in questo caso vi sono comparti che hanno una redditività superiore della media (gli snack, i coloniali, la birra) e altri che sono sotto media: i salumi, le carni, l’olio, la gastronomia.

Cagr alimentare

Ebitda Alimentare«Vi sono alcuni segnali di sofferenza – aggiunge Antoldi – come il lattiero-caseario che ha avuto una crescita di fatturato per i rincari e ha avuto importanti performance nell’export,  ma il Mol si sta erodendo a casusa del costo della materia prima in ascesa dopo la fine dell sistema delle quote. Altro settore critico è quello dei salumi, dove molti piccoli salumifici territoriali, che non hanno la dimensione per trarre benefici dal driver internazionale, sono in forte difficoltà».

Esiste quindi una relazione statisticamente significativa tra crescita dei ricavi, redditività aziendale e dimensione aziendale, si chiedono i ricercatori?

“Sotto questo aspetto – si legge nella sintesi della ricerca – l’analisi delle correlazioni mostra alcuni elementi interessanti (che saranno oggetto di ulteriore approfondimento nel rapporto finale della ricerca). Tali elementi sono sintetizzabili nel modo seguente:

  • c’è una correlazione positiva tra dimensione e redditività, riscontrata in particolare nei settori Pasta, Dairy, Snack e Acqua/bevande: questo dato induce a ritenere che, soprattutto in questi settori, il maggior potere di mercato delle grandi imprese “faccia la differenza”;
  • non vi è, invece, una correlazione significativa tra dimensione e crescita. In altri termini, non può affermarsi in maniera statisticamente fondata che siano le grandi o le piccole imprese ad avere tassi di crescita superiori. Fanno eccezione a questo dato i comparti Olio e Conserve, nei quali sono state le imprese di minori dimensioni a crescere maggiormente nel periodo in esame;
  • la crescita è correlata negativamente alla redditività (soprattutto nei comparti Dairy e Snack). Esiste in altri termini un trade-off: l’aumento dei ricavi tende ad accompagnarsi ad una “contropartita”, in termini di minore redditività. Fa eccezione il comparto dei salumi, nei quali invece si riscontra nei sette anni analizzati una relazione positiva tra crescita e redditività;
  • la crescita è correlata positivamente alla posizione finanziaria netta (soprattutto nel comparto Snack): questo dato indica che, in generale, la crescita passa anche attraverso il reperimento di risorse attraverso l’indebitamento.

La seconda fase della ricerca, ancora in corso, è funzionale a tale obiettivo e si basa sulla somministrazione di un questionario alle 120 imprese caratterizzate da maggiore competitività (“top champions”) e rappresentative dei diversi comparti. . L’identificazione di tali imprese si è basata sulla costruzione di un indice sintetico di competitività, che ponderasse crescita (misurata dal tasso di crescita medio dei ricavi nel periodo in esame), redditività (misurata da ROA ed EBITDA/Vendite) e posizione finanziaria netta (rapporto PFN/Vendite).

indicatori alimentare

Il questionario, sottoposto ai top manager delle imprese, è volto ad analizzare le strategie e il posizionamento competitivo delle imprese attraverso la rilevazione non solo di dati quantitativi, ma anche di opinioni, attese, percezioni dei rispondenti.

IMG_1753«Oltre che nella ricerca di opportunità di sviluppo internazionale – sottolinea Daniele Cerrato, Docente di Economia Aziendale riguardo alle prime anticipazioni – le risposte strategiche alla crisi si sono concentrate principalmente nei seguenti ambiti: investimento nell’innovazione dei processi produttivi (93% dei rispondenti), sviluppo nuovi prodotti (78%).

Accanto all’innovazione di prodotto/processo, gli investimenti per sostenere/accrescere la qualità del prodotto e per aumentare la capacità produttiva dell’impresa sono indicati tra le priorità strategiche per il futuro, mentre si registra un minore interesse per iniziative di diversificazione rispetto al core business. Questo dato rappresenta un segnale di fiducia da parte degli imprenditori ed appare particolarmente incoraggiante per le prospettive del settore».

Sebbene frutto di un’analisi ancora parziale, queste prime evidenze empiriche suggeriscono una “sintesi” dei risultati dell’indagine in corso nei seguenti elementi: il settore alimentare conserva un ruolo centrale nel sistema industriale italiano, nonostante la crisi economica; la crescita aziendale è stata trainata negli ultimi anni soprattutto dai mercati esteri; “Innovazione di prodotto/processo” e “qualità” rappresentano due pilastri della competitività aziendale; resta forte il focus delle imprese sul core business.

Cefla realizza impianti a Expo e chiude il 2014 a 415 milioni di euro

Si è chiuso positivamente il 2014 per il Gruppo Cefla, con un consolidato di gruppo pari a oltre 415 milioni di Euro, un patrimonio netto di oltre 214 milioni di Euro ed una posizione finanziaria netta positiva. Tutte le Business Units presentano risultati e trend positivi.

Particolarmente importante è stato il coinvolgimento in EXPO Milano 2015, che ha interessato soprattutto le Business Units Plant Solutions e Shopfitting Solutions; Plant Solutions in questa occasione è stata chiamata a progettare e realizzare il sistema di impiantistica generale degli edifici di Expo: ristorazione, servizi igienici, spazi commerciali, servizi ai visitatori, servizi ai partecipanti, magazzini e locali tecnici (architetture di servizio), e, insieme a due società del Gruppo, Elca Techonologies e Zenith Shop Design, ha partecipato alla fornitura di soluzioni innovative per il Supermercato del Futuro, progettato dall’Architetto Carlo Ratti, direttore del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston.

La B.U. Shopfitting Solutions nel 2014 ha presentato molte novità alla fiera Euroshop di Dusseldorf, tra cui le linee di scaffale con piani ultra-sottili, un sistema di illuminazione a LED totalmente integrato nella scaffalatura ed i carrelli spesa Filomarket.

“In questi anni abbiamo affrontato la crisi con un approccio positivo di crescita – spiega il Presidente di Cefla Gianmaria Balducci – , senza avere paura delle nuove sfide e del cambiamento; oggi infatti abbiamo intrapreso un percorso di rinnovamento che si fonda su una serie di principi: cambiare ed essere competitivi, adattandosi a nuovi scenari; sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati; innovare i processi ed accettare di mettersi sempre in discussione per evitare che un successo del passato possa diventare successivamente un limite. Il buon risultato dell’ultimo bilancio ci rende ancora più positivi sul futuro”. In questo contesto di crescita e rinnovamento si colloca un’importante scelta strategica: la creazione di Cefla International. La nuova area strategica è focalizzata sullo sviluppo dell’azienda negli Stati Uniti, in Cina ed in Russia, dove Cefla è presente da anni con importanti siti produttivi.

Gruppo 3 A (Simply) chiude il 2014 con oltre 320 mln di giro d’affari

Giorgio Guasco e Santo Cannella
Giorgio Guasco e Santo Cannella.

Il Gruppo 3 A, storico Master Franchisee di Simply Italia (Groupe Auchan), ha chiuso il 2014 con oltre 320 milioni di giro d’affari alle casse.
I numeri del bilancio 2014 sono stati esposti a fine maggio in assemblea dal Presidente della Cooperativa 3 A Giorgio Guasco e dal Presidente del Centro 3 A Spa Santo Cannella. Il Gruppo 3 A ha raggiunto nel 2014 i 200 milioni di euro di fatturato; mentre il risultato economico consolidato ante imposte si attesta a oltre 2 milioni 800 mila euro, registrando una continua crescita rispetto agli esercizi precedenti.
Il Gruppo 3 A, che ha sede nella provincia di Asti e nasce dall’unione di alcuni imprenditori della zona, ha ampliato nel corso di 40 anni dalla creazione la sua presenza sul territorio, sino a coprire Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e di recente anche parte del territorio lombardo. La rete di vendita odierna conta oltre 220 punti vendita a insegna SIMPLY, PUNTO SIMPLY e LA BOTTEGA SIMPLY, che occupano oltre 1.500 addetti.

Un ulteriore riscontro di positività è dimostrato dalla partecipazione dei dipendenti/azionisti e dei soci all’aumento di capitale sociale di un milione di euro, deliberato in assemblea straordinaria del Centro 3 A Spa.

In un contesto di mercato molto difficile, il risultato che emerge leggendo il bilancio 2014 del Gruppo 3 A è la capacità di produrre utili, creare occupazione e generare risorse, nel massimo rispetto dell’etica professionale e commerciale, con l’unico obiettivo di tutelare i propri imprenditori e clienti, attraverso il contenimento dei prezzi e l’ampliamento dei servizi.

Cooperativa Etruria (Simply): bilancio 2014 in crescita a 200 milioni di euro

Bilancio 2014 positivo per Cooperativa Etruria, master franchisee di Simply Italia: il fatturato si assesta oltre 200 milioni di euro. I ricavi da vendite e prestazioni consegnano ai soci una gestione economica in salute, con un trend positivo e un fatturato verso soci e clienti che cresce di 8 milioni di euro, grazie all’incremento ottenuto in tutti i settori merceologici, a eccezione del settore carni che continua a subire la particolare crisi dei consumi che si ripete ormai da anni a livello nazionale.

Utili a 1,9 milioni di euro, che l’assemblea dei soci ha deciso di distribuire agli associati sotto forma di ristorni.

Con il 54% delle vendite l’area senese, grossetana e aretina mantiene la prima posizione per ricavi, seguita dal nord della Toscana, con il 29% e dall’area che raggruppa Umbria, Alto Lazio e Abruzzo, con una percentuale del 17%. Il patrimonio netto supera i 33 milioni di euro e copre il 60% del capitale immobilizzato della Cooperativa, che conta su una rete di 294 supermercati a insegna Simply distribuiti su tutta l’Italia centrale su circa 90 mila mq di superfici totali di vendita; più di 3.000 addetti tra rete diretta e punti vendita associati e quasi 500 dipendenti tra Cooperativa Etruria e società del Gruppo.

La cooperativa Etruria opera con quattro insegne: Simply Store, Simply Market, Punto Simply e La Bottega. I negozi a insegna sono 294, di cui 7 Simply Store, 37 Simply Market, 110 Punto Simply e 140 punti vendita La Bottega. La maggior parte dei supermercati si concentra in Toscana (205 punti vendita), seguita da Umbria (57); Lazio (25); Liguria (4), Abruzzo (2) e Emilia Romagna (1). Al centro di distruzione alimentare, che ha sede a Badesse (Siena), fanno riferimento molti altri negozi tradizionali per il rifornimento quotidiano.

Graziano Costantini, direttore generale Cooperativa Etruria
Graziano Costantini, direttore generale Cooperativa Etruria

«Di fronte a uno scenario difficile –  ha commentato Graziano Costantini, direttore generale della Cooperativa Etruria – segnato da una crisi, iniziata ormai sette anni fa, ci siamo adoperati per continuare ad adottare politiche commerciali a sostegno dei nostri soci. Il 2014 è stato l’anno in cui abbiamo proseguito il piano di crescita, rafforzando il nostro volto di azienda sostenibile, attenta all’eccellenza dei territori, alla qualità dei prodotti e orientata verso uno stile di vita sano. Per il futuro il nostro impegno sarà quello di continuare a essere vicini ai territori e di migliorare la qualità della vita delle comunità in cui operiamo».

 

Federdistribuzione presenta il bilancio di sostenibilità della distribuzione moderna

«Siamo le aziende del prezzo giusto, non del prezzo basso»: così il presidente di Federdistribuzione  Giovanni Cobolli Gigli ha introdotto l’incontro di presentazione del secondo Bilancio di sostenibilità della Distribuzione moderna organizzata (Dmo). «Uno strumento – ha aggiunto – nel quale esprimere la nostra identità, dichiarando i valori forti intorno ai quali le aziende della Dmo rappresentano, pur nella loro diversità, un insieme coeso». Un concetto ribadito anche da Mario Gasbarrino, amministratore delegato di Unes, per il quale: «In un settore ad elevata competitività come quello della distribuzione, la sostenibilità è un fattore di incontro, di scambio delle best practice».

L’obiettivo del bilancio di sostenibilità (l’unico, salvo errori, che riguarda un intero settore) è infatti quello di «trasmettere l’idea che l’impegno delle imprese sull’ambiente, nei confronti  di collaboratori e clienti, verso i fornitori e la comunità non è sporadico o casuale, ma rappresenta un atto consapevole che entra a far parte della più autentica strategia d’impresa e sul quale il commitment è molto forte. È la testimonianza che la sostenibilità non viene più intesa solo come una leva di posizionamento, ma sta diventando una leva economica». Federdistribuzione, ricordiamolo, rappresenta un variegato universo di imprese distributive per un totale di 14,600 punti vendita, 60,6 miliardi di euro di giro d’affari, pari al 47,9% della Dmo.

Va detto che, poiché la cronaca ha il sopravvento sui temi di un convegno, a poche ore di distanza, la notizia che qualche centinaia di dipendenti di Auchan hanno occupato piazza Montecitorio in seguito al fatto che il retailer francese si appresterebbe a licenziare oltre mille dipendenti, quale effetto della crisi di questi anni e della necessità di una riorganizzazione della propria presenza in Italia (cìè anche chi paventa una sua uscita), getta qualche ombra su queste affermazioni. Tuttavia non ne mina la sostanza.

Nel completo rapporto di bilancio, gli aspetti citati da Cobolli sono sintetizzati in una serie di numeri a significare un percorso virtuoso, come l’ha definito Mario Molteni, direttore di Altis (Università Cattolica di Milano): «La seconda edizione del Bilancio di Sostenibilità di Settore racconta di aziende che credono e investono in iniziative di responsabilità sociale e ambientale, assumendo il ruolo di propulsore di crescita». Nelle otto aree oggetto dell’indagine (clienti, fornitori, collaboratori, comunità, certificazione, ambiente, comunicazione), che censisce 60 iniziative diverse delle imprese associate, le attività delle imprese della Dmo hanno tassi di penetrazione elevati, che sfiorano il 100% in alcuni casi come i sistemi di riduzione dei consumi energetici, l’attivazione del servizio di ascolto dei clienti, l’inserimento di informazioni addizionali sull’etichetta dei prodotti a Marca del Distributore.

«Il dato più significativo – ha sottolineato Molteni – è che in tutte le aree si registra un incremento, con l’eccezione delle certificazioni, ma per il semplice motivo che è già completamente presidiata».

L’area che registra l’evoluzione più significativa è quella dei fornitori: +15% rispetto all’indagine 2012. Le aziende distributive lavorano con i fornitori in logica di partnership e per una loro valorizzazione, favorendo un percorso di crescita delle PMI. Pratiche quali l’instaurazione con le PMI di un rapporto di lunga durata (79% delle imprese), la valutazione del Codice etico del fornitore o la firma congiunta di un codice di condotta (75% delle imprese), la dematerializzazione degli scambi di documenti (82% delle imprese) favoriscono nelle imprese fornitrici l’avvio di un percorso di Responsabilità Sociale d’Impresa e di innovazione.

Anche l’area clienti segna un trend positivo dell’11%. Nei confronti dei clienti le imprese distributive tutelano il potere d’acquisto e mostrano attenzione alle nuove dimensioni sociali, andando spesso oltre gli obblighi di legge.

sostenibilità Dmo 2014

«La sostenibilità – ha concluso Molteni – è diventata un aspetto strutturale del business per le imprese della Dmo, che svolge, per di più, un ruolo proattivo verso le imprese fornitrici e di educazione della clientela. Il fatto che la riduzione degli imballaggi sia aumentata del 18% e la riduzione dei rifiuti del 12% testimonia di un approccio pragmatico alla sostenibilità, che fa bene immediatamente al conto economico dell’impresa».

Sono numerosi gli spunti emersi dalla duplice tavola rotonda che ha discusso i risultati del bilancio di sostenibilità di settore. Proviamo a sintetizzarli.

Consumo di suolo. Per le imprese della Dmo che vuole continuare a investire e a crescere, il tema è particolarmente importante. Intorno al consumo di suolo, in discussione nei palazzi della politica,  si intrecciano infatti gli interessi delle comunità locali, quelli della Dmo (per la quale è centrale la redditività del punto vendita), quelli delle amministrazioni locali. «Ma dobbiamo operare tutti all’interno di un quadro di certezze: oggi quando si parte non si sa quando si arriva e quando e in quali condizioni si arriva a compimento del progetto», ha detto Valerio di Bussolo, direttore della comunicazione di Ikea Italia.

Anche perché, ha illustrato il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, sono numerosi i casi in cui le Regioni e le amministrazioni locali hanno posto vincoli all’apertura di punti vendita e agli orari di apertura, nonostante le disposizioni contenute nei decreti Cresci Italia e Salva Italia che avevano invece aperto le porte a una maggiore liberalizzazione al riguardo, tanto che l’Antitrust è dovuto intervenire presentando ricorsi contro gli atti degli enti locali.

Rapporti con i fornitori. Per Luigi Mastruobuono, direttore generale di Confagricoltura sono quattro le aree di lavoro comune con la Dmo: la condivisione di dati per comprendere e migliorare le relazioni con i consumatori; valorizzare la filiera agroalimentare che vale il 14% del Pil; l’internazionalizzazione, perché la Dmo può essere la piattaforma di diffusione dei prodotti italiani all’estero; la comunicazione per creare maggiore valore veicolando nuovi contenuti relativi alla sostenibilità.

E Mario Gasbarrino ha aggiunto che quando si parla di prodotti a marchio del distributore questi rapporti sono già a livelli elevati tanto che molte Pmi sono cresciute fino ad affacciarsi ai mercati internazionali grazie alla Dmo e che la valorizzazione dei prodotti locali in futuro è destinata a crescere. Non solo, ma «quando un distributore sognatore e un produttore inventore si incontrano si raggiunge un equilibrio perfetto. Tanto che con il nostro fornitore di acqua minerale abbiamo eliminato il fardello in polietilene, risparmiando circa 480 camion di plaastica indifferenziata. E noi valiamo solo l’1% del fatturato complessivo della distribuzione alimentare».

Convegno Bilancio di sostnibilità distribuzione moderna 2

Filiera. «Il futuro si giocherà su una visione della filiera diversa, con progetti a lungo termine. Ma occorre fare rapidamente un salto di qualità. Mi auguro che l’industria recuperi quella capacità di innovazione  che in questi ultimi anni è stata più appannaggio della distribuzione. Dobbiamo tornare a metterci in gioco per costruire una visione più integrata più documentata con la distribuzione e con l’agricoltura». Alberto Frausin, amministratore delegato Carlsberg Italia.

Eccedenze alimentari. La Francia recupera le eccedenze 6-7 volte di più che l’Italia. L’auspicio del presidente di Fondazione Banco Alimentare Andrea Giussani è che la lotta contro lo spreco possa diventare un processo ordinario all’interno delle imprese distributive, per far si che da opportunità etico-sociale possa diventare una normale attività. Dando poi evidenza dei risultati ottenuti per favorirne il contagio e la diffusione.

Frescobaldi licenzia un 2014 positivo con una crescita del 6,3% in Italia

Da sinistra Ferdinando Frescobaldi, John Armleder, Giovanni Geddes Da FilicaJa in occasione della manifestazione Vendemmia d'Autore lo scorso febbraio

Frescobaldi, lo storico gruppo vitivinicolo toscano, ha registrato nel 2014 un fatturato di 85,8 mln di euro, crescendo del 2,8% rispetto al 2013. Il risultato più positivo è un’ulteriore crescita del comparto del vino in Italia (+ 6,3%), il che conferma il trend positivo iniziato l’anno precedente (+6,1% rispetto al 2012): un dato significativo che dimostra l’attenzione crescente nel nostro mercato verso i vini di qualità, e soprattutto la forza dei brand del gruppo.

A livello reddituale, il Gruppo Frescobaldi si aspetta ottimi risultati con un EBITDA oltre il 30% del fatturato.

Buona anche la performance all’estero, che cresce del 4,8%, trascinata da Paesi come gli USA, Svizzera e Germania. La quota dell’export è del 68%, con una crescita dovuta in gran parte ai vini di alta gamma: conferma che il comparto vitivinicolo italiano continua ad attrarre i consumatori stranieri, per i quali ha sempre grande importanza il valore del brand, ma anche il fascino del territorio e della storia che si celano dietro ad una bottiglia di vino.

Come nel passato, il Gruppo continua a credere negli investimenti che nel 2014 raggiungono la cifra di oltre 13 milioni di euro, impiegati nell’ammodernamento e rafforzamento della struttura produttiva, dei vigneti e degli impianti sempre più all’avanguardia: l’obiettivo è quello di produrre vini di qualità sempre maggiore e   puntare sull’alta gamma, sostenuta da progetti di lungo termine che mirano a costruire il valore di ciascuna delle marche del Gruppo (Frescobaldi, Luce della Vite, Ornellaia, Masseto e Attems).

«Consideriamo che i mercati consolidati» dichiara Giovanni Geddes, Amministratore Delegato del Gruppo «Italia, Europa e Nord America, pesano ancora circa 85% del fatturato e continuano a crescere. I mercati emergenti sono importanti come prospettiva futura, ma restano ancora da conquistare. Nonostante questo, investiamo sia in personale che in promozione. La OCM continua ad essere un notevole aiuto e volano per gli investimenti per portare la cultura del prodotto Italiano nel mondo».

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